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Kaa va a Londra

Da domenica sarò Kaa, per un’altra settimana coi miei Lupetti. La solita giusta ansia, ma ancora il profumo di quel gran gioco che é lo scoutismo.

La partenza più importante però sarà martedì 29, parecchio presto, dall’aeroporto di Ciampino. Vado a Londra, ad “occupare” quella che sarà -per almeno 9 mesi- la mia stanza a Milkwood Road, Brixton.

Vado lì perché il 22 settembre -giorno del mio 23esimo compleanno- comincia il Master of Arts in Political Communication. Alla City University (e non alla LSE).

É stato un anno strano, un’altalena tra momenti di grande adrenalina e pressione e altri di lenta stanca, talvolta anche un po’ deprimente. Nel complesso, però, un anno di crescita importantissimo, e in sostanza credo di successo.

Sarà banale e mieloso dirlo – e in fondo quando mai lo sono? -, ma ringrazio tutti, senza fare nomi, dalle più storiche amicizie alle ultime conoscenze, dalle “comitive” in cui sono da sempre a quelle che sono piacevolmente nate a grazie a esperienze fondamentali: davvero ognuno, anche quelli a cui “non daresti una lira” é in grado di darti qualcosa, e lo ha fatto. Contribuendo a quello che sono, nel bene e nel male.

Credo, spero, ci vedremo e sentiremo ancora. Se purtroppo o per fortuna decidetelo voi.

P.S. Dall’inizio di Agosto chiaramente cercherò lavoro in quel di Londra. Senza tergiversare troppo: se avete contatti, idee, occasioni che possano aiutarmi, e soprattutto se volete rendermele note, non esitate. Ve ne sarò davvero grato. #abbraccionipertutti

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Perchè L’Unità non va a vedere il bluff della Santanché?

E’ successa questa cosa qui: Umberto De Giovannangeli, da venticinque anni corrispondente per le vicende mediorientali de L’Unità, forse non sapendo più che scrivere di un fatto che obiettivamente purtroppo si replica sempre uguale a sé stesso, segue la linea dell’appena citata principale caratteristica del conflitto in Palestina e pubblica un pezzo che -toh!- aveva già pubblicato ben sette anni fa. A quanto pare la rete non ha perdonato neanche stavolta, e De Giovannangeli si è dovuto scusare così:

Nulla cambia. Questa è l’essenza del dramma. Così vale anche per i bambini israelaini di Sderot. Qui riconosco un errore. Nel voler trasmettere l’angoscia senza fine di quei bambini, ho riportato un pezzo di un mio reportage scritto nei giorni dell’operazione devastante di sette anni. Ho ripreso un passaggio che riguardava la condizione di una bambina, Tahal Pfeffer, 4 anni.
L’ho ripresa con le stesse parole perché la ritenevo emblematica di una condizione immutata. A Sderot son centinaia “Tahal”. Avrei dovuto ricordarlo. Non l’ho fatto, e di questo mi scuso. Ma volevo ricordare una tragedia attraverso lo sguardo di quella bambina che ho ancora negli occhi e nella mente. Tahal oggi ha 11 anni. Ma la vita dei tanti bimbi di Sderot è come quella di 7 anni fa. Tragica. Come quella dei bimbi di Gaza.

Sarebbe stato meglio scomparire per qualche giorno, piuttosto che produrre righe del genere. Nel dichiarare di aver voluto riprendere il passaggio con le stesse parole per rappresentare la “emblematicità di una condizione immutata” De Giovannangeli lascia intendere di credere che tutti abbiano letto quel suo memorabile reportage. Ma non rinuncia a farci credere che la Tahal in questione sia un’altra bambina, buttandola sulla popolarità del nome in questione.
Un bluff penoso. Che ho raccontato, sebbene il titolo del pezzo parli di tutt’altro, perchè dimostra la capacità ridicolamente dissimulatrice di uno dei tanti (57) giornalisti de L’Unità, la conseguente capacità di riconoscerne magari un altro, di bluff. Quale?

