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Tra legale e impresentabile

Definiamo questo “tema della legalità” ordunque. Se il tema politico della legalità è che un indagato per abuso d’ufficio è “impresentabile”, per quanto mi riguarda è il tema sbagliato, mi dispiace. Ed è ancora più sbagliato mettere su questo bordello a 40 ore dalle elezioni. Se il tema invece è, come ben suggerisce Gianluca Ruggieri, che i partiti non sono in grado di mantenere neanche impegni da loro stessi firmati, concordo: un problema eminentemente POLITICO. Che va risolto dai cittadini col voto, possibilmente, senza essere, di nuovo, mediaticamente scossi così, sempre a 40 ore dalle elezioni da uno show del genere.

Quindi, che facciamo? L’unica soluzione è cominciare once for all a fare politica e informazione decentemente. Tornando a De Luca, per me ha ragione Laura Di Donato quando dice “potevate non candidarlo”, ha (le sue) ragionissime il Pd a candidarlo, e ha infine ragione chi afferma che questa gazzarra è incivile e che le istituzioni non si gestiscono così. Altro?

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A House Divided, o del perché le istituzioni devono funzionare

Vedetevi “A House Divided” di Shane Smith, il capoccia di Vice. Tema: gli otto anni della presidenza Obama, continuamente “ostruiti” da Repubblicani capaci, per pura opposizione, di far cessare TUTTI i servizi pubblici forniti dallo Stato per 16 giorni (ve lo ricordate lo “shutdown” del 2013?..)

Con interviste a molti personaggi interessanti, Obama incluso – un intellettuale illuminato che, come tutti i politici ormai, non è comunque stato capace di navigare a dovere quel mare frammentato che è l’esercizio del potere nel XXI secolo.

Il documentario inoltre spiega eccezionalmente bene perché istituzioni che non decidono e non attuano più non significano “più discussione, più democrazia”, ma una progressiva rottamazione di quest’ultime.

Ah, e poi una differenza fondamentale, culturale, quasi antropologica, tra Europei e Americani. Noi vogliamo, a destra come a sinistra, stato sociale, garanzie, sanità pubblica. Loro vogliono che li lasci stare a morire in pace di appendicite nel cabin di zio Sam, pur di non pagare un dollaro in più di assicurazione.

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Gentiloni, Renzi, il Congresso del Pd – Una questione di logica: se non te ne vai, non puoi “ritornare”

Quindi alla fine si potrebbe andare davvero verso il governicchio di scopo, guidato da un Presidente del Consiglio – se alla fine si rimane su Gentiloni – molto debole (con tutto il rispetto) e tenuto in ostaggio da un Congresso del Pd in corso. Quest’ultimo, essendo così riavvicinato, a marzo (personalmente pensavo si arrivasse almeno a settembre), si preannuncia un po’ una farsetta, oltre che una forzatura rispetto alla prossima data del voto – che poi, per non “logorare” l’eventuale vincitore delle primarie, dovrà essere per forza a maggio/giugno.

Perchè dico che il Congresso del Pd sarà un po’ una farsetta? Perché saranno candidati lo stesso Renzi, probabilmente, poi Enrico Rossi e Bob Hope anche detto Speranza. Michele Emiliano non è scemo, e non si sporcherà le mani: piuttosto rimane altri tre anni e mezzo tranquillo tranquillo in Regione Puglia. E fa bene così. L’ipotesi Pisapia, che si era auspicata su questa bacheca con una certa dose di fantasia, diventa invece ancora più “fantastica”.

Perché penso che Gentiloni non sia una scelta fortunata per il Pd, e soprattutto per Renzi? Perché PROLUNGA il problema, invece di curarlo. PROLUNGA la maggioranza bocciata alle urne, invece che almeno anestetizzarla, o allargarla. PROLUNGA la frustrazione di molti italiani, invece che dar loro o il voto o almeno un governo che non sia così dichiaratamente una propaggine dell’ex Presidente del Consiglio.

