E questo non ci sembra proprio il migliore, sul Corriere dello Sport di oggi: imbarazzante.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
E questo non ci sembra proprio il migliore, sul Corriere dello Sport di oggi: imbarazzante.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Qualcuno se la ricorda la spasmodica attesa che precedette ognuno dei tre streaming Pd-M5S?
Quella che anticipò il confronto con Bersani aveva il privilegio di essere la prima, frizzante, tesa, gravida: molti pensavano davvero potesse servire a qualcosa.
Quella prima di Letta aveva il sapore della voglia piddina di vendetta.
Quella prima dello show Renzi-Grillo conteneva in sé l’ansia delle grandi sfide: finalmente, si credeva, due “pezzi grossi” a confronto. Fu imbarazzante, come abbiamo già scritto.
Alle 14.30, oggi, si sono confrontati, dopo una -se si vuole- storica apertura sulla legge elettorale, due delegazioni guidate fidato comandante in capo del M5S Luigi Di Maio e dal vicesegretario Pd Guerini. Ma a quanto pare, la stampa e il pubblico non hanno dato il giusto valore alla notizia.
L’accordo é chiaramente già concluso, e di certo non con i grillini: lo ha detto, Renzi, e così sarà. Da qui parte lo sgonfiamento di interesse nei riguardi dello streaming: Renzi lo ha imposto, la Nazionale di calcio ha malamente aiutato, il poco appeal di chi ne sarà protagonista ci ha messo una pietra tombale. A Grillo dice male: sic transit gloria mundi.
Qualche giorno fa, proprio qui su Mediabias, il sottoscritto criticò il Pd per aver proposto lo streaming: forse, invece, é stata proprio la mossa giusta ad aggiungere l’ultimo tocco di ridicolo a una farsa annunciata di cui non frega niente a nessuno.
P.S. Alla fine é intervenuto anche Renzi allo streaming: l’interesse é sicuramente cresciuto.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Questa galleria di foto del Circo Massimo dopo il concerto dei Rolling Stones, pubblicata da Il Messaggero la mattina dopo lo show, è solo uno degli esempi del sensazionalismo facile e becero che ha accompagnato il grande evento svoltosi nella Capitale.
Cosa si aspettavano i redattori web de il giornale romano (e chiunque abbia condiviso sdegnato il link in questione)? Che i 70mila fan lasciassero fiori sotto il loro passaggio, in stile Dio Cervo del maestro Miyazaki?
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Sulla sua pagina Facebook, L’Espresso lancia questo:
Entrando nel link al video (ora rimosso) veniva riportato questo virgolettato:
E’ evidente che Renzi quel virgolettato non lo pronunci proprio mai, come si può verificare nel video. Ma che moduli il periodo posizionando la virgola in altro modo, con un altro inciso.
Per sicurezza si va a verificare sul resoconto stenografico della Camera, utilizzato dagli influencer del Pd, e in primis dal Responsabile Comunicazione Francesco Nicodemo, per difendere il premier:
Ebbene sì: anche lo stenografico riporta un refuso. Più lieve, proprio perché un refuso e non una distorsione, ma significativo, perché toglie ogni ambiguità alla frase.
Ambiguità che invece, nella costruzione orale di Renzi, se isolata dal contesto, c’era. Ecco infatti come sarebbe dovuto essere il resoconto stenografico:
Ma può essere, nella terra che ha dato i natali a Marco Polo e Matteo Ricci, la Cina, semplicemente un grande.. (ecc. ecc.)?
Renzi, la virgola e l’inciso, l’Espresso e lo stenografo: un botto si è sentito, ma chi è scivolato?
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
P.S. Non ci si può fidare neanche più dei tecnici della Camera? Non ditelo a Gasparri e Calderoli.
Ieri abbiamo potuto ammirare in tutta la sua larghezza (proprio per il fatto che l’audience, o comunque il numero di avventori, era piuttosto grande, non comprendendo solo gli appassionati di politica) l’epopea dell’opinionismo italico, irrimediabilmente caratterizzato dalla capacità di ascendere a divinità e poi catapultare negli abissi -nel giro di 6 giorni- uno stesso solo soggetto. L’ovvia vittima del crucifige, anche giornalistaro, non poteva che essere la sudanterrima nazionale italiana di pallone: Massimiliano Pennone su questo stesso blog tratteggia bene il suddetto usualissimo bias mediatico.