Una settimana fa ne è successa un’altra, di cosa: la redazione de L’Unità ha fatto produrre un video da Klaus Davi, in cui fa riprendere alcuni dipendenti in stato di supplica verso il premier e segretario del Pd Matteo Renzi. La prima scena, e lo si scrive con la massima solidarietà verso chi rischia di perdere l’impiego, dice tutto del tono del video (ecco qualcosa da leggere sulla retorica della gravida):

E’ di ieri la notizia che qualcuno che vuole salvare L’Unità c’è. Non è Matteo Renzi e neanche l’attuale editore Matteo Fago, bensì Daniela Santanché e Paola Ferrari (che, in quanto nuora di De Benedetti, gli uomini di sinistra dovrebbero considerare addirittura più pericolosa della prima, secondo l’opinione di chi scrive).
A suon di “questo è il giornale fondato da Antonio Gramsci” si sono levati gli scudi, e la proposta di acquisto definita “irricevibile”.

Forse se -invece di tener su un giornale fondamentalmente parassita e acritico verso Il Partito (in un mondo post-ideologico)- la ribelle, visionaria e abusata eredità di Gramsci fosse stata rispettata a pieno negli anni passati -magari anche facendo a meno di figuracce come quella di De Giovannangeli- non si sarebbe giunti a questa situazione scabrosa.
E allora ci chiediamo: perchè L’Unità non va a vedere cos’è che vuole davvere la Santanché? Perché non gioca un po’, L’Unità che sta affogando, a scoprire quello che è un probabile bluff di marketing della pitonessa? Preferisce davvero fallire, L’Unità, piuttosto che rischiare? Eppure di bluffare è capace, L’Unità.

Oppure dobbiamo pensare che anche quel video era un bluff, una boutade, una triste trovata comunicativa? Che dopo aver mandato avanti un giornale evidentemente fallimentare, ora si vuole sia la botte piena che la moglie ubriaca? O meglio: la redattrice gravida (da esibire su Youtube) e il Gramsci intonso (come ultimo scudo culturale)?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Müller come Servillo, e come cambia una notizia sulla Rete

Ve lo ricordate Servillo dopo il trionfo all’Oscar de “La Grande Bellezza”?
Alla giornalista che gli chiedeva delle critiche al film di quei giorni rispose così. Si scusò giustamente dopo pochi giorni, usando anche la giustificazione della poca linea.

Appena dopo la conclusione della finale dei Mondiali, una giornalista colombiana (guarda caso della stessa nazionalità di James Rodriguez, capocannoniere della manifestazione con sei reti) chiede a Müller, con un filo di malizia, se non ci fosse rimasto male per la mancata vittoria della Scarpa d’Oro (il tedesco di reti ne ha fatte “solo” cinque). Quello gli risponde così, poco bene, in bavarese stretto, sotto lo sguardo divertito di Bastian Schweinsteiger (stranamente Repubblica stavolta è corretta).

Nonostante per chi conosca un filo di lingua inglese la domanda sia chiarissima (e si suppone Müller abbia risposto a quella domanda, non a una -mai fatta- su Messi), più di uno di quei siti d’informazione calcistica tutto pop-up e grafiche moleste (come questo), riporta così (anche con queste dimensioni, altrettanto moleste) il goliardico episodio:

Muller contro Messi: ‘Il pallone d’oro del Mondiale se lo ficchi in c**o’ (VIDEO)

Un piccolo esempio di come le “notizie” in rete diventino presto “monnezza” (si dice a Roma), e di come questi pseudo-informatori, per un pugno di share in più, giochino allo scontro, alla personalizzazione, alla demonizzazione.
Stavolta, guarda caso, dell’antipaticissimo e maleducato trionfatore teutonico. Uno di quelli “che non si ferma, non si ferma mai”?

