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Pd: la necessità del conflitto

Nel tempo storico in cui un Papa ben ci ricorda come Gesù Cristo tutto voleva tranne che “mettere d’accordo tutti”, il Presidente del Consiglio Enrico Letta al ‪#‎meeting13‬ di Comunione e Liberazione ci racconta di quanto il “conflitto” brutto e cattivo annebbi il dibattito annegandolo nell’esigenza dello scontro frontale.

Un’ulteriore conferma di quanto Letta debba stare lontano dal Congresso del Pd, se mai si farà: che si impegni pure in questo “governo del servizio e -da oggi- dell’incontro”. Da cui, vicendevolmente, il Pd dovrà presto stare lontano, per non morire una volta per tutte.

L’esigenza di un conflitto sano, competitivo, non violento é la base dell’essere progressisti.
E niente meglio del conflitto dirada le nebbie, anzi le melme, del “volemose bene”, delle mai chiare posizioni, delle “date da destinarsi”. Quelle in cui, se non ve ne siete accorti, siamo da tempo, e da qualche mese in maniera ancora e sempre più paralizzante.

Se il Partito Democratico (e non solo) si appiattirà sul fasullo “incontro” di questa stagione, quello dei poteri che compromettono, e non diventerà alternativa reale, di visione del mondo, necessariamente conflittuale con quella dell’altra parte, sarà meglio che sparisca.

Io, noi, lavoriamo per un’altra prospettiva.

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L’esigenza del conflitto

Nel tempo storico in cui un Papa ben ci ricorda come Gesù Cristo tutto voleva tranne che “mettere d’accordo tutti”, il Presidente del Consiglio Enrico Letta al #meeting13 di Comunione e Liberazione ci racconta di quanto il “conflitto” brutto e cattivo annebbi il dibattito annegandolo nell’esigenza dello scontro.

Un’ulteriore conferma di quanto Letta debba stare lontano dal Congresso del Pd, se mai si farà: che si impegni pure in questo “governo del servizio e – da oggi – dell’incontro”. Da cui, vicendevolmente, il Pd dovrà presto stare lontano, per non morire.

L’esigenza di un conflitto sano, competitivo, non violento é la base dell’essere progressisti. E niente meglio del conflitto dirada le nebbie, per non parlare delle melme, del “volemose bene”, delle mai chiare posizioni, delle “date da destinarsi”. Quelle in cui, se non ve ne siete accorti, siamo da tempo, e in maniera sempre più paralizzante, da pochi mesi.

Se il Partito Democratico (e non solo) si appiattirà sul fasullo “incontro” di questa stagione, quello dei poteri che compromettono, e non diventerà alternativa reale, di visione del mondo, necessariamente conflittuale con quella dell’altra parte, sarà meglio che sparisca. Io, noi, lavoro per un’altra prospettiva.

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Dividersi non serve più a nulla

La sfida, ora, é un’altra, e siamo sempre di più a rendercene conto.

Il folle sogno di uno come Giuseppe Civati é quello di portare tutto questo in un posto, nello stesso posto. Eliminare i frazionamenti perdenti. Spostare via dall’emarginazione alcune di quelle idee, a cui tanto teniamo e che tanto da alcune frange sono erroneamente ormai snobbate, vituperate, bollate come retrograde. Riportarle “a casa”, per farle partecipare a una nuova sintesi che non può più rinunciare neanche a un’ottica “equamente” liberale.

Solo all’interno del Pd, e sopratutto al Congresso del Pd, in quanto atto che deve essere davvero “rifondativo”, le idee di Landini e Rodotà possono contare qualcosa in un’ottica di centrosinistra, in un’ottica di governo (perché, ancora, é solo finalmente governando che può davvero cambiare qualcosa).

Dividersi, distinguersi, testimoniare, ripararsi dietro sigle, simboli e buoni nomi non serve più a nulla, se mai a qualcosa é servito.

