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La piazza della CGIL, i miei dubbi

Le foto di oggi sono meravigliose, fantastiche. Un colpo d’occhio incredibile. Ma compagni – sì, COMPAGNI – smettiamo il più presto possibile, anche da domani, di masturbarcisi sopra.

BANALITÀ: incominciamo una volta per tutte a capire se quel milione e mezzo di persone lì, con annessi e relativi, può essere, o É un fronte COMPATTO che faccia pressione per ottenere delle cosette? Finora non lo é stato, e devo ammettere che mi chiedo: cos’ho in comune – ad esempio, eh, tanto per fare il giovanilista – con uno dei tanti pensionati dello SPI oggi in piazza? Una certa tensione politica, morale, culturale? Francamente, non lo so.

Poi, lo stradilemma: dentro al Pd? Fuori? Cos’è il Pd? Non lo so, pensiamoci, ma “fuori e dentro” mi sembra sia ormai una strategia ampiamente testata e che produce martiri (e quindi anche testimonianza, certo, com’è insito nella definizione di “martire”, il quale però alla fine muore). E come vedete non sto dicendo “mandiamo a casa Renzi”, perché non me ne frega niente: il personaggio é talmente spregiudicato che a cambiare idea ci mette poco.

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La Leopolda non va bene. Va benissimo

Non va bene che si faccia la Leopolda. Va benissimo.

Perché a prescindere da come verrà pagata e da chi organizzata -sarebbe bene essere trasparenti su questo punto, in effetti- essa rappresenta un “punto di fuga” del renzismo duro e puro -sempre che la Leopolda rappresenti questo, anche se così é nella visione collettiva dell’evento-, non legandolo necessariamente al presente e al futuro del Partito Democratico.

Va bene che si faccia la Leopolda, va benissimo, perché così si rompe l’equivoco (chiamiamolo così) secondo cui chi fa parte del Pd non possa vedersi, organizzarsi, “parlare” con altri soggetti a prescindere dal simbolo, e finanche criticare apertamente un Segretario-Presidente che -legittimamente- non rinuncia a coltivare la sua sua (ampia) nicchia personale.

L’accusa di controprogrammazione é così ridicola da essere incommentabile: é l’esistenza stessa della Leopolda a giustificare l’esistenza di altro.
Ecco, magari coltivare un po’ più di dibattito e democrazia interna anche negli organi del Partito, ed anche fuori dallo spettacolo in streaming delle Direzioni, forse sarebbe un’idea..

E comunque, se non fossi così lontano, io magari un salto alla Leopolda lo avrei fatto: sono un tipo curioso.

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Deregulation, sempre e comunque

Certo, questo governo è campione nella forma minore e notissima di quel ‘liberalismo’ (le virgolette immaginatele gigantesche) del ventennio appena trascorso (non è finito, però), che si esprime nella deregulation sempre e comunque, nell’attacco a tutto ciò che fa pensare a una regola, nella convinzione che privatizzare sia comunque e sempre meglio di mantenere un servizio pubblico, come si può vedere nel mostruoso Sblocca Italia, una summa ideologica ricchissima di spunti e di conferme, e in altre ‘riforme’ che tutti propagandano senza considerare la loro perfetta inefficacia.

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Come quando ci si accoppia

Il Partito Democratico é un’organizzazione i cui vertici, praticamente a tutti i livelli, cannibalizzano senza troppi scrupoli ogni minoranza interna, ingoiano e digeriscono con gran goduria ogni discussione, perseguono ormai con continuità linee politiche a mio avviso decisamente discutibili.

Le gravi mancanze sono però, addirittura, ancor più di metodo che di merito. Come già detto, la sterilizzazione del dibattito, l’uso distorto di una Direzione piegata e dotata di davvero poche voci critiche, e, da parte dell’esponente massimo del governo del Paese, nonché Segretario del partito, un abuso estremo di tattiche parlamentari tendenti ad accentrare decisioni fondamentali.

In ultima istanza, la decisione di apporre l’istituto della fiducia su una legge delega, estremamente vaga, sul tema cuore del lavoro. D’altronde che razza di governo reazionario può essere quello in cui un Ministro dell’Interno, di destra, può decidere di inviare una circolare che cancella diritti -le unioni civili- già “consumati”?

