Forse ho capito una cosa, o più probabilmente la penso soltanto io e basta.
Nella lotta delle idee, per quanto ti possano sembrare stupide le idee di quelli che stai combattendo, se usi le stesse idee degli altri -o, ancora peggio, la stessa ideologia, che si potrebbe definire, in breve, come l‘algoritmo, il codice madre con il quale si producono idee su qualsiasi argomento-, non la spunti facile. Anzi, applicandola vai a confermare proprio l’ideologia dell’altro, dandogli un vantaggio competitivo difficilmente recuperabile.
Gli avvenimenti degli ultimi giorni mi hanno dato occasione di trovare altri esempi di questo bias della comunicazione “partigiana”, cioè non afferente all’informazione teoricamente obiettiva della stampa, ma votata a trasferire un certo messaggio ad una audience la più ampia possibile.
Prendiamo allora il #FamilyDay. Sabato pomeriggio, tante famiglie ed associazioni cattoliche hanno riempito piazza San Giovanni “in difesa della famiglia”, allarmate da quella che definiscono ideologia gender, dai presunti “uteri in affitto”, dalle adozioni per le coppie gay, e addirittura dalle stesse unioni omosessuali. Qual è stata la reazione prevalente di chi si opponeva alla suddetta manifestazione, o comunque uno degli argomenti più sbandierati?
Il partito Sinistra Ecologia Libertà (SEL), da sempre molto attivo sul piano dei diritti civili, si affida alle parole di Marco Furfaro:
Vanno rispettate le opinioni di tutti, ci mancherebbe. Anche se c’è una bella differenza tra una piazza che reclama…
Prendiamo la parte più sensibile del post: “Ma la cosa più insopportabile è vedere puttanieri, divorziati e risposati, gente che ha fatto figli fuori dal matrimonio, festini ad Arcore, pontificare sulla famiglia”.
Ecco:
1) Ma che ne sa Marco Furfaro di chi e quanti fossero “i puttanieri, i divorziati, i risposati eccetera eccetera eccetera” presenti al corteo di sabato?
2) Perché usa la stessa retorica bigotta e voyeurista della destra cattolica più atroce, che è quella che guarda in casa degli altri per insegnare una ormai -nel 2015- soggettivissima morale?
Furfaro casca nel grande tranello, si fa dettare l’agenda, si fa ficcare in testa un concetto ben preciso di “famiglia”, o di “famiglia tradizionale”, e invece di contestarlo a monte lo utilizza lui stesso contro quelli che lo sbandierano. Risultato: non ha convinto nessuno a cambiare idea, ed ha parlato solo a quelli che ragione gliela danno già di solito.
Ivan Scalfarotto, Sottosegretario di Stato al Ministero delle Riforme costituzionali e Rapporti con il Parlamento nel Governo Renzi, a un certo punto del pomeriggio di sabato critica, legittimamente, gli intenti della manifestazione. Ma compie un errore, come dire, lessicale: definisce la stessa “inacettabile”.
Perché Scalfarotto è vittima della stessa tendenza illiberale di coloro che stava criticando, la stessa parolistica negativa, quella del “non si può fare, non si può dire”, e per giunta dai banchi del governo?
Infine, sempre sul profilo Fb di SEL:
Questa è quella gente che poi definisce il pride «una carnevalata». Per dire.
Spero abbiate capito perché questa “critica” al raduno leghista di Pontida è, secondo il mio ragionamento, assolutamente inefficace: vorrebbe dire che mi sono spiegato bene. O, perlomeno, meglio di chi fa uso di questa retorica antiFamilyDay/antibigotta.
