Le persone di buon senso e onestà intellettuale, libere da qualsiasi rancore nonostante su posizioni radicalmente diverse, oggi danno onore a Possibile e a Vivati di essersi presi la responsibilità di andare a sbattere contro un altro muro. Scendendo in piazza e chiedendo un gesto reale seppur semplice a persone vere. Muovendosi anziché aspettare seduti sulla riva del fiume – che comunque non porterà l’agognato cadavere ancora per parecchio, pare – a recitare assemblee, riunoncine, collettivi, negoziati. Avventurandosi, scoprendo il fianco, rischiando tantissimo. Mostrando l’unica esperienza perlomeno vitale e futuribile, seppur ardua, di alternativa. Poi ci sono i poracci, i bulletti, i “vai a lavorare”. Perdonate la dicotomia.
Cade il totem, dell’Unione Europea
Capiamoci. Uno non può dire che l’Europa così com’è fa più danni e divisioni che altro perché sono i governi che fanno danni e divisioni, non l’Europa: se lo fa, viene semplicemente tacciato di euroscetticismo, antieuropeismo, al peggio di nazionalismo. Di essere contro la moneta unica, di volersi rinchiudere in un anacronistico protezionismo.
Solo che è l’Europa così com’è, nei suoi funzionamenti più intrinsechi, che permette ai governi di fare danni e divisioni, non capita. Quindi lo capite che c’è qualcosa che non funziona nella difesa ideologica dell’Europa come entità sacra e intoccabile in ogni forma essa si presenti?
Credo di non poter essere accusato, per quel poco che posso aver espresso pubblicamente, di alcuna forma né di euroscetticismo né di antiglobalismo, ma c’è qualcosa di profondamente marcio se dopo le tragedie degli scorsi ANNI – non mesi, non settimane, non giorni – un summit che a fine agosto sembrava dovesse essere la nuova Yalta per le migrazioni si è risolto in un nulla di fatto.
È duro, è doloroso, è un totem che ci cade in testa e ce la spacca, but stick with that, dicono gli inglesi: o cambia radicalmente, e con urgenza, o l’Unione Europea muore. E tra atroci dolori, per tutti. Pensare a come farsi il meno male possibile non è più né un tabù né un peccato né un progetto estremista. L’ho detto. E non è stato facile, no.
Cantone apre su legalizzazione cannabis, e nessuno ne parla
Foto da Giornalettismo
Alla festa dei giovani Pd di sabato è intervenuto anche Raffaele Cantone. La Repubblica Napoli fa un dettagliato resoconto dell’intervento: lavoro, camorra, omertà, rivoluzione arancione.
A Napoli manca lavoro, e come biasimare allora quei giovani che scelgono la camorra come alternativa alla fame e al caos? Per troppo tempo si è fatto finta di non vedere e l’attività di spaccio permette alla camorra di gestire un vero e proprio welfare parallelo.
Il quotidiano, a parte il fatto che titola così (ma quale choc?):
..si dimentica di riportare una parte piuttosto fondamentale dell’intervento, quella in cui Cantone accenna alla legalizzazione delle droghe leggere come una possibile soluzione, non più un tabù; e gli fanno compagnia gli altri (pochissimi) giornali che hanno parlato dell’iniziativa.
Soltanto Giornalettismo, che pubblica anche il video dell’intervento, fa riferimento alla dichiarazione, quella sì davvero choc ma in positivo, nel suo reportage. Dichiarazione che secondo la testimonianza del segretario dei Gd di Napoli Marco Sarracino è stata accolta anche con un applauso da parte dei ragazzi.
E che è stata ripresa anche dall’agenzia ANSA, passata “inosservata”.
http://ptp.stbm.it/v/0m55pdgtfg
Perché allora, mi chiedo, quello delle proposte di legalizzazione continua ad essere in Italia un tabù o, peggio ancora, un tema di talmente scarso interesse (per i giornalisti soltanto?) da non meritare neppure una parolina in un articolo?
Perché si continua a censurare il dibattito -ahimè, siamo ancora ad uno stadio primordiale della discussione- anche quando a parlarne è nientemeno che un commissario straordinario nominato dal presidente del consiglio?