Ma è da indagare quel processo, sociale e per questo intrinsecamente collettivo, che scatena la febbre da commento. E finanche provare a trovare – dotati di verve “forcaiola ma simpatica” – un colpevole, e neanche troppo presunto. O forse anche due.
Ecco, se guardiamo un po’ al mondo -televisivo e radiofonico- che s’anima, s’apre, si tinge di colori scatenanti durante le grandi manifestazioni sportive, specialmente quelle calcistiche, non faticheremmo troppo a individuarne qualcuno, tra calciatori improvvisati come improbabili opinion-leader e allenatori falliti assunti al ruolo di inviati speciali, professionalità inventate con fantasia esotica e voci rubate alle curve da stadio. Ieri su RaiUno, al 60′ di Italia-Costa Rica, calcolatrice alla mano, enunciavano già i due su tre risultati possibili per passare alla terza partita con l’Uruguay, mentre su Sky l’epico Caressa, dopo l’abuso di roboanti figure retoriche, limitava l’attività notarile solo agli ultimi dieci minuti del match. L’unica conclusione razionale, a risultato acquisito, è che i suddetti portano anche sfiga.
Poi quei personaggi sempiterni, quelli che le avversità del tempo professionale, sportivo, estetico neanche le pensano: i colpevoli come Marco Mazzocchi, ad esempio. “Non mi venite a dire che questa nazionale vergognosa ha perso per il caldo, ché altrimenti io.. Non so veramente che altro dire”, chiosava amabilmente ieri sera, dalla sua postazione (chissà quanto reale o frutto di tecnologie visuali) nel seggio più alto di qualsiasi stadio del mondo.
Quelli come Marco Mazzocchi, appunto, senza una circostanziata intelligenza calcistica, ma neanche una qualsiasi identificata sapienza di argomenti, hanno un grande merito politico: fanno del pallone, dall’alto della miracolosa e immeritata misura della loro voice, la materia più democratica che esista. Perché se può metterci bocca Mazzocchi sulle performance di Marchisio e compari, insomma, chi non si può improvvisare esperto, anche da casa, a subodorare in anticipo una cattiva performance di un Buffon o un Balotelli?
E quindi lamentarsi dell’ipertrofica quantità di commenti, lamenti e “ve l’avevo detto”, della loro profusione su Fb o al bar dello sport, non ha senso, quando sono gli stessi organi che trasmettono le partite a proporsi in infinite strisce quotidiane durante le quali fanno esercitare i loro ex-fenomeni sul nulla.
Se anche Massimo Gramellini, stamattina in grandissima vena, si lascia andare al “metti a Ciro (Immobile, ovviamente)”, condendolo della solita pallidissima enfasi sull’Italia che lascia fuggir via i suoi talenti (al Dortmund, per la precisione), spacciandosi il solito “alfiere del buon senso” anche in fase pallonara, e addirittura scagliandosi contro i luoghi comuni (sì, proprio lui), ben vengano sessanta milioni di ct.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Sinistra e destra, oramai, non esistono quasi più, o perlomeno non spiegano più il comportamento di voto degli italiani in modo soddisfacente. Anzi, a volerla dire tutta: la sinistra non esiste quasi più, mentre il voto ideologico a destra tiene ancora (quasi la metà degli elettori di Forza Italia hanno votato Berlusconi perché “di destra”).
Non so se sia una buona notizia: per me è pessima. Vuol dire che oltre all’ideologia, sta via via perdendosi una dimensione culturale di alternativa, e dunque il potenziale conflitto sulle idee. Non so se fosse evitabile: per me sì. Dove sinistra e destra sono percepite come diverse, ad esempio negli Stati Uniti, la polarizzazione cresce – pure troppo).