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Il lucido sogno folle di Pippo Civati: basta dividersi a sinistra

Qualche giorno fa Gilioli sull’Espresso commentava sommessamente, con gelida rassegnazione, la notizia dell’ennesima “rottura a sinistra”. Quella, in due, di Sinistra Critica (mi si scusi il refrain), l’ultima costola realmente marxista e anticapitalista, guidata dal vulcanico Rizzo, di Rifondazione Comunista. Praticamente la scissione in due di uno degli elettroni ruotanti attorno a quell’atomo di consenso che ormai il partito di Ferrero conta di rappresentare.
Posto che chiaramente la notizia in sé non sposti molto negli equilibri politici nazionali, essa in sé contiene e racconta uno dei germi storici che ha dannato e continua a dannare il progressismo italiano, in maniera ancor più lacerante dopo la fine del Pci.

É lo stesso germe che rischia di minare ancora una volta un auspicabile patto fra le sinistre che devono prepararsi ai prossimi turbolenti (ma davvero??) tempi della politica nostrana. Un sentore di ciò viene dalla crescente ostilità verso Sel (che, se non consideriamo il disastro delle elezioni politiche, peraltro attribuibile in misura preminente al Pd, é praticamente stata la “parte solida” dell’alleanza di centrosinistra in gran parte delle amministrative) della parte più liberal del Pd, quella che ha guardato a Berlusconi tre mesi fa salvo poi gradualmente rinnegarne il rapporto di governo, e che ora si appresta ad “inglobare” il malcelato liberismo della carrozzina di Monti (che in un paese vagamente sano, sarebbe il leader tecnocratico di una destra sì riformatrice, ma pur sempre destra liberale).

Ma ancor di più il “germe” lo abbiamo visto manifestarsi sulle pagine di giornale che circa una settimana fa narravano dei progetti, ormai quasi espliciti, dei due personaggi “simbolo” di una sinistra che potremmo definire extra-parlamentare. L’uno, Maurizio Landini, l’amato segretario della FIOM della cui entrata in politica da parecchio si discetta. L’altro, Stefano Rodotà, il fu candidato Presidente della Repubblica del M5S, elevato -giustamente, a mio avviso: ben vengano le congiunture di questa pazza politica se servono a riscoprire personaggi di tale levatura- a “leader morale” di una sinistra che doveva essere ricostituente e dialogante.
I due, se le indiscrezioni si rivelassero concrete, starebbero per lanciare un “nuovo” progetto politico, e fin qui nulla di male. Ma anche elettorale: un partito sostanzialmente. “Lavoro e Legalità”, o “Lavoro e Costituzione” il nome.
E qui secondo me c’è un problema.

Il fatto é che non se ne sente proprio il bisogno. Di un’altra compagine, di un’altra tribuna frazionale, di un’altra marginale lista a sinistra. Che istanze potrebbero portare, in più, da soli, Landini e Rodotà? Cos’hanno da dire di nuovo? Probabilmente ancora qualcosa, e ci sarebbe da ribadire con più forza qualcosa di “vecchio” ma da sempre ignorato. Ma c’è davvero bisogno di un altro partito?
No. L’iniziativa sarebbe inutile, anzi dannosa. Creerebbe un’area ancora una volta esterna al centrosinistra, quello che é invece dovere storico ricostruire.
Poniamo che resusciti l’alleanza Pd-Sel ad eventuali prossime elezioni, o che -eventualità persino più auspicabile- Sel si “rimescoli” nel Pd: come si porrebbe il nuovo partito? Quale sarebbe la differenza di posizionamento di questo con Azione Civile di Ingroia, o Rifondazione? Come riuscirebbe ad essere in qualche modo “servibile”, al centrosinistra come al Paese?
Sarebbe capace di collaborare proficuamente con un Pd eventualmente guidato da Renzi? O si emarginerebbe in un’improbabile e sciagurata rivisitazione dell’invernale Rivoluzione Civile?
Proprio per il suo essere un “corpo esterno”, anche in un Pd guidato da Civati vi sarebbero parecchie frizioni nella scelta di allearsi o no con l’eventuale “cosa” di Landini e Rodotà. E neanche io, che sempre professo la necessità di una nuova unità a sinistra, la sosterrei. Sarebbe soltanto una zavorra. E non si tratta di riformisti contro massimalisti: non qui, non stavolta.