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Scalfari e Francesco: le Messe smentite e il mistero delle virgolette

Oggi è una domenica neanche troppo calda del mese di Luglio, Anno Domini 2014. Oggi, come tutte le domeniche da parecchi anni a questa parte, Eugenio Scalfari tiene la sua Messa domenicale. Oggi la Messa domenicale è però una Messa “speciale”, come possono essere speciali solo le Messe di Natale e Pasqua. La sola differenza è che mentre le Messe di Natale e Pasqua in qualche modo te le aspetti, (se ci credi) te le prepari, la Messa domenicale “speciale” di Scalfari arriva sempre un po’ a sorpresa. Il fatto che la sorpresa, da Marzo del 2013, sia poi sempre la stessa, cambia poco: oggi il Fondatore “intervista” l’ex-cardinal Bergoglio, meglio noto come Papa Francesco.

In seguito all’amorevole approccio epistolare del settembre 2013, il primo incontro tra il Papa e il Fondatore viene riportato nella Messa di domenica 1 ottobre. I temi principali sono la Chiesa, la Curia e la loro riforma: tra i virgolettati più forti riportati da Scalfari, si ricordano quelli che definiscono la “corte papale” -la cosidetta “intendenza”- come la “lebbra della Chiesa”. E ancora, in risposta all’ironia del Fondatore, questo:

Anch’io quando incontro un clericale divento anticlericale di botto.

DI BOTTO, dice proprio così. O almeno, così fa credere Scalfari a chi partecipa alla Messa di quella domenica, che dopo le prime battute diviene lunghissima, trascendente, finanche filosofica.
Ovviamente l’intervista non può non far discutere, per l’ampiezza dei temi discussi ma soprattutto per la forza di alcuni virgolettati come quelli sopracitati: eppure, dopo ben un mese e mezzo, Padre Federico Lombardi, responsabile stampa del Vaticano, fa rimuovere l’intervista dal sito ufficiale dello Stato Pontificio:

L’intervista è attendibile in senso generale, ma non nelle  singole valutazioni: per questo si è ritenuto di non farne un testo consultabile sul sito della Santa Sede. In sostanza, togliendola si è fatta una messa a punto della natura di quel testo. C’era qualche equivoco e dibattito sul suo valore.

Il problema principale sembra essere il racconto del presunto momento mistico di Bergoglio prima di accettare la nomina a Pontefice: ci perdonerà Padre Lombardi, ma è stato difficile credere a quella tarda e superficiale smentita.

Oggi, 13 luglio, la storia in qualche modo si ripete. E’ il titolo stesso, sulla prima pagina di Repubblica, ad essere fortissimo: “Come Gesù userò il bastone contro i preti pedofili (dice il Papa)”. Più che nel presunto colloquio di Ottobre, Scalfari narra tutto il suo rapporto personale col Papa: il fatto che sia quest’ultimo a richiedere fortemente di conversare col Fondatore, l'”affettuosa amicizia” sentita e chissà se ricambiata, i colloqui nella stanzetta del convento di Santa Marta. Tutto piuttosto commovente.
L’omelia -trattandosi di una Messa- della domenica si sposa bene con la cronaca nera estiva, e con la tendenza scalfariana al portare il Papa sullo scabroso: si parla di pedofilia all’interno degli ordini religiosi, che Francesco -dice- punirà a dovere. Il passaggio che fa più discutere è però questo:

1Un fenomeno molto diffuso?
“Molti miei collaboratori che lottano con me mi rassicurano con dati attendibili che valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento. Questo dato dovrebbe tranquillizzarmi ma debbo dirle che non mi tranquillizza affatto. Lo reputo anzi gravissimo. Il due per cento di pedofili sono sacerdoti e perfino vescovi e cardinali. E altri, ancor più numerosi, sanno ma tacciono, puniscono ma senza dirne il motivo. Io trovo questo stato di cose insostenibile ed è mia intenzione affrontarlo con la severità che richiede.

Il Papa -che non disdegna un accenno volante e un po’ improvvisato sulla droga (??)- parla addirittura di una percentuale di pedofili all’interno della Chiesa, il 2% di “sacerdoti e perfino vescovi e cardinali”. Il passaggio, stranamente, come potete vedere, è aperto da virgolette, ma non chiuso allo stesso modo. Un errore del tipografo? Probabilmente.
Purtroppo non facciamo in tempo a capire con quale metodo la percentuale del 2% sia stata calcolata che questa rimbalza su media internazionali come la BBC. Che riporta così, e le virgolette le chiude tutte, all’inizio e alla fine:

“Among the 2% who are paedophiles are priests, bishops and cardinals. Others, more numerous, know but keep quiet. They punish without giving the reason,” Pope Francis was quoted as saying.