Già, la notizia di un’apertura dei Cinque Stelle -in toni finanche troppo collaborativi, quasi mielosi se pensiamo a quelli soliti- nei confronti del Partito Democratico (per ora solo riguardo la scrittura della legge elettorale) potrebbe in sé avere un’evoluzione importante per la situazione politica italiana.
Tuttavia, é la risposta, contenente in sé una proposta -anzi, una condizione- da parte del Partito Democratico al primo post sul blog di Grillo ad aver lasciato perplessi.
In quest’ultima, infatti, declinata da più voci -sospettose, come quella della Serracchiani, possibiliste, come quella del neo-presidente Orfini-, compaiono anche le parole del vicesegretario Guerini: “Noi ci confrontiamo con tutti, a patto che l’incontro sia in streaming”.
Perché il Pd chiede che un incontro potenzialmente importante come quello con un possibile nuovo alleato per una delle riforme ritenente essenziali -quella elettorale- debba passare per lo streaming? Anche questa volta, ancora, insegue il Movimento di Grillo, senza rivendicare quella rinnovata e ritrovata onestà intellettuale che porta ad ammettere: “Lo streaming non ha alcun senso, se possiamo dirci tutto il contrario appena spente le telecamere. E infatti di farlo con Berlusconi non ci pensiamo nemmeno”.
E poi lo streaming non ha portato affatto bene a Bersani nel 2013, mentre andò decisamente meglio la retorica forlaniana di Letta. Difficile da valutare la performance di febbraio tra Renzi e Grillo. Poi, le direzioni nazionali: una vera occasione di ragionamento politico e scelta della “linea”, o uno show, un comizio, uno spot bello lungo?
Uno dei “falsi miti della buona politica” é quello della trasparenza. Ma la trasparenza -parola sì preziosa- dovrebbe essere applicata nei conti, nei documenti, nelle pratiche, nelle risposte date dai rappresentanti politici riguardo ciò che hanno fatto, fanno e faranno. Non in quella buffonata provatamente conclamata che é stato, é, e sarà uno streaming sulla battaglia politica del momento.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Qui, oggi, più che descrivere, raccontare o analizzare, si prova a prevedere. Anzi, a scommettere.
Nel mare vorticosamente placido -e italianamente languido- dell’unanimismo renziano, della luna di miele che continua da più di 3 mesi e che recentemente si é ricaricata della magnificenza di un insolito risultato elettorale, il sistema -quello mediatico, ma non solo- necessita di un nuovo scontro, di tensione, di energia elettrica. Magari non polarizzante come durante le campagne elettorali, ma si avverte il bisogno quasi fisiologico di un piccolo ma passionale duello tra personalità forti: quali rappresentano meglio le nostre due anime di popolo, se non il giovane governante, rampante e ambizioso e talvolta lascivo -Matteo Renzi- e il magistrato di lunga e onorata carriera, sangue e merda, tutto d’un pezzo -Raffaele Cantone-?
Al solito arriva -come augure nel celeste e finanche ormai caldissimo Giugno- l’intervista al personaggio d’esperienza, tal Massimo Mucchetti senatore Pd ed ex-vicedirettore del Corriere: “Ma Renzi e Cantone vanno d’accordo?”.
La questione pare di sostanza. Il premier vuole che sì si caccino “i ladri”, ma che si debba, nel segno dello spregiudicato dinamismo renziano, tuttavia continuare senza sosta i lavori delle grandi opere (Expo e Mose). Il Presidente dell’authority Anticorruzione, invece, non esclude affatto l’eventualità di fermare tutte le opere “zozze”: un repulisti definitivo, da cui poi ricominciare, o almeno salvare il salvabile.
Intanto il dibattito -sottotraccia fino a qualche giorno fa, per via delle elezioni- continua: Cantone chiede “poteri specifici e transitori”, di diventare insomma una sorte di Commissario speciale per il periodo delle gravose inchieste. E pronta arriva anche la la levata di scudi di MicroMega: “Presidente Renzi, perché non vuole fare sul serio contro il partito dell’impunità?”.
Il fiorentino tuttavia non ha finora “potuto” strappare nulla alla maggioranza di governo, e ieri il Consiglio dei Ministri ha preferito risolvere la questione Tasi.
