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Il bias olimpico

Non ero un sostenitore acritico del progetto delle Olimpiadi, né ho una simpatia particolare per coloro che si sarebbero trovati a gestirne le sorti – e contemporaneamente della città di Roma. Inoltre, era chiarissimo – e forse anche giusto – che finisse così, dato il risultato elettorale.

Però sono due le cose che mi inorridiscono del modus operandi che ha portato a questo NO senza ulteriore appello. La prima riguarda la logica – il “bias”, come qualche tempo fa avrei scritto con Massimiliano Pennone sotto l’occhio severo di Claudio Velardi – che ha portato alla decisione, o che con la decisione si è voluto accontentare: “Se è andata male le scorse volte, non può che andar MALISSIMO la prossima volta. Non importa come, chi, né perché lo faccia”. Senza girarci troppo intorno, e usando una piccola iperbole (neanche troppo iperbolica), un approccio che porta dritto dritto all’estinzione.

La seconda riguarda lo stile del sindaco Virginia Raggi. Lo stile umano, non quello istituzionale – non sono un amante delle cerimonie, affatto. Se era animata da un tale disprezzo antropologico, la Raggi, perché ha rifilato il due di picche a Malagò, fingendo impegni improvvisi e andando invece a pranzo fuori? Perché non gli ha teso un trappolone, piuttosto? Perché non un bello streaming – come insegna la religione della trasparenza – in cui dire in faccia a Malagò che “tu e tutti i tuoi amici affaristi palazzinari e bla bla bla mi fate schifo, e i cittadini di Roma non pagheranno per i vostri affari!!1!”?

Sarebbe stata una mossa senz’altro spettacolare, viralissima, acclamata da un pubblico sempre più inferocito e disilluso. E sempre più innamorato della sindaca, purtroppo, se il fiuto da questa distanza non mi inganna. Invece no: la sceneggiata, la conferenza stampa con la claque, il comunicato spiccicato.

La verità è che la prima vera esperienza di governo del Movimento Cinque Stelle – che ricordiamo, non ha ancora nominato un Assessore al Bilancio per la Capitale d’Italia, a tre mesi dalle elezioni, tre – non è solo terrificante dal punto di vista amministrativo. È anche triste, inetta, pochissimo “umana”, falsa come una banconota da tre euro. Noiosa, no, quello no. Almeno quello.

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