Molto ha pesato – oltre a Mps, i terremotati e il G8 di Maggio – una questione mica da poco, che avevamo sottovalutato e che invece non bisogna MAI sottovalutare – cioè LE NOMINE alle agenzie di stato e alle aziende pubbliche (Eni, Enel, Terna, Poste ecc. ecc. ecc.). Che qualcuno – citofonare Luca Lotti – vorrà confermare direttamente dall’ufficio a Palazzo Chigi, non con qualche manovra acrobatica:
http://lapresse.it/nomine-privatizzazioni-e-fusioni-le-ered…

A mio avviso – ma molti amici qui e fuori hanno opinione opposta – quella di proporre Gentiloni è una scelta sbagliata. Non la peggiore di tutte, ma sbagliata, e per motivi in fondo piuttosto semplici:
– Perché mai, io elettore italiano deluso da Renzi e dal suo governo, dovrei bermi la storia delle dimissioni da tutto, quando poi di fatto le mani sul sistema rimangono le stesse (e non credete che non uscirà fuori: Fatto e M5S sono già prontissimi a martellare su questo)?
– Soprattutto, cosa dovrebbe motivarmi a sostenere un leader, quando questo torna in campo dopo soli tre mesi da una bocciatura enorme, come se nulla fosse?

Miracoli (o tragedie) a parte, difficilmente la percezione del personaggio potrà cambiare troppo, in così poco tempo. A Renzi servirebbe un percorso di redenzione, una ristrutturazione del suo messaggio di fondo, del suo senso storico come leader, insomma un vero e proprio “ritorno”.
Se metti un amico tuo al governo, fai tutte le nomine per procura, vivacchi per mesi, conduci nel tuo partito un Congresso-farsa, in cosa consta questo ritorno? Se rimani, se non te ne vai, non puoi “ritornare”: si tratta di logica elementare. E non stai neanche lasciando il testimone a qualcuno che magari propone una linea alternativa, no. Non buono.

Poi magari stiamo prendendo un grosso abbaglio, il governo lo fanno davvero “con tutti” (tranne i grillini, ovviamente), e addirittura Renzi non si candida manco al Congresso che verrà annunciato il 18 dicembre.
Ci diranno di più, il sabato e la domenica.

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Il mattarellum potenziato

Tra le intercapedini degli “al voto, al voto” e “va bene qualsiasi legge elettorale”, stanno crescendo notevoli propaggini di neo-proporzionalisti e neo-maggioritaristi, tutti contraddisti dalla purezza delle loro intenzioni oltre che del sistema che propongono (“proporzionale puro per rappresentanza piena e legislatura costituente” VS. “uninominale puro per rappresentanza territoriale e risultati più certi”).

Ma io e Francesco Moliterni, in quella sede istituzionale altissima che è WhatsApp, abbiamo una soluzione che potrebbe andar bene alle due più grandi formazioni politiche del Paese, il Pd e il M5S. E forse, anche a qualche centrodestra.

Con questo intento di unità per una sana competizione democratica, presentiamo pertanto il MATTARELLUM POTENZIATO:
un uninominale a due turni, col ballottaggio di collegio, e quota proporzionale del 25%, possibilmente senza liste bloccate.

Parliamone, dai

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Che vuol dire Gentiloni

Sulla soluzione Gentiloni riesco a dire solo che è un compromesso nel Pd tra l’ala franceschiniana che non vuole andare a casa e l’ala renziana che vuole tentare la soluzione repentina.

Un compromesso al ribasso, non tanto per le qualità dell’uomo, di fine intelligenza politica e diplomatica (che magari, se ce la fate, non scambierete per il consenso ottenuto ad una primaria cittadina avvenuta nel 2013, che dite?), ma per il fatto che Gentiloni, fidato sia dell’ex Presidente del Consiglio che di Franceschini stesso, è stato fino a martedì Ministro degli Esteri di Renzi.
E quindi sarebbe al governo un rappresentante dello stesso incrocio di poteri e della stessa maggioranza severamente bocciata domenica alle urne.

E allora il problema della genesi di questo prossimo Governo della Repubblica rimane sempre lo stesso:
– se Gentiloni va con un mandato medio-lungo, che vuol dire logoramento non solo del Pd ma di Renzi stesso, qualora non mollasse tutti gli ormeggi dimettendosi da Segretario;
– se Gentiloni va con un mandato cortissimo, che vorrebbe dire: decreto su MPS, legge elettorale e poi tutti a casa per votare.

Lo so, magari ci fa rodere, magari ci sentiamo impotenti, magari ci fa male la testa (a me oggi troppo, evidentemente non ho più l’età per certe cose), ma il futuro prossimo del Paese dipende sempre tutto da come Renzi e Franceschini si siano messi d’accordo, e da come questo si incroci con due fattori: cos’ha in testa Mattarella; e da oggi, Mps.

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E se Franceschini mette le corna a Renzi?

Stasera da Mattarella per il Pd ci vanno Rosato, il capogruppo alla Camera, e Zanda, il capogruppo al Senato. Niente Renzi, com’è giusto che sia.