Equilibri politici ancora da definire, la verità ufficiale.
“Rivalità, invidie personali”, si sussurrerà con elevata probabilità solo tra qualche ora: nella storia di un’Italia che é un barcone in balia di qualsiasi tempesta, non c’è posto per due capitani-eroi.
Almeno per chi la storia la deve raccontare, o vendere.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Ieri, giornata di gran festa per tutte le redazioni dei quotidiani, o meglio dei suoi titolisti, e ancor di più dei direttori, così ringalluzziti dalla possibilità di esibire ironie sì selvagge ed allusive. Un vero e proprio Carnevale del titolame, con al centro l’inquietante vicenda delle presunte tangenti riguardanti il Mose, la grande opera della laguna di Venezia progettata per scongiurare futuri eventuali alluvioni del gioiello del Nord-Est.
Repubblica attacca così: “Le tangenti di Venezia”. E accompagna la cronaca con un editoriale dal titolo “La Grande Ipocrisia”, scimmiottante il film più abusato dell’anno. “Senti chi parla”, si potrebbe ri-scimmiottare in tutta risposta.
La Stampa sceglie la sempre efficace rivisitazione storica, con “La Tangentopoli di Venezia”, ma viene surclassato dal quotidiano gratuito Leggo, che sostituendo una sola lettera si inventa “la Retata Storica”.
Il Messaggero evoca i numi dell’unico disastro naturale mai capitato alla perla lagunare: “Tangenti, terremoto a Venezia”, mentre Il Mattino di Padova, invece, in qualche modo ci azzecca, raccontando uno “Tsunami Tangenti nel Mose” (un pizzico più garantista l'”onda delle tangenti” de Il Secolo XIX): la conseguenza non può che essere quella raccontata da L’Unità: “Venezia affonda nelle tangenti”. La Padania, da buon giornale di partito, nell'”Acqua alta” ci affoga solo il simbolo del Pd.
Si affidano al soprannaturale due dei classici giornali di riferimento del centrodestra. Ma mentre Libero si limita ad avvistare “i mostri della Laguna”, Il Tempo decide di profanare la sacralità biblica: “Mose apre le acque: escono tangenti”.
Esulta Il Fatto Quotidiano: “Gondole & Mazzette: ne hanno presi altri 35” (di cosa non si sa, visto che i processi non sono neanche iniziati). Travaglio prova la rimonta con “#mazzettastaiSerenissima”, ma la gara di oggi la vince in volata Il Manifesto: “State Serenissimi”, a caratteri cubitali, è l’invito.
Come non accoglierlo?
Nicolò Scarano
@nicoloscarano
Raddoppia (quasi) la tassa per il rilascio del passaporto: passa, precisamente, dai 40 ai 73,50 euro. Inizialmente la notizia (ora è stata invece corretta da alcune testate, dopo dovute precisazioni), riportata da tutti i maggiori quotidiani (ad esempio Corriere, Sole24Ore, Unità), viene narrata come quella di “un altro balzello”, e condita da ironie come “passaporto, quanto mi costi”.
In realtà il passaporto costerà parecchio di più al rilascio (73,50 + 42,50 di libretto), ma non sarà più previsto l’acquisto della marca da bollo annuale da 40,29 euro necessaria per i viaggi fuori UE (ossia gli unici per i quali è previsto l’utilizzo del passaporto stesso): nel complesso, il passaporto e il suo utilizzo costeranno al cittadino decisamente di meno.
Una toppa al sistema delle marche da bollo, spesso neanche mai acquistate dai viaggiatori stessi. “Ignorantia legis non excusat”, é vero, ma stavolta ci pensa la legge stessa a salvare i piccoli evasori, consapevoli e non.
La “questione passaporti” è un piccolo ulteriore esempio della voluta superficialità della stampa nel dare anche le notizie più piccole, con il malcelato obiettivo di “sensazionalizzare” qualsiasi particolare.
Ma anche e soprattutto un’altra prova della necessità delle Istituzioni – del Governo sicuramente, ma soprattutto del Parlamento – di comunicare ciò che fa, non fa, o intende fare.
Nicolò Scarano
@nicoloscarano