Ecco qua, ho fatto la cazzata. Ho pensato, dopo aver visto ieri sera 10 minuti -ed aver cambiato in preda all’angoscia- di Servizio Pubblico Final Episode La Vendetta AKA Rosso di Sera, di andarmi a rivedere tutto -o quasi- lo show, stamattina, in ufficio, con la camicia pesante presa a Porta Portese, l’aria condizionata dritta sul collo, le cuffie presa USB, due colleghi assonnati poco meno di me. Obiettivo? Portare la mia personale critica televisiva -se vabbe’, mo’ pure le critiche televisive te metti a fa’, Shcarà’- a questo decadente calar di sipari del matador napoletano del talk-show militante.
Nun l’avessi mai fatto.
Via, si parte con l’omelia iniziale del Santorone nazzionale -non è un refuso, forse non avrei neanche dovuto dirvelo-. Silvio non c’è più, c’è Matteuccio, a cui “piace più Verdini che Landini” (e fa pure rima AH AH AH), ma a cui vale la pena fare un “in bocca al lupo”, anche se -perché noi de sinistra mica semo rancorosi- “poteva stare qui con noi ma ha scelto di non venire”. Chiusura: “A noi non piace il presepe, piace il ROSSO!”. Vabbe’.
A corredo, il compianto Pino Daniele, che dice bene: “Putesse (possa io) essere alle(g)ro”. Eh, magari, anfatti:
La classica copertina del punciball (che sarebbe in gergale il punch-ball) preferito di fascisti, grillini, ladri, mafiosi, politici, tutti, il nostrissimo Luca Bertazzoni, ha luogo tra le strade della città, Firenze, da cui si svolge anche la diretta. Per fortuna oggi non je mena nessuno, ci sono solo mercanti sconsolati a sbiascicare: “Mi fan cahare tutti”. L’inviato ricetto però chiede a tutti: “Ma lei è DE SINISTRA o no? E Renzi???”, fino a quando uno gli rifila un sacrosanto “E chi se ne frega di che è”.
Poi “per caso” compare Ceccherini: “Renzi m’ha dato il pacco in pizzeria”. E dall’interno di un bar mette su una performance cantata eccezziunale veramente:
E la chiamano estate, questa estate senza sordi
Le vacanze al mare per quest’anno te le scordi
[…]
“L’ha scritta Renzi, io non c’entro”. Vabbe’ /2.
È già il momento di Marcone Travaglio che, accompagnato dalla bella (davvero) Giorgia Salari, mette in scena una parodiona mista del renzismo mediatico, il “Renzculpop”: accosta le cronache di vita quotidiana del premier a quelle del Duce e va a picchiare “santa” Maria Elena Boschi, dal vangelo secondo Matteo. Simpatico, eh: peccato che per Travy, stasera, è già finita qui.
Parte il retroscena acerrimissimo introdotto da De Angelis dell’Huffington Post. Scenari apocalittici in pura estetica V per Vendetta, le convergenze di destra del Renzi berlusconico, il caos governativo da ultimo bunker hitleriano, finanche lo spauracchio di una terza Mafia Capitale: “Sarà la fine?”. BWUAHAHAHAHAAHAH…
Incomincia la sfilata delle testimonianze sulla scuola: l’insegnante con un’idea sulla Costituzione -“diversa da quella di Renzi”, ça va sans dire-, e lo studente freak in pantaloncini con la maglietta rossa che raccoglie i pomodori ma anche studia e urla e ansima e “nessuno ci ha ascoltato”. Vabbe’ /3.
La situazione migliora tantissimissmo quando compare Franco Battiato esibirsi in “Inneres Auge”..
..ma fa presto a rifarsi imbarazzante: una rappresentante delle lavoratrici dei call center -e mi dispiace veramente un casino per loro-, presentata da Santoro come una tosta, approfitta dei suoi personali 15 minuti di gloria facendo più o meno così:
NOI VOGLIAMO IL LAVOROOOO CI SPETTA DI DIRITTOOOO
NOI NON POSSIAMO PERDERE IL LAVOROOOO
CI È STATO TOLTO PERCHÈ COSTIAMOOOO
NON ESISTEEEE NOOOO NON CI STO NON CI STIAMOOOO
TUTTE INSIEME URLEREMO PIU FORTEEEEEEE
CI DOVETE AIUTARE CI DOVETE DARE IL LAVOROOOO
Santoro la interrompe, e in un momento di grande lucidità si ricorda di fare il giornalista: “Ma perché costate troppo, Serena?”.
