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Perchè L’Unità non va a vedere il bluff della Santanché?

E’ successa questa cosa qui: Umberto De Giovannangeli, da venticinque anni corrispondente per le vicende mediorientali de L’Unità, forse non sapendo più che scrivere di un fatto che obiettivamente purtroppo si replica sempre uguale a sé stesso, segue la linea dell’appena citata principale caratteristica del conflitto in Palestina e pubblica un pezzo che -toh!- aveva già pubblicato ben sette anni fa. A quanto pare la rete non ha perdonato neanche stavolta, e De Giovannangeli si è dovuto scusare così:

Nulla cambia. Questa è l’essenza del dramma. Così vale anche per i bambini israelaini di Sderot. Qui riconosco un errore. Nel voler trasmettere l’angoscia senza fine di quei bambini, ho riportato un pezzo di un mio reportage scritto nei giorni dell’operazione devastante di sette anni. Ho ripreso un passaggio che riguardava la condizione di una bambina, Tahal Pfeffer, 4 anni.
L’ho ripresa con le stesse parole perché la ritenevo emblematica di una condizione immutata. A Sderot son centinaia “Tahal”. Avrei dovuto ricordarlo. Non l’ho fatto, e di questo mi scuso. Ma volevo ricordare una tragedia attraverso lo sguardo di quella bambina che ho ancora negli occhi e nella mente. Tahal oggi ha 11 anni. Ma la vita dei tanti bimbi di Sderot è come quella di 7 anni fa. Tragica. Come quella dei bimbi di Gaza.

Sarebbe stato meglio scomparire per qualche giorno, piuttosto che produrre righe del genere. Nel dichiarare di aver voluto riprendere il passaggio con le stesse parole per rappresentare la “emblematicità di una condizione immutata” De Giovannangeli lascia intendere di credere che tutti abbiano letto quel suo memorabile reportage. Ma non rinuncia a farci credere che la Tahal in questione sia un’altra bambina, buttandola sulla popolarità del nome in questione.
Un bluff penoso. Che ho raccontato, sebbene il titolo del pezzo parli di tutt’altro, perchè dimostra la capacità ridicolamente dissimulatrice di uno dei tanti (57) giornalisti de L’Unità, la conseguente capacità di riconoscerne magari un altro, di bluff. Quale?

Una settimana fa ne è successa un’altra, di cosa: la redazione de L’Unità ha fatto produrre un video da Klaus Davi, in cui fa riprendere alcuni dipendenti in stato di supplica verso il premier e segretario del Pd Matteo Renzi. La prima scena, e lo si scrive con la massima solidarietà verso chi rischia di perdere l’impiego, dice tutto del tono del video (ecco qualcosa da leggere sulla retorica della gravida):

E’ di ieri la notizia che qualcuno che vuole salvare L’Unità c’è. Non è Matteo Renzi e neanche l’attuale editore Matteo Fago, bensì Daniela Santanché e Paola Ferrari (che, in quanto nuora di De Benedetti, gli uomini di sinistra dovrebbero considerare addirittura più pericolosa della prima, secondo l’opinione di chi scrive).
A suon di “questo è il giornale fondato da Antonio Gramsci” si sono levati gli scudi, e la proposta di acquisto definita “irricevibile”.

Forse se -invece di tener su un giornale fondamentalmente parassita e acritico verso Il Partito (in un mondo post-ideologico)- la ribelle, visionaria e abusata eredità di Gramsci fosse stata rispettata a pieno negli anni passati -magari anche facendo a meno di figuracce come quella di De Giovannangeli- non si sarebbe giunti a questa situazione scabrosa.
E allora ci chiediamo: perchè L’Unità non va a vedere cos’è che vuole davvere la Santanché? Perché non gioca un po’, L’Unità che sta affogando, a scoprire quello che è un probabile bluff di marketing della pitonessa? Preferisce davvero fallire, L’Unità, piuttosto che rischiare? Eppure di bluffare è capace, L’Unità.

Oppure dobbiamo pensare che anche quel video era un bluff, una boutade, una triste trovata comunicativa? Che dopo aver mandato avanti un giornale evidentemente fallimentare, ora si vuole sia la botte piena che la moglie ubriaca? O meglio: la redattrice gravida (da esibire su Youtube) e il Gramsci intonso (come ultimo scudo culturale)?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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