Ora scendo più sul personale, addirittura al limite dell’egoistico. Pippo Civati, dico te ad esempio, se dobbiamo uscire dal Partito Democratico facciamolo ora che sono a Londra fino a Maggio e ho tutto il tempo e la scusa di non rinnovare alcuna tessera, né di patire sofferenze prolungate come é quella di lasciare compagni e amici su un’altra strada.
Pippo Civati, fallo -se vuoi, se devi- in maniera dolce ma decisa, come si fa quando ci si accoppia.

Ecco, l’immagine dell’accoppiamento a me sembra perfetta: l’unione fatale, la fusione più estrema e completa che l’essere umano possa forse raggiungere. La rappresentazione di un qualcosa che si compie, più che di un qualcosa che finisce, il raggiungimento di una nuova terra da esplorare più che un consolante ritorno a casa, il superamento della frontiera, l’abbattimento di un muro del pianto e di un lamento autoreferenziale che a volte ci attanaglia -come negarlo-, quello del “no, non si può fare”.
Per oltrepassare la frontiera bisogna stare però attenti, rimaner liberi e leggeri, liberarsi di zavorre, non caricar rottami. O si rischia di fermarsi dopo qualche passo. Ed é una cosa che non vorremmo: penseremmo che sarebbe stato meglio rimanere nella casa che non ci piaceva ma che però era tanto grande, interverrebbe il rimpianto, nemico del cambiamento.

Non la scissione dunque, ma é banalmente l’accoppiamento che rappresenta l’unione, quella che come ci ha ricordato scherzosamente ieri @massimo Ribaudo, fa la forza.
Fallo se vuoi, Pippo, ma ti prego, fallo come quando ci si accoppia.

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Le direzioni del Pd, un palcoscenico

Ma non è che Renzi usa ormai le Direzioni del Partito Democratico come un palcoscenico, o un’arena forse -meglio-, da dove poter indirizzare infiniti “discorsi alla nazione” e poi sbranare, in diretta streaming, con estrema facilità, i suoi troppo deboli avversari interni? Proprio come un leone inferocito fa con prigioneri di guerra denutriti e disarmati, sotto un pubblico gaudente e adulante?

La direzione Pd è un luogo ormai pressoché virtuale, da dove il Premier può mediaticamente urlare all’italiano la sua volontà di potenza e la sua capacità di sopraffazione del “gufo”, del “freno”, del “conservatore”. Volontà di potenza e capacità di sopraffazione (40,8.. QUARANTAVIRGOLAOTTO), caratteristiche spesso logorate dalle infide sabbie mobili parlamentari, e che hanno tavolta bisogno di una lucidata.

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Chi ha lavorato in certi alberghi

Chi ha lavorato in certi alberghi e/o ristoranti – specialmente quelli di lusso – lo sa: si butta, soprattutto dopo i buffet, una quantità immonda di ben di Dio, anche decisamente ben cucinato. Ed io mi sento letteralmente male a vederla scivolare nell’immondizia. Asciugando centinaia di bicchieri ho immaginato che quando esisterà il teletrasporto sarà obbligatorio per ognuna di queste cucine averne uno per spedire la roba da mangiare dove ce n’è molto più bisogno. Anche in camera mia, magari, a volte.

Comunque, a tal riguardo, viva chi risparmia anche sull’ultima sottilissima fettina di cetriolo rimasta sul banco dopo la preparazione simultanea di 18 hamburger, cheeseburger e double annessi. Sì, sto parlando di McDonald’s.

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Sorpresa: morbosità giudiziaria, non siamo solo noi

Fa bene chi lamenta un’eccessiva morbosità del nostro italico sistema mediatico nei confronti della giustizia, il modo in cui udienze vengano adibite a grandi show televisivi, l’insana pratica -che ci riporta, invero, a tempi non troppo lontani, per non dire ancora attuali e solo ora in fase declinante- del “processo mediatico”, quelle infinite puntatissime dello scatolone santoriano del momento in cui Travaglio si trasforma nel Cassatore dei Cassatori (con ogni doppio senso a libera discrezione del lettore). Fa bene a lamentarsi, dicevamo, ed anche a spegnere l’aggeggio mediatico in uso (posto che tra poco, inevitabilmente, non avremo più nulla tra le mano che non si possa spegnere ed accendere a nostro piacimento), ma se ciò può in qualche modo esser di sollievo, noi italiani non siamo gli unici a far della pratica processuale un feticcio dell’entertainment.
Questo l’advertisement che ho trovato su una (stupenda) fermata del bus di Kensington High Stret, una delle strade più lussuose di Londra:

