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60 milioni di ct? Colpa (o merito) di Mazzocchi (e Gramellini)

Ieri abbiamo potuto ammirare in tutta la sua larghezza (proprio per il fatto che l’audience, o comunque il numero di avventori, era piuttosto grande, non comprendendo solo gli appassionati di politica) l’epopea dell’opinionismo italico, irrimediabilmente caratterizzato dalla capacità di ascendere a divinità e poi catapultare negli abissi -nel giro di 6 giorni- uno stesso solo soggetto. L’ovvia vittima del crucifige, anche giornalistaro, non poteva che essere la sudanterrima nazionale italiana di pallone: Massimiliano Pennone su questo stesso blog tratteggia bene il suddetto usualissimo bias mediatico.

Ma è da indagare quel processo, sociale e per questo intrinsecamente collettivo, che scatena la febbre da commento. E finanche provare a trovare – dotati di verve “forcaiola ma simpatica” – un colpevole, e neanche troppo presunto. O forse anche due.
Ecco, se guardiamo un po’ al mondo -televisivo e radiofonico- che s’anima, s’apre, si tinge di colori scatenanti durante le grandi manifestazioni sportive, specialmente quelle calcistiche, non faticheremmo troppo a individuarne qualcuno, tra calciatori improvvisati come improbabili opinion-leader e allenatori falliti assunti al ruolo di inviati speciali, professionalità inventate con fantasia esotica e voci rubate alle curve da stadio. Ieri su RaiUno, al 60′ di Italia-Costa Rica, calcolatrice alla mano, enunciavano già i due su tre risultati possibili per passare alla terza partita con l’Uruguay, mentre su Sky l’epico Caressa, dopo l’abuso di roboanti figure retoriche, limitava l’attività notarile solo agli ultimi dieci minuti del match. L’unica conclusione razionale, a risultato acquisito, è che i suddetti portano anche sfiga.

Poi quei personaggi sempiterni, quelli che le avversità del tempo professionale, sportivo, estetico neanche le pensano: i colpevoli come Marco Mazzocchi, ad esempio. “Non mi venite a dire che questa nazionale vergognosa ha perso per il caldo, ché altrimenti io.. Non so veramente che altro dire”, chiosava amabilmente ieri sera, dalla sua postazione (chissà quanto reale o frutto di tecnologie visuali) nel seggio più alto di qualsiasi stadio del mondo.

Quelli come Marco Mazzocchi, appunto, senza una circostanziata intelligenza calcistica, ma neanche una qualsiasi identificata sapienza di argomenti, hanno un grande merito politico: fanno del pallone, dall’alto della miracolosa e immeritata misura della loro voice, la materia più democratica che esista. Perché se può metterci bocca Mazzocchi sulle performance di Marchisio e compari, insomma, chi non si può improvvisare esperto, anche da casa, a subodorare in anticipo una cattiva performance di un Buffon o un Balotelli?

E quindi lamentarsi dell’ipertrofica quantità di commenti, lamenti e “ve l’avevo detto”, della loro profusione su Fb o al bar dello sport, non ha senso, quando sono gli stessi organi che trasmettono le partite a proporsi in infinite strisce quotidiane durante le quali fanno esercitare i loro ex-fenomeni sul nulla.

Se anche Massimo Gramellini, stamattina in grandissima vena, si lascia andare al “metti a Ciro (Immobile, ovviamente)”, condendolo della solita pallidissima enfasi sull’Italia che lascia fuggir via i suoi talenti (al Dortmund, per la precisione), spacciandosi il solito “alfiere del buon senso” anche in fase pallonara, e addirittura scagliandosi contro i luoghi comuni (sì, proprio lui), ben vengano sessanta milioni di ct.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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