La sfida, ora, é un’altra, e siamo sempre di più a rendercene conto. Il folle sogno di uno come Pippo Civati é quello di portare tutto questo in un posto, nello stesso posto. Eliminare i frazionamenti perdenti. Spostare via dall’emarginazione alcune di quelle idee, a cui tanto teniamo e che tanto da alcune frange sono erroneamente ormai snobbate, vituperate, bollate come retrograde. Riportarle “a casa”, per farle partecipare a una nuova sintesi che non può più rinunciare neanche a un’ottica “equamente” liberale. Solo all’interno del Pd, e sopratutto al Congresso del Pd, in quanto atto che deve essere davvero “rifondativo”, le idee di Landini e Rodotà possono contare qualcosa in un’ottica di centrosinistra, in un’ottica di governo (perché, ancora, é solo finalmente governando che può davvero cambiare qualcosa).
Dividersi, distinguersi, testimoniare, ripararsi dietro sigle, simboli e buoni nomi non serve più a nulla, se mai a qualcosa é servito.
A chi, nelle prossime settimane, dirà: “Il Partito Democratico, il centrosinistra, non mi rappresenta perché non tiene conto di quell’idea, di quel bisogno, di quell’istanza, di quella -perché no- tradizione”, rispondiamo forte: “Partecipa dunque, vieni a portare la tua idea, la tua sensibilità, la tua persona al servizio di un progetto: vedrai che conterà”.
Perché questo é il lucido sogno folle di Pippo Civati, ed aiutarlo é doveroso.

Un illuminante Giulio Cavalli ha scritto qualche giorno fa:
“Ci sarebbe da chiedersi se è normale, in un sinistro tempo di “larghe intese” non riuscire nel frattempo ad intendersi nemmeno tra noi, tra i più prossimi di noi o almeno tra gli aderenti alla stessa idea; dovremmo sapere dove sta il granello che ogni volta inceppa il meccanismo della risoluzione per accanirsi nella differenza che nessuno vuole sciogliere.”
Sciogliamoci un po’: gli uni negli altri.

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Dovremmo fare come i turchi

Ne parlavo negli scorsi giorni col mio capo-cambusa preferito, quando qualcuno leggendo “Berlusconi: o la grazia o il voto” su Repubblica o adocchiando da lontano (i Campi Scout ti donano, fortunatamente, la sensazione, per qualche giorno, di essere in un altro mondo) la farsa, la solita, in onda in questi giorni a reti unificate (Tv, radio, giornali, e Rete stessa compresa) strabuzzava gli occhi: “Ma com’è possibile? Ma come si può? Ma come si fa?”. Reazione ingiustificata, a mio avviso, quella di chi ancora mi stupisce.
Ma il capo-cambusa ha fatto un passo in più:  “20 anni che se stamo a lamenta’ de Berlusconi, ma che avemo fatto? Niente. Non avemo fatto niente, questa è ‘a verità”. Per poi proseguire con un ritratto poco gentile dell’articolato insieme chiamato “Popolo Italiano”.

Ne parlavo stamattina col mio Flavio Briatore di fiducia:
“Barzellette. Qua dobbiamo fare qualcosa altrimenti passa che siamo noi i malfattori”. 
Flavio ha ragionissima. Peccato però che lo diciamo da 20 anni (e quelli della nostra generazione da un po’ di meno, ma altrettanto disperatamente).

Facciamo qualcosa, allora.
Civati ha parlato del “coraggio di manifestarsi” l’altro giorno: manifestiamoci dunque.
Ma si può sapere che cosa stiamo aspettando ancora? Quale SE, quale condizionale dobbiamo toglierci dalla testa per un semplice ma forte atto di dissenso?