Ora, insomma, tutto dipende da una condizione semplicissima, e cioè: se Matteo Renzi e Dario Franceschini si sono messi d’accordo.

Se i due si sono messi d’accordo, ci sono due possibilità:
1) Che Rosato e Zanda propongano di andare subito al voto, con lo scenario che ho descritto ieri qui.
2) Più difficile, che i due capigruppo propongano un governo “istituzionale”, governato ad esempio da una figura come Pietro Grasso.
La condizione di questo governo “istituzionale” dovrebbe essere che la sua composizione non abbia alcuna traccia né del “renzismo” – quindi NO PADOAN, che magari un renzista non lo è, ma è stato fino a martedì il Ministro dell’Economia del renzismo 1.0 – né dei vertici (in senso lato) del piddismo – quindi NO FRANCESCHINI. Al massimo, qualche seconda fila in qualche Ministero – magari della sinistra che è stata con Renzi, quindi i turchi. In questo caso si andrebbe a votare tra circa un anno, con uno scenario di questo tipo.

E se Franceschini invece ha deciso che mette le corna a Renzi?
3) Si potrebbe andare a un governo retto dalla stessa maggioranza che ha retto il governo Renzi. Questo governo sarebbe guidato da un democratico, più probabilmente da un democristiano, molto probabilmente da Dario Franceschini stesso. A cui sicuramente Palazzo Chigi è rimasto sul palato per tanto tempo.

Sarebbe lo scenario ideale, per i dalem-bersaniani e i franceschiniani stessi: rimanere al governo per un probabile ultimo giro, logorare Matteo Renzi, chiudere la legislatura e poi prendere una sonora batosta alle politiche del 2018, così da poter “ricostruire il Partito” con un nuovo Segretario che faccia un accordicchio di bottega con tutti quanti assieme. Insomma un Bersani 2.0, il Pd del 2009-2013. Il 25% fisso, non di più. Così da poter lamentarsi di quanto so’ cattivi e incivili gli altri (grillini, berlusconiani e salviniani), ma senza fare opposizione vera, no, mai sia. Né, per carità, proporre niente di nuovo. In sintesi: una storia già vista. Che un senso non ce l’ha.

Quale sarebbe, in questo caso funesto, la strada strettissima che dovrebbe percorrere Matteo Renzi?
1. Sparire davvero dalla scena per un po’. Riprendere contatto con la realtà, col paese, con la classe trasversale degli incazzati.
2. Incominciare, sottotraccia, a far filtrare una narrazione (non sua, non in prima persona, ma raccontata da altri che “sanno come sono andate veramente le cose”). Una narrazione in cui “i vecchi notabili del Partito” – Franceschini, Bersani e soci – hanno tradito, hanno voluto il solito inciucio. Una narrazione in cui i nemici interni hanno fatto proprio ciò che lui voleva che finisse per sempre grazie alle riforme su cui ha scommesso tanto. Una narrazione in stile Berlusca contro Fini, su una traccia ben precisa: “Mi hanno fatto un golpe, perché stavo davvero cambiando le cose, perché stavo davvero per cambiare tutto”.
3. Ritornare al prossimo congresso del Partito Democratico col progetto di azzerare tutti questi nemici interni una volta per tutti (anche perché, come scrivevo sopra, questo è il loro ultimo giro). Una storia di risorgimento dalle ceneri, insomma, una storia da fenice. Per “una politica veramente nuova”, per applicare “il nostro vero programma”. Possibilmente con meno arroganza (ma ne è capace?), e qualche idea seria contro le disuguaglianze. Dunque vincere le primarie, possibilmente contro un avversario degno (Emiliano? Pisapia?), e ricandidarsi alla Presidenza del Consiglio.
Una missione estremamente difficile, ovviamente. Ma uno scenario affascinante, comunque la si pensi sul fiorentino.

(Poi magari potrei cercare post, e lettere, e dichiarazioni disperate, di poco più di tre anni fa. In cui io e qualche altro, in campagna per Civati Segretario del Pd, avvertivamo IRRENZI del casino in cui si stava cacciando mettendosi in mano ai Franceschini, ai De Luca, ai Fioroni ecc. ecc. ecc.. Ma no, non mi va, e comunque ora come ora non ha alcun senso.)

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Fassino strafatto di speed

Comunque il Pd si trova in quella adorabile situazione in cui, avendo perso male un’elezione, deve scegliere tra:
– andarne a perdere male (ma forse neanche troppo) un’altra tra tre mesi per assecondare l’eccesso di testosterone della sua fazione momentaneamente più in crisi;
– andarne a perdere un’altra malissimo tra un anno/un anno e mezzo per accontentare la sete di potere per il potere di qualche notabile, sempre i soliti.