E perché, infine -e forse è la colpa più grave-, La Repubblica decide di tacere proprio quando finalmente il discorso era racchiuso in uno ben più grande e importante, quello della camorra e di come fare per neutralizzarla?
Cosa si può dire, di Napoli?
Io un paio di cose vorrei capire, e mi scuso coi napoletani se mi permetto di parlare di Napoli anche se non ci vivo, chiamatemi pure “sciu sciu”.
Oggi il funerale di Genny Cesarano è stato ripreso in diretta dalle TV, e si è inscenata una specie di manifestazione della cittadinanza del rione Sanità. Tutto legittimo, non lo critico.
A un certo punto pare che un cartellone/striscione con su scritto “ci ammazza la camorra”, che campeggiava in mezzo alla folla, sia stato strappato, requisito, insomma che sia sparito. Così.
La prima cosa che vorrei capire è cosa intendono i cittadini – come il povero padre di Genny, ma anche figure molto seguite come Padre Zanotelli ed altri, e soprattutto i giornalisti, quando ripetono il mantra “Non c’è lo stato, manca lo stato, lo stato non ci dà il lavoro”.
Chiaro, e giustissimo, figurarsi, che non c’è lo stato. Poi accade che sparisce quello striscione e, boh, qualcuno ha detto qualcosa? C’è stata una colluttazione per evitare che non accadesse? Chiedo, perché davvero non so.
La seconda casa riguarda le reazioni dei napoletani a quello che gli avulsi dalla realtà napoletana, sia da sempre che da un po’, si permettono di dire, o consigliare, anche solo incitare ai napoletani dopo aver letto che effettivamente lo stato non c’è.
E no, non si può dire niente, se sei di fuori non puoi dire proprio niente. Neanche ” ribellatevi alla camorra”, un generico invito a “lottare”, a “resistere”. E uno che deve dire allora, “arrendetevi”? Oppure, meglio, farsi i cazzi suoi, replicando quell’indifferenza di dentro e di fuori che ad occhio condanna Napoli da sempre?
Insomma, cosa si può dire o fare, pensare, come si può aiutare Napoli?
Le immagini del dolore: discernimento, euristica, slacktivism
È veramente un dibattito nuovo ed utile quello che riguarda la pubblicazione delle immagini forti sulle prime pagine dei media tradizionali? No, non lo è per nulla. E’ una questione in realtà piuttosto stantia, che già animava gli intellettuali quando furono ritrovati i cadaveri di Pasolini e Moro, o di quando dal Vietnam arrivarono le immagini della devastazione provocata dal napalm. Fondamentalmente, ha poco senso discettare della opportunità o meno di pubblicare il piccolo Aylan, inerme sulla spiaggia di Bodrum: si tratta di una scelta editoriale. Sciacallaggio? No, vi prego, ritorniamo a discernere. Ciò che ha attraversato la testa dei giornalisti del Guardian – tra gli altri, che hanno deciso di farvi la prima pagina, sarà stato: “Ha senso mostrare tanto dolore? Può cambiare qualcosa? Può sensibilizzare, può smuovere l’Unione Europea?”. Ciò che hanno scritto è: “Se non lo fa questa immagine, nient’altro lo farà”.
Un passo indietro: precisamente una settimana fa abbiamo assistito alla notizia dell’omicidio folle dei due giornalisti del Virginia, da parte del fu collega Flanagan. Abbiamo discusso della mediatizzazione di un gesto già volutamente mediatico, cioè la ripresa in diretta dello stesso pluriomicidio, subito pubblicata sui canali social e divenuta virale. L’abbiamo giudicata fondamentalmente sbagliata, quella disintermediazione degli assassini, veicolata da una stampa che non controlla minimamente i flussi online e che spesso fa un uso spietato – o goffo: quale delle due è peggio? – dello strumento social network.