“PERCHE’ PAGANO TROPPO DI CONTRIBUTI CI SONO TROPPE TASSEEEEEE”, e poi: “VOGLIONO GUADAGNARE SU DI NOI, NOOON VA BEEEENEEEEEE”. Vabbe’ /4.
A una certa, così, arriva la Ferilli. Eccallà. Che ci dice cos’è la sinistra. Berlinguer, il cinema, popolarità ed impegno. Aspe’.. popolarità ed impegno, “ci siamo allontananti dalla popolarità e così anche dal popolo”: lo Spirito Santo sembra che sia sceso su una Sabrinona d’un tratto brillante come quando la Roma vinse lo scudetto. “La base è IL LAVORO, L’IMPIEGOOOOO”, e infine: “Quando Michele mi ha detto di portare qualcosa di rosso, io ho portato me stessa”.
Bum.
Ma come le ciliegie, che so’ appunto rosse, una tira l’altra: arriva Bianca Berlinguer, che racconta la sua adolescenza da ragazza normale, “che non andava a consegnare l’Unità la domenica mattina” come gli altri ragazzetti del PCI.
E mentre uno pensa che Bianca è solo stata una cattiva militante di Vigna Clara, da Santoro è tutta nostalgia dei bei tempi, una amena rivisitazione edulcorata della lotta politica d’antan, un “si può combattere senza delegittimarsi”. Che palle.
Dopo una ricostruzione sceneggiata su Mafia Capitale in stile Italian Epic & Quadraro, “Roma s’a magnamo” e colloqui dar carcere by Salvatore Buzzi, si prosegue coi classici:
– Guido Ruotolo -a cui, seriamente, dobbiamo star vicini per le minacce subite dalla camorra-;
– Gad Lerner;
– Nicola Piovani, su cui balla addirittura Carla Fracci;
– J-Ax che viene a promuovere il disco. “Lui è uno TOSTO EHHHHH!!!” fa Santoro, che in realtà pare lo dica un po’ a tutti.
Momento d’enfasi: “E adesso… MAURIZIOOO LANDIIIINIIIII.. (e Giulia Innocenzi)”. Appunto, la parentetica Innocenzi non ha che un’unica funzione, cioè dare il LA a Maurizione che attacca il comizione:
“Non ho capito cosa hanno fatto di male quelli che per vivere debbono lavorare, pagano le tasse anche per quelli che le evadono, gente onesta che non è rappresentata, Renzi vuoi cambiare il Paese? Lo devi fare con noi.” A un certo punto Renzi è addirittura colpevole di esser “volato negli Stati Uniti”, biriccone. E ciao, perché arriva Alba Parietti versione figlia del partigiano: “Mi chiamo Alba perché Alba è la prima città liberata dal nazifascismo”. E Alessandro Mannarino, che stavolta non s’è ‘mbriacato e ha fatto male, e Vauro che si merita un Vabbe’ /5.
Finalmente.. “Un po’ di OPERAI!”. Quelli, che per una volta hanno l’occasione di raccontare i loro problemissimi a un grande pubblico -dalle facce sconsolate riprese in platea si avverte il dramma, e lo avverto anche io-, alle fine vengono ridotti sempre alla stessa maxima quaestio:“Che vuoi dire a Renzi?”. Nessun contraddittorio, ovviamente, all’operaione di Fincantieri con la coda e la maglia rossa della FIOM: un’estetica, come dire, passatuccia.