Lo so, sembra banale, quasi infantile, quasi da “okkupiamo il liceo” dirlo (e già questo sarebbe un problema, perché siamo un popolo molle in un paese mollissimo), ma dovremmo proprio fare come i turchi.
Incominciamo a presidiare una piazza, quella che ci piace di più. Portiamoci soprattutto noi stessi, poi ci portiamo le tende, le chitarre, e magari anche un bel pianoforte. Nessun palco, parliamo e chiacchieriamo tutti, di tutto con i piedi sulla stessa terra. Ci conosciamo, ci tocchiamo. Ci diamo il cambio, per chi deve studiare o non perdere l’ultimo posto di lavoro rimasto o stare con i suoi piccoli. Ci diamo la mano, cantiamo insieme, ascoltiamo storie. Da pochi diventeremo tanti. Dell’abusività chissenefrega: pare non sia un problema da queste parti. Sarebbe un Agosto caldissimo ma indimenticabile.

Come al solito, ci prenderanno per culo qui. Anche quelli che avremmo immaginato stessero con noi. Ma noi potremo continuare lo stesso, col sorriso stampato sulla faccia. 
Dovremmo proprio fare come i turchi: io posso portare al massimo una decina di persone, e voi altre 20 o 30 o 50 o 100. Servirebbe uno sponsor forte.
Non lo ha detto anche Francesco “Fate casino”?

Magari è anche questa una di quelle idee da farci venire, una possibilità di un’altra possibilità che davvero dobbiamo a noi stessi, se ci vogliamo bene. 

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Prima di partire per un lungo viaggio

No vabbe’, che te lungo viaggio. Vado a fare Kaa per i miei Lupi, una settimana.
Volevo però esprimermi su qualche affare corrente:

1. Io sono contento che M5S e SEL abbiano fatto “(c)ostruzionismo” in questi giorni. Non è giusto modificare l’art.138, quello regolante la procedura per la modifica della Costituzione, così, ad inizio Agosto. Pretendo che sentano tutto il peso dell’opinione pubblica, lo stesso ignorato durante la sciagurata elezione del Presidente della Repubblica, prima di imboccare questa “scorciatoia”. Per andare chissà dove, poi.
Ah già: Quagliarello istituirà il portale per i commenti dei cittadini, dice la Carfagna.
Ovviamente l’hanno fatta passare come “inutile, dannosa, tragica perdita di tempo e denari” ai danni del famigerato decreto legge del FARE. Pure lì: cosa? Pezze di qui, pezze di lì. Il governo “coraggioso, delle riforme che non si sono mai fatte” non farà nulla. Perchè ai “lacci e i lacciuoli” di cui parlano in continuazione sono loro quelli più legati. Economicamente, politicamente, socialmente, nelle corporazioni e negli interessi, come nelle noie di un uomo che sta per essere processato per una frode fiscale milionaria.

2. A proposito! Ecco qual’era il Giorno del Giudizio indicato dai Maya e da tutte le apocalissi: il 30 Luglio. Ovviamente, non succederà nulla di nulla: posto che Berlusconi venga giudicato (chè mica è detto), le opzioni sono (ovviamente) due, l’effetto è uno.
Se condannato, non badate a Brunetta: il governo Letta rimarrà lì, fisso com’è. Anzi: il Pdl vi si ancorerà come cozza allo scoglio, in quanto ben sa che senza Silvio non si vince, che dopo Silvio c’è il nulla, che oltre il mondo dorato di Silvio ci sono le macerie. Il Pd, ovviamente, la sua parte più governista, non si farà alcuno scrupolo (visti i precedenti, perché aspettarsi scatti d’orgoglio o dignità?).
Se assolto, non succederà nulla. Silvio brinderà alla pacificazione, il Pd non so a che cosa. Letta tirerà avanti per un altro annetto, e stritolerà il suo partito in quest’esperienza terribile. Poi, in ottima forma, e con la carta del “visto che mi hanno perseguitato sinora?” Berlusconi farà crollare tutto e stravincerà le elezioni.
Ma non starem mica facendo i conti senza l’oste, il Presidente della Repubblica?