Perché quella sì e questa no? Perché Flanagan ha sì ucciso per l’odio nei confronti di due persone, o – a suo dire – per vendicare la strage di neri a Chesterton, ma ha ripreso per umiliare, per la ricerca folle di un destino da celetoid, un surrogato della celebrità, di misura globale. Ripubblicare la sua “opera”, perché di un terribile artefatto si parla quando si considera quel video a mo’ di videogioco sparatutto, significava solo assecondarlo, senza aggiungere nulla: delle dinamiche di un qualsiasi tipo di assassinio sappiamo ormai teoricamente e praticamente tutto. Lo stesso discorso vale per l’ISIS, “una realtà che ti vorrebbe comunicare e ci sta riuscendo benissimo”, che riesce a farsi “disintermediare” senza alcuno sforzo. Grazie al nostro gusto dell’orrido, forse, il quale non ci fa comprendere che (far) vedere ancora un altro, dopo i primi due, tre o quattro, video di uno sgozzamento, forse, non serve a nulla.
Ieri poi, si è discusso anche di altre immagini, quelle dei poliziotti cechi che “marchiano” con il pennarello i profughi in arrivo, che rievocano scenari tanto mostruosi quanto diversi dal punto di vista della genesi e della situazione storico-politica. Perché il “marchio” fatto a inchiostro sulla pelle dei Siriani ci ricorda quello impresso ai prigionieri dei campi nazisti? È una questione di euristiche: la valanga di informazioni alle quali siamo esposti ogni giorno obbliga il nostro cervello a percorrere scorciatoie di pensiero per non affaticarsi e per completare un giudizio o una decisione più velocemente. Il gesto del marchiare si collega ad un altro, dallo stesso valore simbolico: il più disponibile (da qui euristica della disponibilità) nelle nostra memoria e nella nostra coscienza collettiva. In questo specifico caso si tratta del marchio impresso ai prigionieri dei campi di concentramento. Dove ci porta una giudizio così rapido? Ci fa muovere, o solo impressionare?
A mostare Aylan non si asseconda nessuno. A mostrare Aylan si compie un atto politico. Sangue, merda, morte. A *guardare* Aylan si può, forse, piombare per qualche secondo in una voragine di responsabilità storiche, piuttosto che nella mente malata di un folle, o nella propaganda senza scrupoli di una rampante organizzazione politico-militare. Mostrare Aylan è, ancora, una pura e semplice scelta editoriale. E allora forse il ragionamento, il dibattito – anzi no, smettiamola per una volta di dibattere, la domanda, più che rivolta al presunto “sciacallaggio” del media tradizionale, va rivolta più a noi stessi: cosa ne facciamo delle nostre emozioni, della nostra sensibilità eventualmente turbata, di immediate associazioni come quella coi campi di concentramento? Cosa facciamo, da oggi, dopo che ieri sera abbiamo visto quelle foto? Ci dividiamo nelle nostre tribù politiche, dando modo a quello con la voce più grossa di strumentalizzarlo? Oppure ci dedichiamo a un po’ di slacktivism, quel misto di indignazione e rabbia espressa tramite un semplice like, o share, parole sprecate? Siamo ancora capaci del discernimento, anche di quello che non ci fa mettere sullo stesso piano assassini e bambini?
Il nostro essere diventati ognuno dei piccoli media a sé stanti, più o meno autonomi, più o meno onesti intellettualmente, più o meno consapevoli, ci sta facendo scontrare non tanto sulle cause e le soluzioni di una tragedia umanitaria, ma sull’opportunità o meno di esibire in bacheca la foto di Aylan: su questo prende consistenza, consenso, a volte potere, chi rozzamente taglia con l’accetta. L’antidoto? È solo questo.
@nicoloscarano
@PENN0NE
Che finaccia che hai fatto, Tony
Una giovane sostenitrice di Jeremy Corbyn scrive sul Guardian: “Ehi, non ci venite a fare del paternalismo, non vogliamo il socialismo reale ma semplicemente una chance, finalmente, di esprimere la nostra voce, di immaginare un futuro diverso, e avremo quasi cinque anni per farlo, trovando anche il modo di vincere le elezioni”.
Blair risponde a suo modo, mettendo insieme Tsipras e Le Pen, Sanders e Trump – cioé: tutti uguali tranne noi persone serie e responsabili, compreso David Cameron e, chessò, il mio caro amico George W. Bush – e con il messaggio più conservatore che esista: “È la realtà, bambina, [non puoi cambiarla] e ci sbatterai addosso”. Con una vena di vittimismo tipo “perché non ci ascoltano più, a me, Gordon Brown e Neil Kinnock?” (chissà, perché), e una riflessione finale sull’onda anti-establishment che avanza in tutto il mondo, con una conclusione: “Tanto non è così, ma a ‘sto punto costruiamo un ponte tra queste due realtà: la mia, quella vera, e la loro, quella di Alice in Wonderland”.