E allora ci vorrebbe un Fassino che vada ora in “Direzione Permanente” e dichiari, totalmente fatto di speed e prima di prendere fuoco:
VADA RENZI VADA, FACCIA IL SUO PARTITO PARALLELO AL PD E VEDIAMO QUANTI VOTI PRENDE

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VOTO ANTICIPATO? QUALCHE IPOTESI

Che fosse tutto nelle mani di Dario Franceschini – ma bastava farsi due conti – qualcuno lo aveva già detto due giorni fa: https://m.facebook.com/story.php…
Se a Darione va bene il voto, ma soprattutto se il voto va bene ai suoi 90 (secondo Repubblica) e passa (dico io, aggiungendoci parecchi dei 50 “renziani”), allora può anche essere che il voto accada per davvero – dato che Mattarella difficilmente troverebbe un’altra maggioranza.
E a quel punto si andrebbe con qualsiasi legge elettorale la Consulta tirerà fuori il 24 gennaio, sia per la Camera che per il Senato.

Vi pare una follia? Sì, lo è, ma proviamo a pensarla politicamente.
1. Alla Camera, a prescindere che rimanga il ballottaggio o meno, vi sarà un premio di maggioranza. Quindi vi sarà un partito che dominerà quell’aula. Il Movimento Cinque Stelle? Probabile. Mettiamo che conquistino la maggioranza alla Camera dei Deputati, allora.
2. Al Senato si verificherebbe uno stallo, anche con i grillini in maggioranza relativa. A quel punto toccherebbe a loro doverla trovare, niente scuse. Chi sarebbe il più affine? Salvini? Una eventuale formazione di sinistra (che non si sa se entrerebbe, con la soglia)? Forza Italia? Di certo non il Partito Democratico, insomma.

Molto probabilmente, insomma, si verificherebbe una situazione in cui anche i grillini sarebbero costretti a cominciare una politica più evoluta, diversa da quella basata puramente sul consenso. E soprattutto, una politica ampiamente criticabile, a partire da chi sarà l’interlocutore scelto per formare la maggioranza.

E il Pd?
Non è escluso che il Pd possa anche vincerle, le prossime elezioni. Senza il ballottaggio alla Camera, soprattutto. Per poi andarsi a cercare la solita maggioranza di sempre in Senato (con pezzi di centrodestra), essendo difficile che una eventuale formazione di sinistra gli conceda il nullaosta.

Il candidato premier del Pd, se il voto si verificasse al più presto, sarebbe ancora Matteo Renzi. Il cui obiettivo dovrebbe essere almeno quello del 35%.
Tra il 30 e il 35, invece, il fiorentino si troverebbe probabilmente a fare opposizione: a mio avviso, non potrebbe che fargli bene. Una bella dose di umiltà, un ritorno graduale a contatto con l’Italia che è incazzata nera. Premesso che ne sia capace, vista la retorica usata negli ultimi mesi, e anche nella direzione di ieri..
E se invece Renzi finisse sotto al 30%, beh, avendo perso la seconda rischiosissima scommessa nel giro di tre mesi, allora avrebbe a casa una PlayStation che lo aspetta. In quel caso, a tempo indeterminato.

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COSA PUÒ FARE MATTEO RENZI

(maancheno, ma allora vada pure a sbattere e #ciaone, pace, ce ne faremo una santa ragione) Spassionatamente e non richiestamente..

“Mi scuso con tutti. Ho sopravvalutato il mio consenso e la mia capacità di leggere il clima del Paese. Ho provato ad offrire una retorica populista e una possibilità di mandare a casa una parte di establishment, ma non ce l’ho fatta.
Ho fatto questo, quello e quell’altro al governo, ma non ho saputo spiegarlo bene come avrei potuto. Alcune delle riforme che ho fatto, in assoluta buona fede, non hanno funzionato come avrei voluto – per imprecisioni, sottovalutazioni e una congiuntura storica molto difficile.
Pertanto dopo l’approvazione del bilancio, venerdì, mi dimetterò da Presidente del Consiglio, come già annunciato. Ora il Pd deve offrire una soluzione al paese – una figura istituzionale, super partes e con pochi fronzoli come Pietro Grasso. Dobbiamo umilmente e senza polemiche metterci al servizio dei cittadini per traghettare le istituzioni fino al prossimo autunno, stabilizzando il sistema e facendo delle buone leggi elettorali per Camera e Senato.
Annuncio inoltre di volermi dimettere anche dalla carica di Segretario del Partito Democratico. Lascio al Congresso del prossimo autunno l’onere di decidere la nostra linea e la nostra leadership per vincere le prossime elezioni.”