Ho pensato: “Ok, forse questi -almeno- le udienze le seguono, ragionano sugli elementi processuali, non sfuggono all’analisi critica”.
Poi mi sono trovato a discutere amichevolmente con un’amica tedesca, assolutamente convinta della colpevolezza dell’atleta sudafricano e della malafede del giudice. Ho risposto: “Chi siamo noi per giudicare? Ne sappiamo qualcosa di balistica o di qualsivoglia dinamiche criminogene?”.
E allora forse il cieco parteggiare -elemento fondamentale della morbosità mediatico-giudiziaria di cui sopra non é poi solo prerogativa di guelfi e ghibellini: studieremo il fenomeno, sapremo dirvi di più.

dalla grigia Albione
Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Breaking Bad 6: solo i media italiani ci potevano cascare

Breaking Bad é la serie Tv di grandissimo successo che ha letteralmente dominato gli Emmy Awards di quest’anno, con ben cinque nomination trasformatesi in premi, proprio ieri notte.

Cosa fa National Report, il sito di news indipendente (ma di sana fede ultraconservatrice) più letto (e di conseguenza infarcito di fastidiosissimi e finanche inopportuni Ads, ossia spot) d’America? Ovviamente pubblica la notizia di un’intervista esclusiva all’autore delle serie, tirando in mezzo anche la CNN (con un semplice link alla sua homepage), in cui quest’ultimo annuncia una nuova serie dai risvolti piuttosto sconvolgenti.

Valanghe di click, chiaramente. E la nostra ANSA non può che riportare la notizia, ingaggiando la malcapitata redazione online nella traduzione letterale della paginata pubblicata dal National Report, la testata di cui sopra.

Peccato che il National Report sia notoriamente un sito sì di informazione, ma di stampo satirico (fatto -è da dire- decisamente meglio di quelli nostrani, a cui pure spesso in molti abboccano comunque), e quindi non nuovo nella pubblicazione di notizie totalmente inventate dal nulla. Peccato poi per Breaking Bad, che non continuerà affatto, come -tra gli altri- racconta l’Indipendent.
E peccato, infine e soprattutto, per l’ANSA: può, un’agenzia che teoricamente dà le notizie ai giornali stessi, prendere per buona una bufala del genere?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Schettino alla Sapienza: lectio de che? [documento ufficiale]

Possibile che si possa prendere, così, quasi a caso, un evento di un mese fa e trasformarlo nel maggior argomento di discussione della giornata, sui social e addirittura su carta stampata? Dobbiamo immaginare che siano davvero delle efficacissime -almeno per una certa audience- armi di distrazione di massa?

La notizia del giorno, ad esempio, è che l’ex-comandante Schettino sia andato a tenere -il 5 LUGLIO, ed oggi è il 6 agosto- una “lectio magistralis”, per l’esattezza sulla “gestione del panico”, all’ateneo più (e noto?) d’Italia, l’Università La Sapienza.
Senza scomodarsi nella ricerca di giustificazioni un po’ “arrampicate” da parte del prof. Vincenzo Mastronardi, organizzatore dell’incontro -come altri hanno giustamente già fatto- bastava poco per verificare la veridicità e la dimensione dello scoop odierno:
Emanuele Perugini, giornalista scientifico che frequenta per motivi professionali l’ambiente universitario, ci ha passato il documento in pdf dell’invito ufficiale al Seminario, inviatogli direttamente dal prof. Mastronardi.