3. Ah già, Napolitano. Come da ormai mesi mi duole dire, e con tutto il rispetto possibile, il PdR non è più un PdR: è qualcosa di più.
E allora se Grasso prima (a Morra, in quel fu momento tragico della non-sfiducia ad Alfano), Boldrini poi (a non ricordo quale grillino), fanno il predicozzo alle Camere quando codesti nominano Napolitano, non ci siamo. Lo sappiamo che “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nelle sue funzioni”, ma non si dev’essere disonesti intellettualmente per capire che le funzioni sono state superate. Senza dare, qui ed ora, giudizi di merito, il fatto è innegabile.
E allora non si capisce perché non si possa nominare Napolitano (che, tra le altre cose: ha risposto a Bertinotti dandogli praticamente ragione) in Parlamento, in quanto vero e proprio attore politico in questa fase convulsa: sa di regime, anche se normalmente non lo sarebbe. Non mi piace.
Attento dev’essere, in ogni caso, chi vuol criticare nel giusto, a farlo nel giusto modo. O si rischia di passare, al netto della propaganda della quasi totalità della stampa, comunque nel torto.

4. Pronunciarsi sulle mostruosità mostrate durante la Direzione Pd sarebbe uno spreco di caratteri.

5. Un lungo viaggio è quello di Pippo Civati. Una candidatura sempre più credibile e sempre più seguita, un personaggio che comunica sempre meglio, un sentimento comune sempre più dirompente. Una comunità che cresce, una comunità critica, alla quale mi fa un gran piacere dare un contributo. A tal proposito, firmate le nostre due azioni popolari messe in moto ieri. Anche se non amate Pippo, sarete d’accordo ad:
Abbassare le tasse sui redditi da lavoro (invece di cancellare tout court la fottuta IMU)
Chiedere un Congresso del Pd (IMPORTANTISSIMO PER TUTTI!!) nei termini dello Statuto, per tempi e regolamento.

6. Ho perso il portafoglio, l’altro giorno. L’ho lasciato sul muretto vicino alla stazione di Cecchina. Un signore l’ha recuperato e l’ha portato ai Carabinieri lì vicino. Con tutti i soldi (e non erano pochi: strano, eh?). C’è speranza, ancora 🙂

Buona Caccia.

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La retorica della “offesa alle Istituzioni”

http://www.beppegrillo.it/2013/07/colpo_di_stato_dagosto.html

Iperbolico, apocalittico, provocatore, azzardato.
Qui sopra c’è scritta la stessa storia che Rodotà, Bertinotti, Spinelli, Revelli provano a raccontare con molta più enfasi culturale e molto più “rispetto” dei protagonisti. Ma quella è.
Con il solito stile, di cui sopra, quello di Beppe Grillo.

Sono anni che il suddetto dichiara a fiume dal suo blog e commenta attivamente la politica, ormai, e sono 4 mesi che il M5S è in Parlamento: possibile che ancora si porti avanti la pantomima dello stupore addolorato e dell’accusa scandalizzata dinanzi a un linguaggio sì duro? O dinanzi alle sparate anche a volte (ma solo a volte eh) esageratamente accusatorie e retrosceniste?

La vogliamo finire con questa retorica della “offesa alle Istituzioni” e andiamo un po’ a vedere quali sono le REALI offese alle Istituzioni, quelle maledettamente efficaci, che si srotolano nell’ombra?
Della modifica velocissima e transeunte dell’art.138 della Costituzione parlano solo i grillini: dobbiamo automaticamente relegarla alla lista delle puttanate o magari le dedichiamo due righe?

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Non veniteci a dire che: Don Ciotti, la mattina

Ascolto Don Ciotti, ore 8.10 di mattina su Radio Capital.

Parla di come stiano riuscendo a stuprare anche la modifica al 416ter (voto di scambio politico-mafioso) modificando un paio di paroline, di come ignorando progressivamente (“progressivo”: che bella parola) le politiche sociali siano sempre i più deboli a pagare, di quanto stiamo sprecando dietro ad assurdi armamenti e grandi inutili opere quando qualità di vita, livello culturale, condizioni lavorative dei cittadini scende vertiginosamente.

Don Ciotti parla, con incredibile lucidità e semplicità -e chi può accusar Don Ciotti di star tentando di DELEGITTIMARE IL SACRO GOVERNO, che si stia COSTRUENDO UNA CARRIERA, che stia CERCANDO UNA VISIBILITÀ DA DISSIDENTE-, di quanto le larghe intese, indicatrici di una “politica debole” ed una “democrazia pallida”, non possano portare da nessuna parte nella lotta a corruzione e conflitto d’interessi e interessi particolari che delle “larghe (ma piccolissime) intese” sono succo, humus, essenza, garanzia di sopravvivenza.