Il resoconto dell’incontro avanza tra digressioni sulla libera coscienza e didascalie sulle mafie, che uno Scalfari didattico fa pronunciare anche al Papa argentino. Alla fine della Messa, tra un abbraccio e un augurio, il Fondatore ricorda di fare la seconda domandona ad effetto, sul celibato, e Bergoglio risponde così:

2“Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò.

Che strano, lo stesso errore di prima: la risposta apre con le virgolette, ma chiude senza. Un altro refuso tipografico? Andiamo in pace.

Padre Lombardi -di nuovo, dopo mesi- dichiara che il pezzo è in generale attribuibile al pensiero del Papa, ma che i virgolettati non possono essere chiaramente riportati a battute realmente pronunciate dal suddetto. Ma nota anche quello che noi stesso abbiamo visto sul cartaceo di Repubblica:

Nell’articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente – le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura…Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?

Le virgolette in questione non mancano solo sul cartaceo, ma anche sulla versione online della Messa: questo fa pensare, e vuol dire che effettivamente la questione delle virgolette non è un refuso, ma una ben precisa scelta, al limite del messaggio subliminale.

Data la -come al solito- blanda e parziale smentita del Responsabile Stampa vaticano, le ipotesi ragionevoli sono due, di cui una piacevolmente romanzesca:
– Scalfari, per paura di essere ripreso più duramente dagli organi del Vaticano e di fare sgarbo all’amico Papa, decide autonomamente di non chiudere con le virgolette le più forti tra le presunte risposte di Francesco;
– Scalfari e Bergoglio escogitano un sistema del genere: non chiudere tra virgolette le risposte incriminate, provocare la smentita di Lombardi, far credere a tutti che quelle battute, in quella forma, non siano mai state pronunciate, lanciare così dei messaggi forti e discutibili lasciando la “croce” sulle spalle di un Fondatore mai tanto aperto a una cristianità in rivoluzione e che -se così fosse- starebbe davvero sparando gli ultimi colpi da maestro (chi scrive, si sappia, mal sopporta le prediche del vegliardo editorialista).

Fantagiornalismo? O meglio, fantareligione? Chissà.
Ma non è la prima volta che si discute di un colloquio ambiguo tra Bergoglio e Scalfari, e non è escluso che questi siano davvero utilizzati dal Papa nel senso prima descritto, fuori dagli schemi di una Curia sempre costretta a riprendere, correggere, inseguire, smentire con crescente debolezza. Che dire, aspettiamo solo la prossima “speciale” Messa, ne sapremo di più.
Amen, con buona pace delle virgolette.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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La Madonna di Oppido: la notizia non é l’inchino

Un pizzico fuori tempo, forse quello giusto per proporre una nota ed una riflessione sul caso nato dopo la processione della Madonna di Oppido Mamertina, paese della provincia di Reggio Calabria.

Nelle ore immediatamente successive al rito religioso, sulla rete, e successivamente sui media più classici, ha spopolato, é diventato virale, il video che ritrae la processione fermarsi dinanzi la casa del boss locale, e la statua della Madonna fatta inchinare proprio per l’occasione.

Più testimonianze hanno in realtà fatto presente che il “rito nel rito”, quello dell’inchino davanti alla casa del boss, sia tutto tranne che una notizia: é una scena che si consuma regolarmente da decenni. E com’è allora possibile che una non-notizia come questa abbia fatto tanto scalpore?

Ebbene, é uno dei classici casi in cui la non-notizia soverchia la notizia vera e propria. Notizia vera e propria che si configura nel fatto che le forze dell’ordine scortanti la processione, di solito compiacenti o quantomeno indifferenti di fronte al galeotto inchino, quest’anno abbiano deciso di abbandonare il rito a sé stesso.