Che finaccia che hai fatto, Tony.
Rosie: “But instead we are looking to the future. The passion and enthusiasm in these Labour members and supporters doesn’t long for the Good Old Days, whenever they may have been, but looks forward. I don’t view Corbyn as some kind of vintage nostalgia, tied up in bunting with a Keep Calm and Renationalise the Railways poster. He offers progress, not the safe stasis of the other candidates”. Blair: “It’s a revolution but within a hermetically sealed bubble – not the Westminster one they despise, but one just as remote from actual reality. Those in this bubble feel good about what they’re doing. They’re making all those “in authority” feel their anger and their power. There is a sense of real change because of course the impact on politics is indeed real. The Labour party is now effectively a changed political party over the space of three months. However, it doesn’t alter the “real” reality. It provides a refuge from it.”.
Il sondaggio, uno strumento di comunicazione
il TITOLOSTRILLO è “Syriza perde 20 punti nei sondaggi”.
La REALTÀ è: “Secondo l’indagine, svolta dall’agenzia ProRata per conto del quotidiano Efimerida ton Syntakton, alla domanda per chi intendono votare alle prossime elezioni gli intervistati hanno risposto in questo modo: Syriza 23%; Nea Demokratia 19,5%; Alba Dorata 6,5%; Comunisti 5%; Pasok 4,5%; To Potami 4%; Unità Popolare 3,5%; Centro 3%; Greci Indipendenti 2%” = 71%.
Ops, manca ben il 29% dei voti: a chi andranno mai? Ai puffi? Alla Merkel? Alla reincarnazione di Bacco? “Il 25,5% è ancora indeciso”. Quindi si conoscono le intenzioni (dichiarate) solo di quelli che un’intenzione ce l’hanno, cioé il 74,5% della popolazione.
Ahhhh, quindi al voto come andrebbe a finire in caso tutti gli indecisi non votassero? Basta ricalcolare le percentuali. Dividendole per 74,5% e moltiplicandole per 100, vengono circa: Syriza 30,9%; Nea Demokratia 26,2%; Alba Dorata 8,7%; Comunisti 6,7%; Pasok 6%; To Potami 5,4%; Unità Popolare 4,7%; Centro 4%; Greci Indipendenti 2,7%. Nessuno avrebbe i voti per far nulla da solo, e le alleanze da metter su parrebbero complicate.
Ma poi.. Tanti degli indecisi, che sono il primo partito, votano. E solitamente votano i due partiti più grandi, in questo caso Syriza ed ND. E c’è una campagna elettorale, da qui al 20 Settembre. Che in un paese come la Grecia, lo abbiamo visto a luglio, cambia le cose eccome.
Il sondaggio, o ciò che ne viene fatto, è uno strumento di comunicazione politica. Niente di nuovo.
Dopo i cretini, gli assassini: l’aspetto macabro della disintermediazione
Si può parlare della disintermediazione dei cretini, prendendo ad esempio il caso di Matteo Salvini che, commentando il ritorno al milan di Mario Balotelli con un tweet, viene ripreso addirittura dalle strisce sportive dei telegiornali nazionali in prime time.
Ieri abbiamo avuto modo, purtroppo, di assistere invece a una disintermediazione degli assassini: un ragazzo del Virginia, smartphone in mano, ha ripreso in stile First Person Shooter (il genere di videogame tradotto in italiano come “sparatutto”), tutta la sequenza folle durante la quale ha sparato due suoi ex-colleghi, una reporter di 24 anni e il cameraman di 27, pare “per vendicare la strage di Chesterton”. Poi lo ha postato, su Twitter e Facebook, e infine si è sparato. Tutto on his exclusive own, tutto da solo.
Ovviamente un contenuto del genere sui social media ha avuto immediatamente un seguito e una viralità devastante. Dopo pochi minuti erano già parecchi i RT del video dell’assassinio, così come le richieste al “signor social media” di eliminare il prima possibile l’account incriminato. Alla fine sia Twitter che Facebook hanno accolto la richiesta, e cancellato l’account di Vester Flanagan.