Dopo una sortita del critico d’arte Tomaso Montanari in polemicissima con le politiche culturali fiorentine, arriva Teresa De Sio per il finale. Compare una lunga bandiera rossa sotto il palco, si incomincia a temere il peggio e…
..NO, nun ce credo, Bella Ciao.
Cor tamburello. Vabbe’ /6.
Si chiude così il sipario sull’ultima avventura televisiva di Michelone Santoro: Vespri ineludibili di retorica stantia, sfilata di tutti gli immancabili personaggi, da quelli noti -Travaglio, Landini, Vauro e amici- a quelli tipizzati -lo studente, l’operaio, l’insegnante-.
Ma ciò che ho pensato più spesso durante la sconfortante visione è stato: “Ma questi, a chi parlano?”. Boh. Un piantissimo amaro.
È acclarato che Saviano abbia copiato da tre articoli di cronaca apparsi su due quotidiani pubblicati dalla casa editrice Libra. Lo ha fatto scrivendo il libro che lo ha consegnato alla gloria e all’élite intellettuale del nostro paese, Gomorra. Lo ha fatto, come conferma la sentenza della Corte di Cassazione, riportata correttamente da Dagospia. E lo ha fatto nonostante Il Corriere del Mezzogiorno e Il Mattino oggi titolino “L’opera è originale”.
Certo, per il 99,4% “l’opera è originale”, ma non per lo 0,6%, come lo stesso Saviano ha alla fine ammesso. Ma l’originalità creativa di Gomorra non era mai stata messa in discussione, neanche dalla stessa Libra, che si era limitata a chiedere 600.000 euro di danno per gli stralci rubati. I 600.000 euro si sono in Appello ridotti a 60.000 dopo il ricorso di Saviano, che però ha insistito nel non voler citare le testate che contenevano gli articoli della discordia. Perché mai?
Perché l’editore di Libra, Maurizio Clemente, è stato condannato in primo grado a otto anni e mezzo di reclusione per ricatti a mezzo stampa. Quindi, automaticamente, Saviano butta a mare, non riconoscendolo neanche con una citazione a margine, tutto il lavoro -rischiosissimo, come lui bene dovrebbe sapere- dei giornalisti a cui ha “sequestrato” pezzi di articolo per la sua opera maxima. Salvo poi -solo a latere dei pezzi usciti ieri narranti la sua innocenza- esprimere solidarietà al giornalista Enzo Palmesano dallo stesso Clemente licenziato per volontà del boss Lubrano.
Ma se questa casa editrice, e dunque secondo il giudizio dello scrittore anche tutte le sue testate e i suoi giornalisti -tranne, si apprende, il suddetto Palmesano- erano in odor di camorra, perché Saviano ne ha “rubato” dei pezzi? Perché, se se n’è eventualmente accorto solo in seguito, non ha richiesto alla Mondadori di rivedere una delle tante edizioni di Gomorra stampate in questi anni?
Una storiella che sa tanto, più che altro, di una sconfortante pigrizia disintellettuale, oltre che del peloso solito puritanesimo giudiziario.
Una storia notturna, ambientata nella graziosissima libreria della Minimum Fax a Trastevere.
Ci entro dentro verso le 00.30, ci siamo io, due ragazze, la libraia e un tizio assurdo. Lo vedo gironzolare inutilmente e ogni due minuti rivolgersi alla libraia: non parla italiano, è visibilmente ubriaco, si presenta in maniera piuttosto viscida. Continua. Mi giro verso la libraia, piuttosto agitata, e le faccio “Ce sta a prova’?”. Lei ne approfitta per chiedermi di rimanere sino a chiusura e accompagnare fuori il tizio.
Passano cinque, poi dieci minuti, questo sta ancora lì, allora la libraia dice che chiude, quello le ritorna vicino, la risaluta per mano. Io facendo finta di cedergli il posto, lo faccio uscire ed esco assieme a lui, ma rimango lì davanti alla libreria. Il tizio non se ne va ed è ufficialmente un po’ inquietante.