Glissando sul prevedibile corredo di calembour mediatici che hanno accompagnato la faccenda (il reporter del Fatto Quotidiano maledetto dal parroco e cacciato dai fedeli davanti alla chiesa, o il collettivo chiedersi se la reazione delle forze dell’ordine fosse in qualche modo un ennesimo merito di Papa Francesco -che aveva scomunicato gli ‘ndranghetisti in pubblico pochi giorni prima, a -), la solita sensazionalizzazione della non-notizia a discapito della notizia può solo essere spiegata con una tremenda e dichiarata difficoltà del nostro giornalismo a raccontarci puntualmente realtà ancora troppo oscure e proprio per questo difficili da combattere: ‘ndrangheta, camorra, e una mafia che si evolve molto più velocemente ed efficacemente di qualsiasi burocrazia e di tanta impresa.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Le lacrime di Conchita (De Gregorio)

Conchita in realtà è Concita, Concita De Gregorio. Ma nel titolo lei è Conchita, perché a leggere il pezzo che Repubblica ha pubblicato stamattina, per fortuna solo a pag. 59, la De Gregorio si immedesima – ci prova, almeno – nello stereotipo del sudamericano in lotta perpetua e stavolta ferito, umiliato, letteralmente devastato dalla partita di ieri sera.

No, non bisogna essere sessisti, e quindi credere che le donne di calcio non ci capiscano niente a priori, per giudicare da sé, sin dalle prime righe: Conchita di pallone ne ha masticato poco, pochissimo. E chissà per quale interessantissimo incarico socio-giornalistico si è ritrovata a commentare il Mundial brasileiro, come fosse una sfilata di popoli alla boa della storia, con quel gusto terzomondista un po’ retrò ma anche molto melò: alla fine, sostanzialmente patetico.

Perché non la smettono, come possono. Non la smettono. Sono il popolo che non smette. Non la smettono.

Questi tedeschi devono essere proprio delle bestie inumane, e il calcio sublima magnificamente questo dato ineluttabile. Il lettore – vittima inerme, lo definirei – non può che pensare a Hitler, alla DDR, all’austerity. I più bravi in storia arriveranno sino al feroce pragmatismo ottocentesco della Prussia di Otto Von Bismarck.
“Non pensano alla vecchiaia di Filipao, i tedeschi, un tramonto triste e senza onore, non pensano che questo è il Brasile, accidenti, è pur sempre il Brasile”: appunto, è il Brasile, viene da pensare a noi cattivissimi. Ma non si scappa mica:

Sei, e poi sette gol, come uno scherzo osceno e cattivo. Perché il Brasile era già debole, era una squadra nervosa e leggera, una squadra fragile.

“Se n’è andato, il Brasile orfano del suo eroe fragile, dalla sua anima di farfalla, è svanito sotto il primo colpo: via la testa, via le gambe, via il cuore”: l’eroe fragile chi? Neymar? Il giocatore più forte del mondo sin da quando non era neanche un giocatore? Quello che fino a poco fa prendeva già più di Messi? L’ideale del macho smilzo che strega le più conturbanti modelle carioca?

La supercazzola politica, contundente per quanto contraddittoria ma pur sempre de sinistra, non può mancare: “La politica [del Brasile] che sfida le economie egemoni nel mondo”, e su Dilma Rousseff (prima donna Premier del Brasile): “Il Mondiale ha il suo volto, il suo sorriso duro di donna sola e ruvida, la sua salita solitaria”, che si addice benissimo all’erede praticamente diretta di un certo Lula.
Pietra tombale: “Vince Merkel, contro Dilma”. Manca solo ” ‘sta culona”.

Infine, un paio di scene di fantasia che entrano di diritto nel prossimo romanzo della Conchita:
“Lo stadio fischia la Germania che esulta”.
“Gli argentini che a migliaia invadono Rio al terzo gol si avvolgono di bandiere verdeoro, una cosa mai vista: sentono il peccato di superbia, sentono che non va bene così, non si può infierire.”