Potremmo continuare all’infinito, potrebbe farlo anche Don Ciotti. Lui non abbandonerebbe l’alone di santità e perseveranza con cui continua a lottare, con parole e gesti e comunità, da anni. Noi invece ci incazzeremmo sempre di più, e alla fine scoppieremmo in un irrazionale PERCHÉ?
Vi prego, non ci venite a dire che al massimo é solo incapacità, non ci venite a parlare di buona fede, non discorrete vanamente di equilibri, di bilanciamenti, di “piccoli passi”. Sempre più mi chiedo: ma non la vedete la melma? La connivenza? La collusione, sì, la collusione? La difesa dell’indifendibile? Non v’accorgerete d’un sistema che s’arrocca, cercando disperatamente di spacciarsi per amico?
Se sì, dobbiamo rispondere.

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Un sistema che si arrocca

Ascolto Don Ciotti, ore 8.10 di mattina su Radio Capital. Parla di come stiano riuscendo a stuprare anche la modifica al 416ter (voto di scambio politico-mafioso) modificando un paio di paroline, di come ignorando progressivamente (“progressivo”: che bella parola) le politiche sociali siano sempre i più deboli a pagare, di quanto stiamo sprecando dietro ad assurdi armamenti e grandi inutili opere quando qualità di vita, livello culturale, condizioni lavorative dei cittadini scende vertiginosamente.

Don Ciotti parla, con incredibile lucidità e semplicità – e nessuno può accusar Don Ciotti di star tentando di DELEGITTIMARE IL SACRO GOVERNO, che si stia COSTRUENDO UNA CARRIERA, che stia CERCANDO UNA VISIBILITÀ DA DISSIDENTE – di quanto le larghe intese, indicatrici di una “politica debole” ed una “democrazia pallida”, non possano portare da nessuna parte nella lotta a corruzione e conflitto d’interessi e interessi particolari che delle “larghe (ma piccolissime) intese” sono succo, humus, essenza, garanzia di sopravvivenza.

Potremmo continuare all’infinito, potrebbe farlo anche Don Ciotti. Lui non abbandonerebbe l’alone di santità e perseveranza con cui continua a lottare, con parole e gesti e comunità, da anni. Noi invece ci incazzeremmo sempre di più, e alla fine scoppieremmo in un irrazionale PERCHÉ?

Vi prego, non ci venite a dire che al massimo é solo incapacità, non ci venite a parlare di buona fede, non discorrete vanamente di equilibri, di bilanciamenti, di “piccoli passi”. Sempre più mi chiedo: ma non la vedete la melma? La connivenza? La collusione, sì, la collusione? La difesa dell’indifendibile? Non v’accorgerete d’un sistema che s’arrocca, cercando disperatamente di spacciarsi per amico? Se sì, dobbiamo rispondere.

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Tenere ALTA l’attenzione: un compito per le vacanze, per TUTTI (si spera)

E’ fondamentale, ora, tenere ALTA l’attenzione.

La melassa governativa domina grazie all’egemonia del conformismo. Nell’informazione, nelle interpretazioni, nei commenti, nelle visioni degli opinion-influencers. Del TINA (lo schiavizzante “There Is No Alternative”) nel suo complesso, e nella sua forma più dolorosa: quella che annulla qualsiasi manovra di scelta democratica. Ma anche di quel TINA che attribuisce -in caso di concessaci possibilità, appunto, di scelta democratica (tra un po’ dovremo inginocchiarci e addirittura ringraziare anche solo per questo)- ad un’unica e sola opzione l’esclusiva del “cambiamento rinnovante”.