La libraia mi chiede di rimanere e di aspettare che lei finisca una cosa che però “non posso vedere” -il conto cassa, vabe’-, e mentre continua a ringraziarmi e a darmi dell’angelo -del cherubino forse? LOL- mi dice che mi regala un libro. Io: “No, vabbe’ dai, figurati”. Lei insiste, dicendosi spaventatissima e ringraziandomi ancora.
Penso a quanto cazzo costano i libri al giorno d’oggi, e a quanti pochi purtroppo ne compro, adocchio quel libro che vedete nella secondo foto – DFW – e le faccio “vabbe’, avrei deciso quale prendere allora..”, lei lo aggiunge al “suo” conto e me lo mette in una busta insieme a un piccolo taccuino della MF – yuhu!! -.
Finisce ‘sta chiusura della cassa, faccio capolino fuori.. Il tipo non c’è più. Ottimo, “comunque piacere” – si chiama Sara – faccio per andarmene verso la piazza ancora frequentata da gente allegra e turisti americani ed ecco che lo rivedo, il tizio, ciondolante, ancora, lì, a dieci metri dalla libreria. Aritorno dalla libraia, che intanto sta chiudendo, e le faccio “Senti, ti aspetto fino all’ultimo”.
Fa quello che deve fare, ringrazia ancora scherzando su un’eventuale “cronaca di Roma”, sale sulla bicicletta e se ne va. Alla fine sono stato promosso a santo, ha detto che finirò nel paradiso dei librai. Speriamo almeno che lì ci siano tutti i libri che non avrò avuto il tempo di leggere sulla Terra. Buona notte.
Molti ne stanno parlando oggi, delle parole di Eco -tra l’altro da verificare almeno con un video o una registrazione audio, anche se ampiamente verosimili nonché corroborate da precedenti-, quindi non c’è neanche bisogno di ripetere che “è la democrazia, bellezza” o che è sempre la stessa storia per qualsivoglia nuovo media che compare nell’ecosistema comunicativo umano.
Colgo l’occasione per mettere il focus su un aspetto di positiva proposta, che è: incominciamo ad educare al digitale. A cosa vuol dire usare i social media, aprire un blog, cercare e acquisire informazioni su Internet. Insegniamo cosa abbiamo capito noi, consci dell’incompletezza e dell’imperfezione di una materia in continua evoluzione e trasformazione, soprattutto ai più piccoli.
E poi la colgo ancora per tornare a picchiare (metaforicamente: c’era bisogno di dirlo?) Eco, che da intellettuale finissimo qual è(ra), ci ha rifilato una banalità infarcita di altre banalità. Eco ci ha detto che laggggente è scema, che dice e scrive boiate. Ci ha detto che bisogna controllare le fonti. Ci ha detto che l’internèt peggiora la situazione, perché di quelle boiate ce ne fa vedere tante e tutte schierate lì, a disturbare le nostre auree convinzioni e sicurezze: concetti già vecchi di almeno cinque anni.
E si sa, se c’è una cosa che è immorale è proprio la banalità:
Va in giro da ieri un video -simpatico, per la verità- in cui l’inviato a Berlino del Corriere della Sera Nino Luca intervista un po’ di tifosi e italiani emigrati nella capitale tedesca in occasione dell’attesissima finale di Champions League tra Juventus e Barcellona.
Negli ultimi trenta secondi del video, l’inviato incontra nientepopodimeno che Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo. Alla domanda “Juve o Barcellona”, Schulz risponde “Juve”. A “Risultato?”, qualcuno urla da davanti “TRE A UNO!!”. Schulz ammicca: “Realistico”. A quel punto il prode Nino Luca ci inserisce l’attualità: “E la ripresa italiana”? “Realistica anche quella”, con una risata accomodante e sincera, tutto tranne che sarcastica.