Perché così inaccettabile, perché tanta violenza chiede David Luiz tra i singhiozzi. Una maledizione indecifrabile. Il capitano, in diretta, piange a dirotto. Guarda la telecamera, gli occhi rossi e gonfi, ripete solo questo: perché?

Cara Conchita, ci hai letto nel pensiero. Anzi, lo ha fatto David Luiz, con le sue lacrime da bambinone di Dio. Dinanzi a questa impegnat(iv)a articolessa, anche noi ci ripetiamo dentro, come una supplica, solo e soltanto una parola: PERCHE’?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Ultimi residui di media-berlusconismo (e del suo opposto)

Infuria la notizia del doppio endorsement in quattro giorni.
A Renzi, ovviamente, il dominatore incontrastato di endorsement politici incassati degli ultimi cinquant’anni. Da parte di Piersilvio Berlusconi, vicepresidente di Mediaset.
Avete capito bene: PIER-SIL-VIO BER-LUS-CO-NI.

I giornali, i siti di informazione online, i tg: cercano di pompare la notizia a più non posso, di appiopparvi un riflesso scandaloso. Il figlio di Silvio Berlusconi, il nemico giurato della sinistra per un’epoca intera -quella che pare appena conclusa- può dichiarare più di una volta il suo apprezzamento per il leader del maggior partito di centrosinistra?
Può Piersilvio apprezzare “le doti comunicative -minori solo a quelle di mio padre-” o “la volontà di fare le riforme” del premier, può -da imprenditore- sperare in un rilancio dell’economia grazie all’azione del governo (come notoriamente tutti gli imprenditori seri a loro volta sperano, con qualsiasi premier e di qualsiasi fazione politica)?
O è ogni giudizio di Piersilvio per forza di cose viziato da una sorta di vulnus retrogrado, di colpa primigenia? E cioè quello di essere proprio figlio del padre a cui comunque -non è da nasconderlo- deve parecchia della sua fortuna?

Gli ultimi fiacchi residui del media-berlusconismo, e del suo opposto -il cosiddetto “antiberlusconismo”-, si allontanano comunque da qualsiasi prima pagina, da qualsiasi bocca prima cianciante. Un triste finale, per fortuna.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Anche il (Gran) Rifiuto del Meeting di CL è comunicazione

Il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”, anche noto soltanto come Meeting, è la serie di incontri e conferenze, lunga una settimana, organizzata ogni anno a Rimini dall’associazione cattolica Comunione e Liberazione. Distintosi negli anni come un evento di grande trasversalità politica, soprattutto dopo la caduta del comunismo – di cui ospitò negli anni ’80 i principali oppositori, uno su tutti il sindacalista polacco Lech Walesa, il Meeting ha accolto come relatori i più importanti, sia al momento dell’invito che in potenza, personaggi politici italiani. Tra questi, segretari di partito, Ministri, Presidenti del Consiglio e finanche della Repubblica.

CL non ci ha mai tenuto troppo a nascondere il suo rapporto privilegiato con il potere: Giulio Andreotti ne è stato eroe e vate politico per quasi quarant’anni sin dall’edizione inaugurale del 1980, accompagnato -in minor misura- dagli altri “cavalli di razza”, i democristianoni Forlani, Fanfani e Cossiga. E negli anni successivi CL non disdegnò neanche il feeling col premier socialista Bettino Craxi, nonostante quest’ultimo non avesse mai presenziato al Meeting. La fine del PCI portò a Rimini anche gli enfants prodiges della sinistra: D’Alema, Veltroni, il radicale poi verde poi cattolico Rutelli. Tra gli ex-comunisti il più presente, sin dal 1998, fu uno a cui il Meeting portò tuttavia pochissima fortuna: Pierluigi Bersani.