E lo so che è fantapolitica, è vero. Conoscendo il personaggio, diciamo. Ma Matteo Renzi oggi pomeriggio dovrebbe dire una cosa del genere alla Direzione del Partito Democratico.
Che ovviamente no, non vorrebbe dire mollare tutto, o lasciare gli sviluppi al caso. Non vorrebbe dire andarsene alle Bermuda per sei mesi. Non vorrebbe dire non sapere cosa succede all’interno del Partito, del centrosinistra, della società, del governo. Perché un certo controllo silenzioso e cauto della fase di transizione, attraverso un’influenza iniziale sul nome che porterà avanti “la barracca”, il fiorentino dovrà esercitarlo. Assicurandosi, con il minor numero di forzature possibili, che il Congresso slitti fino all’autunno del 2017.

Il problema è che per il fu Rottamatore sarà arduo rifarsi una verginità in poco tempo. Altro che “andiamo subito a vincere”, altro che “QUARANTAPERCENTOOOO”. La voglia di una rivincita del giorno dopo, non si offenda nessuno, è solo l’effetto di una bella dose di testosterone in eccesso avanzato dalla campagna appena conclusa.
A Renzi invece serve un anno (o quasi) di ricomposizione, un percorso di redenzione estetica, comunicativa e soprattutto politica. Stando lontano dal flipper, centellinando le apparizioni, se possibile girando per l’italia senza farsi accompagnare né da una scorta da un improbabile circo mediatico.

E poi delle primarie aperte, rigeneranti, una ventata d’aria fresca di settembre. Magari contro un avversario di valore, come Michele Emiliano. O come Pierluigi Bersani perché no?, dato che si sente tanto in forma, l’ex Segretario, e dato che ora, folgorato sulla via di Damasco, ha capito tutto del disagio degli ultimi.. Ci vuole, insomma, qualcuno che lo forgi nella lotta e lo faccia sembrare di nuovo un gigante – perché ora non lo sembra più, non lo sembra affatto, sembra solo “un ragazzo” – davanti a quei nanetti da giardino che stanno dall’altra parte. Ah, ovviamente l’1% dell’NCD non serve, anzi fa danno: qualcuno lo dica, a Graziano Del Rio.

Nel complesso un’operazione difficile – ma MOOLTO difficile, ecco. Perché non ci saremo affatto scordati di Renzi tra un anno. Perché esso sarà in tutti i retroscena. E perché i grillini parleranno solo e soltanto di lui, lamentando il fatto che non si sia ancora andati a votare.

Ma come predisporre una fase del genere, nel berevissimo termine? In tre modi:
1) Provando a mettere a capo del governo un non renziano, se non proprio un non piddino – o appunto una figura il più istituzionale possibile come Pietro Grasso.
2) Facendo stare un po’ zitto il Pd, il più possibile, riparandolo da sé stesso, dalle sue assurde e convolute dinamiche interne. Un po’ di disciplina, per la miseria.
3) E, ad esempio, inchiodando il M5S alla responsabilità di non voler votare assieme provvedimenti popolarissimi e sacrosanti.

Insomma.. Una strada – strettissima, per carità – ci sarebbe, volendo. Anche perché a fare i soldati Ryan non ci guadagna proprio ma proprio nessuno stavolta, date le non-leggi elettorali che ci ritroviamo per entrambe le Camere. Che porterebbero a stallo, indeterminatezza ed ulteriore frustrazione. Cose che io, francamente, eviterei.

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Un senso non ce l’ha

Ma che senso ha la performance senza l’accountability? Che senso hanno le scelte quando non contano le conseguenze? Che senso ha essere giovani se da vecchi si può sempre giocare allo stesso modo, con la stessa intatta credibilità? Che senso ha fare del tuo meglio ogni volta che puoi, quando chi ha sbagliato tutto quando ha avuto le sue (numerose) chance può sempre riemergere, commentare, pontificare dopo mesi ed anni, senza soluzione di continuità?

Forse sono diventato troppo anglosassone, ma sono cose che mi fanno cascare le braccia. Non sgridateci se poi pensiamo già alla pensione. Perché tanto è uguale. E francamente, è un po’ umiliante.

P.S. Sì, ce l’ho con Pierluigi Bersani.