Il giornalista ne approfitta per il titoletto allusivo in cui si fa intendere che Schulz in realtà intendesse che nè la vittoria della Juve nè la ripresa italiana fossero realistiche. E via con migliaia di click e condivisioni gravide di improperi. Un altro pizzico di sentimento antitedesco ed antieuropeo è servito, tanto per raffreddare gli animi.
Stamattina, come purtroppo spesso accade nel nostro paese, un blitz multiplo in varie città ha prodotto dei fermi di persone indagate per quell’intreccio di inchieste sull’organizzazione criminale comunemente nota come Mafia Capitale.
Nessun approfondimento giudiziario qui, molti lo fanno meglio di Mediabias. Ci interessa piuttosto andare a spulciare come la notizia è stata accolta sulle homepage dei giornaloni, e notare nuovamente una tendenza comune in tutta la comunicazione italiana, politica e non, scritta e verbale: il “feticisimo dei numeri”.
Ecco qui La Stampa, “44 arresti: in manette anche consiglieri comunali”:
Il Fatto, “A Roma 44 arresti e 21 perquisizioni”:
La Repubblica, col più stringato “44 in manette”:
E infine il Corrierone, che spara sin dalla prima riga, “Mafia Capitale: 44 nuovi arresti”:
Cosa vuol dire “44 in manette”? È la quantità dei fermi un indicatore attendibile della gravità o dell’ampiezza dell’inchiesta? Cosa ne sarà di quei 44? Saranno tutti arrestati, sono tutti già dei delinquenti, o magari più della metà di loro sono stati prelevati per essere solo interrogati? Come andranno quei 44 processi, sempre che tutti i 44 saranno passibili di processo?
Il numero “44” è uno se non il più importante degli elementi nei titoli di oggi. È il feticismo dei numeri: un “dato”, anche se totalmente irrealistico alle orecchie dei più informati o attenti, è sempre rafforzativo di qualsiasi argomento, punto, discorso. Non lo vediamo solo nei giornali, ma anche nei discorsi di politici e non, nei talk-show, nei programmi elettorali. E, imponentemente, lo abbiamo potuto osservare nel post-voto.
Se poi l’abuso di un numerello può anche attizzare la fantasia manettara del lettore/ascoltatore, va anche meglio: 44 gatti..
I dati elettorali, come dopo ogni elezione, vengono utilizzati un po’ come si vuole da ogni singolo commentatore o, ancor peggio, anche dalla maggior parte degli attori fino a poco prima coinvolti nella disputa.
La storta visura dei numeri scaturiti dai seggi, la siddetta “analisi dei flussi”, l’artificio della congettura post-elettorale sono il BIAS per definizione, in quanto archetipo della “manipolazione del reale”. Posto che niente è più reale di un dato grezzo e nitido agli occhi come solo un numero può essere.
Numerose sono le distorsioni di cui abbiamo potuto sentire in questi giorni. Tuttavia qui puntualizziamo solo quella che più dà adito a editoriali e chiacchiericci: il presunto calo o rialzo nelle percentuali di voto di una data lista/partito rispetto a una passata elezione. Il problema si palesa quando il confronto viene fatto con un’elezione di un tipo completamente diversa da quella che si sta cercando di analizzare.
Questa sessione di elezioni amministrative si prestava particolarmente al giochino, giungendo esattamente un anno e una settimana dopo quel test di pura opinione politica che furono le elezioni europee di maggio 2014, quando il Pd sfondò tutte le aspettative conquistando un mastodontico e impositivo 40,8% contro il 21,15 del M5S. Alle ultimissime elezioni, tuttavia, aggregando i dati di tutte le regioni, il Pd riduce drammaticamente il suo sostegno al 23,7% e il M5S al 18%. Tutta la stampa, adducendo questa ed altre ragioni, parla univocamente di crollo del Partito Democratico e “stop al Governo Renzi”, sottointendendo una valutazione politica nazionale ad un voto prettamente locale.