In particolare la presenza dei Presidenti del Consiglio è diventato un tratto caratteristico del Meeting, specialmente negli ultimi anni. Tratto caratteristico che ha provocato un’antipatia crescente, da parte di un elettorato di sinistra laica o comunque proveniente da una tradizione comunista e velatamente anticlericale, nei confronti di Comunicazione e Liberazione e della sua frequentata kermesse. Un’allergia al Meeting cresciuta soprattutto durante le edizioni degli anni 2000, durante i quali il Premier Silvio Berlusconi e i Ministri dei suoi Governi facevano da protagonisti incontrastati degli incontri con i politici di turno. Completano il quadro l’intervento inaugurale di Mario Monti nel 2012 su “i giovani per la crescita”, e quello di Enrico Letta, sulla “forza fecondatrice dell’incontro ” – ampia celebrazione delle ancora salde larghe intese, in apertura del Meeting 2013.

Poi trapela in qualche modo, ieri, da Palazzo Chigi, la notizia: Renzi, cortesemente, declina l’invito al Meeting di Comunicazione e Liberazione. Sorpresa, giubilo, conferma, dito davanti alla bocca a mo’ di zittimenti da parte degli antigufi (perché se esistono i “gufi”, devono per forza di cose armarsi anche i loro oppositori).
“Il primo Premier in carica a non andare al Meeting” è la vulgata che maggiormente prende piede anche sulle homepage dei siti d’informazione: ovviamente non è così. Nonostante CL, come descritto sopra, abbia sempre avuto un certo feeling con le istituzioni, a non presenziare da Presidenti del Consiglio sono già stati nell’ordine: Cossiga (che vi andò invece da Capo dello Stato), Forlani, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Amato, Ciampi, Dini, Prodi (che fu poi invitato come Presidente della Commissione Europea), D’Alema. Si recarono in veste di Premier al Meeting, invece, solo Spadolini, Goria, Andreotti, e i già citati Berlusconi, Monti e Letta.

Renzi non è il primo Presidente del Consiglio, insomma, a non andare al Meeting di Rimini, non sarà affatto l’ultimo e non è detto che non ci vada già dall’anno prossimo. Dove sta la mossa vincente, il punto preso, lo spariglio, il negare d’un colpo la propria tradizione popolare e boy-scout per conquistare i malfidati? Il tentativo di “recupero a sinistra”, il guanto di sfida verso chi giudica Renzi già un uomo-establishment, prende luogo anche in un (Gran) Rifiuto (al contrario però, rispetto a quello di Celestino V), come quello che il Premier fa trapelare, volutamente in forma di indiscrezione, tramite agenzia-stampa: “No, grazie”, risponde a CL. Addirittura! Anche a Comunione e Liberazione?

“Un colpo al cerchio ed uno alla botte”, dicevano eppure (e facevano), gli stessi democristiani.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Solidarietà, solidarietà a tutti (e per tutto)

La riflessione è scaturita leggendo l’ultima nuova riguardante la fenomenica (cioè rappresentativa di un fenomeno – il declino del calcio italico, ma purtroppo poco fenomenale) nazionale di pallone, appena riaccolta a casa con doverosa freddezza (anzi, praticamente non riaccolta, sostanzialmente ignorata).

Giorgio Chiellini, difensore della Juventus, la “vittima” del morso del terribile panzer uruguagio Luisito Suarez, esprime “solidarietà” al suddetto calciatore per la punizione ricevuta dalla FIFA. Specificando ben bene -per carità- che “le sentenze sono inequivocabili” e che il suo pensiero va soprattutto alla famiglia e ai difficili mesi – 4 – che passerà da qui in avanti (in compagnia del cannibale in effetti non c’è da stare tranquilli). L’atto di Chiellini viene interpretato inoltre, finanche dai tifosi che lo conoscono meglio, come un gesto di solidarietà riguardante gli attacchi indegni e le offese ingiuriose ricevute dal Suarez sulla sua pagina Facebook, da plurimi utenti di nazionalità italiana.