Flanagan ha adoperato un atto di disintermediazione nel condividere un atto così terribile, ma la chiave sta nel fatto che non ha avuto bisogno di alcun media che si adoperasse per mostrare in diretta o in differita il folle gesto: sono stati i media stessi -non tutti: Buzzfeed sì, il Guardian no, per fare un paio di esempi- ad essersi prodigati nel RIlanciarlo a più non posso.
Qui si pongono violentemente un paio di problemi etici, come descritto bene da Arianna Ciccone e Massimo Mantellini, nella nuova funzione che il giornalismo sempre più dovrà assumere, ossia quello di “filtro” dei sempre meno controllabili flussi di informazioni e contenuti che viaggeranno nella Rete da qui a tempo indefinito.
Dal punto di vista giornalistico:
– è giusto mostrare il video? Ma soprattutto: è necessario? Non si può raccontare un assassinio, dalle dinamiche neanche troppo particolari, semplicemente descrivendolo bene, come una volta? Può tutto davvero ridursi alla logica dei click?
– è giusto mostrare i tweet e i post dell’assassino, lasciandone trasparenti le dichiarate intenzioni? Slate, in una provocazione che comunque ha dei punti a suo favore, ha ieri sera “rimproverato” Facebook e Twitter per aver cancellato gli account dell’assassino. Forse bastava bloccare il video e lasciare fruibili ed intatti i tweet e i post, grazie al quale si poteva saperne di più del “retroterra” da cui proveniva il fatto?
Tornando al primo dei due punti, faccio l’esempio più banale, terribile e provocatorio che si possa fare: se una qualsiasi dittatura sanguinaria del Novecento avesse avuto le tecnologie digitali che abbiamo oggi, e per feroce propaganda avesse ripreso LIVE, condividendolo anche in streaming sui social media, un pogrom o una gassificazione, cosa avrebbero fatto i media di oggi? Lo avrebbero condiviso per riportare la più fedele versione dei fatti? Ops, sta già accadendo, sebbene in proporzioni ancora minori: vedi ISIS. “Se [l’assassinio dei due giornalisti] va pubblicato, cosa è che *non* si pubblica?”, si chiede giustamente Fabio Chiusi. E una volta oltrepassato quel limite?
In Italia si comincia a parlare di disintermediazione, pochi anni fa, come di una naturale strategia comunicativa ad uso e consumo di (talvolta squallida) comunicazione politica. Preferisco ancora quella.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
La disintermediazione dei cretini
Salvini scrive un tweet su Balotelli. Si, vabbe’, da tifoso milanista.
TgLa7, servizio su Balotelli che torna al Milan. “Intanto arrivano i primi commenti del web”: viene citato solo il tweet di Salvini, integralmente.
La disintermediazione, quella dei cretini, è un fatto culturale. Dei disintermediati stessi, cioè i giornalisti.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Feltri made in China
Non ho capito perché ce la stiamo prendendo con Stefano Feltri per aver solo espresso e “documentato” delle banalità: gli studi umanistici, a cui lui nel suo pezzo si rivolge con sufficienza, snobismo, dileggio, quasi disprezzo, sono meno “remunerativi” di quelli scientifico-economici, sia nel breve che nel lungo termine. Ha scoperto l’acqua calda, clap clap. Più che altro non si capisce che proporrebbe lui per rimediare al “costo collettivo” che ‘sti stronzi bohemienne -me compresso- fanno pagare a tutti quanti: l’eliminazione della libertà di studio per assecondare i bisogni del mercato? Tipo una formazione pianificata annuale di un tot di ingegneri, economisti, matematici, avvocati, medici e poi due o tre letterati o giornalisti per lo stretto necessario? Oppure che la gente che ha la fortuna di frequentare l’università si autofrustri di propria medesima volontà e scelga di passare anni terribili a studiare roba di cui non gli importa una mazza per il bene dell’economia nazionale? China-style? Ma soprattutto: dove cazzo l’ha presa l’associazione tra dare valore alla cultura umanistica e pensare che chi non sappia i versi del canto di Paolo e Francesca non sia degno di interlocuzione? Mitico.