1. L’INTESTAZIONE. E’ inevocabilmente quella dell’Università: riporta il nome della Facoltà, del Dipartimento, delle cattedre degli organizzatori, il logo stesso dell’Ateneo. Eppure Mastronardi riesce a dichiarare al Sole che “l’evento non c’entrava niente con l’Università”.
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2. L’EVENTO INCRIMINATO. E’ stato spacciato dal mondo dell’informazione come una “lectio magistralis” in “gestione del panico”: effettivamente sarebbe stata una gran gag. Per fortuna (ma neanche tanta) Schettino, ancora imputato, è solo andato a spiegare la dinamica dell’incidente della Costa Concordia, che costò la vita a 32 turisti di varie nazionalità.
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Insomma, lectio de che? La gag sfuma, ma la bufala e la vergogna rimangono.
Se poi ci aggiungete un po’ di vesti stracciate, come questa di Mentana (e i tanti, innumerevoli, insignificanti, passaggi di passerella di qualsivoglia esponente politico sul caso, oltre che del Magnifico Rettore), la zuppa è pronta:

Solo in Italia si può invitare Schettino all’università. Cosa può spiegare in un corso di criminologia? Come si uccidono 32 persone con un inchino? Si rimuova quel docente, prima di fare l’ennesimo pianto sulla sorte dell’istruzione, e l’ennesima similitudine d’accatto su ciò che va a picco per l’inettitudine umana

Nicolò Scarano
@nicoloscarano
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In Onda: mettete Sottile in Salvo da De Benedetti

16 luglio 2014, striscia estiva delle 20.30 su La7, la Sardoni e Salvo Sottile. Il mini-talk si chiama In Onda e manda in onda uno “scoop”: ha beccato un Graziano Del Rio -piuttosto imbarazzato, è da dirlo, alla vista delle telecamere- uscire dall’abitazione privata di Carlo De Benedetti.
“Di cosa avete parlato? Perché proprio a casa del signor De Benedetti?”, Del Rio svia e scappa.

17 luglio 2014, striscia estiva delle 20.30 su La7, edizione lunga del venerdì, la Sardoni e Salvo Sottile, “In Onda”. Squilla il telefono, è De Benedetti. La povera Sardoni non fa in tempo a proferir parola che l’Ingegnere prevarica: “No, senta lei, adesso se mi consente parlo io”.
E’ monologo: digressione su una tentata intervista parallela -riguardante “la ridicola iniziativa della Ferrari sull’Unità” (è vero, le iniziative belle e utili e per il bene dell’impresa e dell’informazione sono solo le sue)- e descrizione dettagliata della routine mattutina. Poi attacca: “A casa mia sono venuti Prodi, Letta, Monti, D’Alema.. Gliene potrei dire altri, di destra e di sinistra, perché io ho conoscenze internazionali, una certa esperienza, sono un vecchio, la gente mi viene a chiedere delle opinioni, dei consigli, semplicemente delle OPINIONI”.

Sfoggio di potere e prosopopea a più non posso, e qui entra in gioco Sottile Salvo, che fino a cinque minuti prima aveva provato a dare la colpa a Marino (non che Marino non sia da bastonare, figuriamoci) anche del maleducatissimo (“trucido” in gergo) autista di auto blu comparso nel servizio sul degrado di Roma. Ecco, Sottile Salvo, il “forte coi deboli”, non può che essere, di converso, un “debole coi forti”. La vocina gli esce così, di lato, mentre quello sbraita: “Infatti non c’è niente di male, Ingegnere” (ma allora perchè montare uno “scoop”, la sera prima?). Mai sia disturbare sior De Benedetti, che mette il carico: lezioni di opportunità, di giornalismo, “Se voglio vado a Palazzo Chigi, se voglio sto a casa.. Lei non lo sa quanta gente è che vedo io, lei non lo sa.”

Si salva solo la Sardoni quando, all’ultima profusione di narcisismo di De Benedetti -“Avrei nomi molto ma moooolto più interessanti da dirle”-, fa almeno un po’ la giornalista: “E perché non ce li dice, (se vuole)?”.
Ma continua De Benedetti: “Io non penso di essere un imprenditore come tutti gli altri, ho epsperienza, e poi ho OTTANT’ANNI (ripete almeno tre volte), ha capito?”.
Quando dall’altro capo del telefono poi si sente anche: “Ci vuole un minimo di educazione..” si capisce che è meglio chiudere.
Anche questa triste cronaca di ingegneri boriosi e mezzibusti piegati.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano