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Trump risponde alle accuse di stupro

Sulla Trumpeide altre due cosette vanno dette, poi basta, aspettiamo il dibattito

1. Il maggior argomento di difesa sembra essere da parte di Trump e trumpisti è dichiaratamente questo: “Criticate tanto Trump, ma poi Hillary È MOGLIE DI UNO STUPRATORE (Bill).” A parte che non risulta che Clinton abbia ‘stuprato’ alcunchi, a me pare ci sia un maschilismo violentissimo, un doppio standard, in questa difesa/attacco: la moglie che deve controllare sia il marito che sé stessa, il marito che boh, in fondo può far quel che gli pare (a patto che non sia dinanzi una telecamera)

2. Non penso si potesse scegliere una storia migliore per descrivere l’ipocrisia lancinante e pervasiva del dibattito pubblico americano. Che aveva già accettato, digerito, spesso promosso un idiota patentato, già chiaramente sessista, a quasi-Presidente degli Stati Uniti d’America, per poi provare a risputarlo fuori “dal giro” (con effetti dubbi, come vedremo) con un videotape di 11 anni fa sì assolutamente riprovevole, ma così scontato e fuori contesto..

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Republican Trump(oil)

1. Molti candidati Repubblicani al Senato e alla Camera si stanno distanziando – o stanno pensando di farlo – da Trump. Di esempi su tutti: McCain, che lo ha dichiarato, e Rubio, che lo lascerà intendere. Non due da poco. Credono sia il momento buono per provare a salvarsi da un suo tracollo, se non sostituzione (con Pence?).

2. Pur di liberarsi dalla sua eventuale legacy (mettiamo che Trump vinca: 4 anni di trumpismo quanto fanno male al conservatorismo liberale?), pare che un certo establishment repubblicano stia peoprio decidendo di rinunciare a quest’altro term, che sarebbe il terzo di seguito, e di sabotare la campagna del loro candidato Presidente. Che l’architetto sia Paul Ryan, House Speaker, che ha appena annullato il primo evento di campagna con Trump? Obiettivo: resettare, ricominciare, ripulirsi, brillare nel 2020.

3. Non è detto che un così esplicito rifiuto e ritiro del sostegno da parte dell’establishment repubblicano costituisca poi un vero danno per Trump. Ve le ricordate le primarie repubblicane, che quello stesso establishment lo hanno schiantato? Trump, e lo si vede bene già dal suo ultimo post su Facebook, durante questo mese giocherà sempre più all’ “uno contro tutti”, al “Donald contro il sistema”. Ultimamente funziona, sapete? Forse non abbastanza negli Stati Uniti, ancora.

4. Comunque il vantaggio della Clinton rimane sostanzioso, e si solidifica. Ora è in vantaggio in tutti gli stati in bilico, compresa la North Carolina, affatto scontato. Se domenica dovesse andare molto meglio di Trump al dibattito, provocandolo e facendolo andare fuori di testa, forse potremmo chiamare il “game set match”.

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Presidenziali USA e debito pubblico

Negli Stati Uniti non si parla di debito pubblico durante la campagna presidenziale. Zero. Non è in agenda. E nessuna proposta significativa a riguardo. Trump vabbe’, figurarsi: dài. Ok. Hillary forse pensa che con un po’ di scaramanzia (o un po’ di tagli, di cui è meglio non parlare, a meno che non si tratti di parlamentari – coff coff) può semplicemente replicare l’avanzo di budget ottenuto dal marito a fine anni ’90. Eppure il debito pubblico americano è più o meno equivalente a 20 trilioni di dollari, il 125% del PIL, di cui il 10% è posseduto dalla Cina. Pensate che quello italiano equivale al 130%, ma per noi invece è costantemente una spina nel fianco. Ed è costantemente sui media.

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Invidio, la fiducia nel potere

Invidio, fortemente invidio, la spropositata fiducia che hanno tanti italiani nel potere, nella sua capacità di muoversi e cambiare positivamente e razionalmente.

Ma il potere, in questo Paese, e ne abbiamo la dimostrazione in queste ore “concitate” – ma per chi? – cambia solo faccia, senza spostarsi mai da quelli che “contano”. Dimostrazione esemplare ne è chi doveva demolire tutto e si riduce a un teatrino di “infamia” e squadrismo becero.

E poi siamo tremendamente, TREMENDAMENTE CONSERVATORI. Stretti nelle nostre piccole necessità, nel bisogno d’essere confortati del fatto che nessuno ci toglierà nulla per darlo a qualcun altro che magari ha più bisogno. Preferiamo cadere tutti, piuttosto, scivolare nella continua ripetizione della farsa.

Molto molto scoraggiato.

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Clinton-Trump, round 1. Le regole tradizionali non valgono più

Ho visto il dibattito all’Università. Torno a casa moderatamente certo di trovare non dico entusiasmo per Hillary Clinton, ma un onesto riconoscimento della superiorità in tutti i campi della suddetta nei confronti di quel demente di Trump.

I miei coinquilini sono due ragazzi piuttosto colti, cresciuti nella periferia benestante di DC, in Northern Virginia, tendenti democratici. Rappresentanti di un’educata middle class, avremmo detto una volta.

E niente.. A quanto pare l’unico cittadino americano in casa, che era un voto quasi certo per Clinton, pare abbia cambiato idea. Non la voterà. L’altro, cittadino lituano residente negli Stati Uniti, ancora sveglio a letto, mi ha fatto: “Ho odiato molto di più la Clinton di Trump. Sembrava un robot: quel sorriso, quell’arroganza..”

Hillary sembra soffrire di un deficit enorme di popolarità tra i “millennials”, così come di credibilità, di calore umano, di pura e semplice simpatia. E nonostante quello davanti (o di fianco) a lei sia tecnicamente un ragazzino di 15 anni con le conoscenze di uno di 12, quest’ultimo risulta comunque più autentico, “meno corrotto” dalla politica. Anche ad americani dotati di un livello culturale superiore alla media, sì.

Forse non ci rendiamo conto che le regole tradizionali della politica contano sempre meno. O che magari stiamo davvero passando a una nuova era, in cui la “mediazione”, la “preparazione”, le “proposte concrete” (a proposito: io ne ho sentite molto di più nel dibattito fra Giachetti e la Raggi, e ho detto tutto), la stessa realtà, hanno sempre meno influenza sulla realtà e sulla pubblica opinione. Con tutti i traumi e i disastri che questo passaggio porterà con sé. Così come, a lungo termine, con tutte le interessanti (e forse anche positive) novità.

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Il bias olimpico

Non ero un sostenitore acritico del progetto delle Olimpiadi, né ho una simpatia particolare per coloro che si sarebbero trovati a gestirne le sorti – e contemporaneamente della città di Roma. Inoltre, era chiarissimo – e forse anche giusto – che finisse così, dato il risultato elettorale.

Però sono due le cose che mi inorridiscono del modus operandi che ha portato a questo NO senza ulteriore appello. La prima riguarda la logica – il “bias”, come qualche tempo fa avrei scritto con Massimiliano Pennone sotto l’occhio severo di Claudio Velardi – che ha portato alla decisione, o che con la decisione si è voluto accontentare: “Se è andata male le scorse volte, non può che andar MALISSIMO la prossima volta. Non importa come, chi, né perché lo faccia”. Senza girarci troppo intorno, e usando una piccola iperbole (neanche troppo iperbolica), un approccio che porta dritto dritto all’estinzione.

La seconda riguarda lo stile del sindaco Virginia Raggi. Lo stile umano, non quello istituzionale – non sono un amante delle cerimonie, affatto. Se era animata da un tale disprezzo antropologico, la Raggi, perché ha rifilato il due di picche a Malagò, fingendo impegni improvvisi e andando invece a pranzo fuori? Perché non gli ha teso un trappolone, piuttosto? Perché non un bello streaming – come insegna la religione della trasparenza – in cui dire in faccia a Malagò che “tu e tutti i tuoi amici affaristi palazzinari e bla bla bla mi fate schifo, e i cittadini di Roma non pagheranno per i vostri affari!!1!”?

Sarebbe stata una mossa senz’altro spettacolare, viralissima, acclamata da un pubblico sempre più inferocito e disilluso. E sempre più innamorato della sindaca, purtroppo, se il fiuto da questa distanza non mi inganna. Invece no: la sceneggiata, la conferenza stampa con la claque, il comunicato spiccicato.

La verità è che la prima vera esperienza di governo del Movimento Cinque Stelle – che ricordiamo, non ha ancora nominato un Assessore al Bilancio per la Capitale d’Italia, a tre mesi dalle elezioni, tre – non è solo terrificante dal punto di vista amministrativo. È anche triste, inetta, pochissimo “umana”, falsa come una banconota da tre euro. Noiosa, no, quello no. Almeno quello.

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I padroni esistono ancora

La notizia di gran lunga più grave, preoccupantissima, devastante di oggi è l’assassinio dell’operaio Abdel Salam, avvenuta stanotte a Piacenza, davanti al posto di lavoro.

L’unica colpa di Abdel? Star scioperando per i propri diritti. Chi l’ha ucciso? Dei padroni infami. Sì, si dice così: padroni infami.

Notizia (o vecchizia?): i padroni, sapete, esistono ancora. E spesso, essendo padroni, sono anche infami.

Come l’hanno ucciso? Spingendo un altro poveraccio, l’autista dell’azienda, a caricare il picchetto di Abdel ed altri con un camion.

Il fatto che Abdel fosse un egiziano, da anni onesto lavoratore nel nostro paese, padre di cinque figli, aggiunge solo più dolore alla tragedia. E porta al disgusto più totale nei confronti dei suddetti padroni, e di chi tutti i giorni non fa altro che covare odio verso chi viene a cercare (e dare) fortuna in un paese che fortuna non si merita, evidentemente.

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Di Maio, Pinochet e gli accademici statunitensi

Regà comunque tranquilli che neanche gli accademici statunitensi (per fortuna in PR e non in storia e/o politica, piccolissima discolpa) sanno dove siano precisamente locati i capi di stato – siano essi dittatori o meno – latinoamericani.

L’altro giorno ho sentito che Chavez governa ancora l’Ecuador. Peccato che Chavez sia morto, e abbia lasciato il Venezuela – quello di Pinochet no!? – al poco fortunato Maduro, mentre l’Ecuador sia governato da Correa. “Ma chi Correa, l’indianino? Caruccio quello, simpatico!” No, quello è Morales, Bolivia..

Ma tanto per loro diciamo che è tutto un enorme parcheggione/miniere/foreste piene di mosquitos/spiagge piene di culi/comunisti o similaria, così come per Di Maio è tutto Poteri Forti. Il livello di semplificazione più o meno è quello

P.S. E SAPPIAMO BENE, BENISSIMO, COME È FINITA.

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Sull’Europa: divaricato, stile Lisa Fusco

Fassina, Lafontaine, Varoufakis, Melenchon. Lo dicono ormai quasi con chiarezza: prospettano un ritorno alle sinistre nazionali. E non mi piace per niente l’idea delle sinistre nazionali, perché giudico l’idea stessa delle nazioni ad essere totalmente superata.

Nonostante ciò, questi quattro hanno un punto, they got a point, il loro procedere logico è lineare e chiaro: se st’Europa è sorda e cieca, e non cambia, e riproduce quei meccanismi visti a luglio con la Grecia, tanto vale farle la manina.

Ma possibile che in Europa si debba scegliere tra un ritorno alla sinistra nazionale e la Merkel, mito e modello ormai anche di socialisti invecchiati giovani oltre che di conservatori sempre in formissima -perchè si conservano bene appunto-?

Sono divaricato. Stile Lisa Fusco però, non Roberto Bolle.

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La donna no, non può essere imbecille

Su De Luca: nessuno mette in dubbio né le capacità politiche né quelle amministrative dell’uomo.

Detto questo, noto e faccio notare solo una cosa. Quando nel suo show di 15 minuti il Presidente parla della “anestesia percettiva” degli elettori M5S, paragonandola a quella degli innamorati, dapprima parla di uno “scorfano”, ovviamente riferendosi a una donna che NON PUÒ piacerti se ha – per esempio – i peli nel naso o sul mento. Vabbe’.

Nel pieno dell’impeto declamatorio, accortosi del cattivo gusto delle sue parole, e per non farsi rimproverare dagli “Amici delle Bambole” (ipse dixit), dice: “Questo vale anche a parti invertite, ovviamente”.

“Quindi per le donne che si innamorano di uomini osceni”, immagino io, già pregustandomi inorridito la descrizione immaginata di un soggetto terribile, panzuto, col viso butterato, o con una gobba alla Andreotti.

Invece De Luca dice: “Questo vale per le donne che credono di aver trovato chissà chi, e invece stanno con un completo imbecille”. Perché solo la donna è brutta o bella. E solo l’uomo PUÒ essere imbecille. La donna no, invece?