Ci si è messo anche il Presidente della Repubblica. E lo dico con rammarico, non con dileggio, e senza la minima volontà di vilipendio. Perché se anche le Istituzioni, i Garanti, cedono al conformismo dilagante e sconfortante di cui sopra, l’anomalia del momento diventa grave, sfonda i confini del politico (in cui viviamo anomalie da sempre, ed in maniera lampante da quasi 20 anni), ma anche quelli del culturale (la cui sfera è causa fondante della prima, di anomalia). E soprattutto -qui sta il preoccupante- i confini dei principi democratici di un “grande paese occidentale”, come amiamo (ancora?) definirci.
Bertinotti fa bene a “riprendere Napolitano” , senza tirarlo per la giacchetta come con molto meno rispetto hanno fatto quel sabato 20 Aprile i dirigenti falliti, i ventennali volponi, i neo-naviganti, gli Schettino degli apparati cadenti. Il suo è un “Presidente, non può”: dignitoso, importante, fortemente motivato. “Presidente, non può dare per decisi i processi economici che dovremo invece affrontare, il capitalismo finanziario globale che governa il mondo”. Effettivamente: dov’è lo spazio di cambiamento? Dov’è che è possibile decidere la direzione da prendere? Dov’è che il cittadino, la Persona (e qui mi viene in mente Vendola, nel bellissimo discorso che l’11 Maggio recitò in Piazza Santi Apostoli) può sentire di “contare qualcosa” nella definizione di una “certa Europa”, di un “certo sistema produttivo”, di una “certa globalizzazione”? Che ci avvicina comunicativamente, potremmo dire, ma risucchiandoci in un blob di occasioni mancate, di attenzioni malriposte, di (non volute) distrazioni dall’essenziale, di imposizioni dolci.

Ve lo ricordate il cielo plumbeo sopra Roma di quel 20 Aprile in cui la Politica depose le armi tenute aguzze, almeno per finta, fino al giorno prima? Quel 20 Aprile in cui intenzioni e tensioni ideali, comunicazioni elettorali e dichiarazioni piene di vanagloria si dissolsero sotto l’acqua che silenziosamente copriva la vergogna, l’inettitudine? Quel cielo plumbeo era lo stesso di quasi 3 mesi dopo, quello di venerdì, del 19 Luglio in cui il Senato della Repubblica Italiana rinunciava ancora una volta alla sua dignità e alla sua autonomia di giudizio, di attribuzione delle giuste responsabilità a proposito di un caso (Shalabayeva, se non si fosse capito) definito “inaudito”, ma che nulla conta di fronte alle paroline magiche di “governabilità, stabilità, pericolo”.
Verrebbe da rispondere che GOVERNABILITA’ si costruisce dando contributi seri alla costruzione di un bipolarismo meno muscolare, andando a modificare con senso una legge elettorale scandalosa già solo per la sua anticostituzionalità: che ciò che stiamo osservando non è governabilità, ma GOVERNO, “a tutti i costi”. Che la STABILITA’ esiste in funzione e in presenza di una maggioranza seria, che discuta arrivando a soluzioni univoche e non al continuo ribasso, al perpetuo rinvio di ciò che scotta e punge: che ciò su cui stiamo vivendo non è stabilità, ma GALLEGGIAMENTO di chi ha troppo da perdere. Che il PERICOLO (economico, di equilibri sociali) ha delle cause, interne ed esterne al nostro sistema, delle cause che invece stiamo vedendo date per “costituenti”, per “certe” e “inamovibili” di ciò che dovrà tirarci fuori dal pantano, ed in questo compresi i protagonisti stessi di quello che io chiamo “accrocchio”.

Ma non muove un po’ di sconcerto e indignazione, in quelli che sono i “professionisti del commento”, gli “acuti osservatori della realtà politica”, gli “editorialisti affermati e plurimenzionati” questo continuo “salto di consuetudine”?  Io me lo chiedo da un po’, ed insieme a me se lo chiedono in sempre più. Ma non basta.
Ci reputano scemi, se sussurriamo che “lo fanno apposta”. Se ci balena solo per un attimo in mente la possibilità che quello che ci ha portato sino a questa situazione politica -che è solo il riflesso e l’effetto, come sopra, di quella sociale, economica, culturale- è un qualcosa di -spietatamente o involontariamente, chissà- “coordinato”. Possiamo o no parlare almeno di una strana “convergenza d’interessi” quando vediamo, tanto per descrivere senza troppa complessità, continui affronti ai cittadini puntualmente calmierati dai sedativi dell’informazione “distratta” o “distraente”? “Strappi istituzionali” rimpiazzati in poche ore dal caso sulla dichiarazione razzista del personaggio razzista per antonomasia? Discorsi sulla sovranità (qualche Illuminato dovrà spiegarmi perché debba essere considerato stupido o dietrologo parlarne, anche ed ancora adesso) sciolti nell’acido del dibattito su Miss Italia?