Brevemente, vediamo le cose come stanno: se il voto alla lista del Pd risulta sicuramente ridimensionato, l’area di centrosinistra rimane preminente, e chi conosce un minimo il funzionamento di elezioni amministrative come quella regionale, sa che il voto si frammenta in una miriade di liste, direzionandosi verso vari candidatucci ai diversi Consigli rappresentativi. Questo vale soprattutto per il Pd che, in definitiva, non perde poi molto rispetto all’anno prima (un calcolo che aggrega il voto alle liste “affini al Pd” -che anch’esso, c’è da dire, lascia il tempo che trova- dà tutta l’area intorno al 38%: rispetto al 41, un calo di tre punti).
Anche il 18% del M5S, in confronto ai risultati delle nazionali 2013 e delle europee del 2014, fa parlare di un calo importante. Eppure non serve un grosso ragionamento politologico per comprendere che un’elezione locale prevede necessariamente un forte radicamento sul territorio, come sopra descritto, e che la media del 18% per un movimento relativamente nuovissimo rappresenta un risultato degno.
Non sorprende é non reca troppo danno che a gettare fumo negli occhi riguardo l’interpretazione del reale siano partiti e politici, sempre comprensibilmente impegnati nel portare acqua al proprio mulino. Che lo stesso venga però fatto da autorevoli giornali, giornalisti e giornaloni sì. È il grande bias elettorale, signori, e ne avremo ancora per un po’.
Massimo Gramellini, lei è un “intellettuale” dotato di indefessa capacità nell’affrontare la noia del quotidiano, del già visto e sentito, dei soliti argomenti. Quello spleen che prende a tutti quelli che seguono continuamente l’alveo mediatico, quella stanchezza nel vedere sparati a mille il tema che allo stesso tempo arrapi e narcotizzi il popolino. Quello che è solito guardare dall’alto dalla sua marmorea borghesità torinese.
Massimo Gramellini, io la stimo, perchè ogni giorno per lei è un giorno della marmotta, un giorno in cui deve assolutamente trovare qualcosa di significativo, emozionante, toccante, strappalacrime, moralizzante, predicante, un giorno nel quale deve affrontare quel lavoraccio chè il suo ultracondiviso (e, per bene, condivisibile) Buongiorno.
Oggi purtroppo anche a lei, caro Massimo, è capitato che finissero le buone parole.
Ha pubblicato questa foto bellissima -davvero- ed è arrivato a fatica alla fine della colonna -un centinaio di parole-, concludendola così: “Oggi il Buongiorno è questa immagine. Non c’è niente da aggiungere. Solo da condividere”. Toccatissimi.
Poi però, insomma, qualcosa la doveva aggiungere, per contratto almeno a 200 parole ci deve arrivare. E si avventura dunque in una profondissima analisi fenomenologica dell’abbraccio, che “contiene già tutto”. Meravigliosa, per carità, ma devo confessare che, pur a centinaia di chilometri di distanza, le intravedo una goccia sulla fronte. Per fortuna può poi concludere così, di nuovo: “Il resto, a cominciare da queste, sono soltanto parole”.
Maestro Gramellini, lei lo sa, ed oggi lo ha anche scritto: a volte non ci sono parole.
E allora mi conceda un umile consiglio: quando proprio non ci sono, è meglio lasciar perdere.
Espellendo la Grecia dai palazzi di Bruxelles si sancisce che quelle chiamate elezioni non sono altro che una farsa rituale che avviene all’incirca ogni 4 anni, un po’ come i mondiali di calcio o le Olimpiadi. Appassionano milioni di persone, costano un sacco di soldi e una volta concluse il mondo non è cambiato di una virgola. Le decisioni vengono prese in altri luoghi. Spesso negli uffici alla moda all’ultimo piano di grattacieli di vetro, da affaristi e banchieri ben vestiti. La volontà popolare, quella per cui 70 anni fa sono morti milioni di uomini e di donne, vale meno della Dracma, oggi.