Da qualche anno, mese, a questa parte, insomma, sempre la solita storia: il personaggio noto, protagonista di qualche vicenda controversa o semplicemente forte, sottoposto a una gogna non più tanto mediatica ma virtuale. Un’orda di “troll” (in principio denominazione utilizzata soprattutto per i bot, ossia gli user controllati da computer nati col solo scopo di disturbare spazi virtuali, oggi vera e propria ragione sociale e termine offensivo destinato agli user controllati da esseri umani: “Sei un troll!”) che si scatena nei commenti a un articolo o una foto postata su Fb, o inventando hashtag inopportuni su Twitter: successe con Bersani al tempo dell’aneurisma, o nei giorni della rielezione di Napolitano. In questi ultimi giorni, l’Huffington Post italiano ci ha letteralmente “costruito” due piccoli casi: quello della Boschi e degli insulti sessisti, e quello sul minacciosissimo hashtag #nonfiniscequa, utilizzato in realtà da una manciata di ultras napoletani dopo la triste morte di Ciro Esposito.

Ma in attesa di chiarire una volta per tutte una questione importante, e cioè se costituiscono notizia – cioè fatto degno di nota, di essere divulgato e discusso – un numero x di commenti sul web esprimenti in varia maniera (spesso di dubbissimo gusto) una certa opinione o sentimento scabroso, scomodo, schifoso, disumano verso un certo personaggio o una certa situazione, é da notare un altro aspetto della questione. Un aspetto interessante, che opera una visibile distorsione nella comunicazione di molti soggetti – personaggi, testate o istituzioni – donando loro un numero potenzialmente infinito di occasioni per esercitare la benevola pratica della “solidarietà”.

Vuoi mostrarti sensibile ai casi di razzismo? Esprimi solidarietà per quei cinquanta commenti (su diecimila magari) di matrice razzista rivolti a un giocatore di colore. Vuoi cominciare una battaglia sui diritti delle donne? Il mondo del web pullula di sessismo, ovunque ci si giri. Vuoi dimostrare la disumanità dei militanti, degli elettori, dei “commentatori” di una pagina gestita dai tuoi avversari politici o concorrenti commerciali? Scatenare un flame (che vuol dire più o meno “rissa” in linguaggio social) é un gioco da ragazzi (appunto).

Per carità, non si vuole qui affermare che non sia giusto lottare contro anche ogni sopruso o prepotenza verbale, o ingiuria personale. Ma é anche l’ora di capire, per chi non l’avesse ancora fatto, che il web non fa altro che, nella maggior parte dei casi, dare voice a chi prima le ingiurie le bestemmiava in casa davanti alla Tv, e mostrare al mondo in forma scritta, chiara, e per questo tanto violenta e a tratti sconvolgente, le viscere sozze di un’opinione pubblica che nella sua enorme parte non é obiettivamente in grado di esprimersi “come si deve”. E che magari non ha la minima intenzione di farlo.

Tutto questo, come già accennato, fornisce innumerevoli dardi a un cinico -forse il più cinico, perché gioca su una sofferenza eventuale, immaginata, evocata, forse finanche reale- arco retorico, quello della solidarietà. La solidarietà da destinare a tutti – a chiunque faccia comodo – e per tutto – qualsiasi questione su cui poter fare leva. Un arco che può essere utilizzato in scioltezza da chiunque o qualunque comunichi qualcosa, ad un’audience di una certa importanza, e per puro tornaconto di immagine. E allora, la scocchiamo questa freccia? Solidarietà, à nous.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Unione Europea for dummies

1. La flessibilità che ci concede l’Europa sui conti pubblici é la stessa di sempre: praticamente nulla.

2. Il mutuo riconoscimento delle decisioni sull’asilo è scomparso dalle ultima bozza di conclusioni del vertice Ue. Sul fronte immigrazione non cambia nulla. Il problema degli sbarchi clandestini resta un problema interno all’Italia.

3. L’Italia ha detto sí alla nomina di Junker facendo gioco di squadra con la Germania, in cambio di parole, parole, parole.

Questo, per ora, é il quadro completo. Ed é chiaro che lo scenario attuale non premia in alcun modo l’Italia. Anche perché nel caso del nostro Paese ció che fa la differenza non sono le nomine ai vertici del governo dell’Unione, ma le politiche concordate da tutti gli stati membri. E al momento, quelle che riguardano l’Italia, sono affatto vantaggiose. Soprattutto se si considera che l’Italia di Renzi doveva farla da protagonista visto il trionfo politico alle ultime elezioni europee.

Caffè amaro