Dobbiamo alzare la voce e dire che il Congresso del Partito Democratico, il partito più importante del nostro paese, a cui è evidentemente ed indissolubilmente legata la sorte del nostro paese, a cui più il Presidente della Repubblica ha chiesto sacrifici in nome del nostro paese, ai cui elettori generosi piatti di disgusto organico sono stati e continueranno ad essere rifilati sempre per il bene del nostro benedetto paese, doveva essere già iniziato. Non rimandato prima ad Ottobre, non tirato ora fino a una imprecisato momento “entro il 2013”, non ipoteticamente addirittura riportato all’improbabile fine del Governo Letta (perché lo sapete che, salvo grandi strappi, che ormai solo da noi e dico NOI dipenderanno, queste Melliflue Intese vorranno durare sino alla fine della Legislatura, prevista per il 2018? Già: perché questo “governo” ormai conviene a “tutti”.)
Ma ciò di cui parlo non riguarda solo chi si sente Democratico, o chi, per una cosa o per l’altra, inevitabilmente passerà per le vicende interne al Pd: ciò di cui parlo riguarda chiunque si sente partecipe al Paese, chiunque si sente invischiato in una melma di cui fatica a vedere un finale, chissà se lieto o no. D’altronde, il tempo gioca a favore di chi di chi deve “troncare e sopire”. Agosto è alle porte, e se non saranno le vacanze per molti ad addormentare tensioni intellettuali e non, ci sarà il caldo e le attenzioni stolte che il nostro sistema mediatico rivolge a questa o quell’altra lite, o rimpasto o intesa o alleanza. Grande è l’attesa di un epico Giorno del Giudizio, fra una settimana: non cambierà nulla, ma se ne parlerà troppo.

Per alcuni momenti però, in questo 2013, momenti che fra qualche anno definiremo “storici”, la trama opaca del “già visto”, del “solito”, della “ordinaria amministrazione” si è squarciata in spiragli luminosi, ma anche inquietanti: non c’è forse riuscito di scorgere le linee rosse e nere del Potere muoversi sinuosamente, e non esattamente verso ciò che al Potere chiedevamo, che il Potere ci deve? Non avete avuto l’impressione di poter dire, anche solo per un attimo, e con amara lucidità, “Ora capisco”?
Il nostro compito per le vacanze di cittadini “consapevoli” ed “attenti”, quello più difficile, dovrebbe e dovrà essere quello di tenere alta l’attenzione su ciò che è o almeno reputiamo importante. Di parlarne diffusamente, di far fibrillare i nostri argomenti, di coinvolgere anche chi di solito non è interessato, cercando di non risultare pedanti: chissà che sotto l’ombrellone (per chi potrà goderselo) non nascano passioni politiche, non si ravvivino senso civico e di cittadinanza. Compito essenziale sarà non dimenticare ciò che abbiamo sopportato e che stiamo sopportando: la fiducia, o la pazienza, hanno un limite. E se non ce l’hanno, allora c’è un grosso problema. Dobbiamo essere puntuali, precisi, annotare ogni incoerenza e sgarro di chi ci vuole zittire o minimizzare, o liquidare rinchiudere inscatolare. Rispondere per le rime, con idee, temi, argomenti importanti. Astenersi da qualsiasi banalità è fondamentale, sia chiaro: l’estate è la stagione del conformismo, ma la lotta di QUESTA estate dovrà essere proprio sfuggirne. Forse dovremo essere un po’ noiosi, e ci dovremo anche un po’ annoiare: perché “stare sul punto” fa un sacco di fatica, e ci ricorderà le grigie domeniche d’inverno. Ma, come sapete, è solo dopo il lungo Inverno che arriva la Primavera.