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Di gomma. L’arte del farsene una ragione

Dopo anni di successi su una piattaforma “moderna”, e altrettanti di fallimenti su una piattaforma né carne né pesce, sostanzialmente inesistente, incarnata dalla guida annacquata e fallimentare di un Ed Miliband, i tuoi membri e sostenitori ti regalano un leader che supera il mainstream e parla dei temi del decennio, se non di una generazione: disuguaglianze, opportunità per tutti, messa in discussione delle élite (che non vuol dire “abbattimento indiscriminato delle élite”, ma “rigenerazione” delle stesse).

Il leader in questione, in tempi di disaffezione patologica nei confronti della politica, gode di un seguito semplicemente incredibile: migliaia di persone si iscrivono al partito, che segna un record nel numero di membri da più di trent’anni a questa parte, fiorisce una partecipazione attivissima, quasi pervasiva, sulla rete e non solo. Una rinnovata fiducia torna a riempire le sedi locali, le urne delle selezioni per gli organi interni, i luoghi del dibattito su ogni tema discusso in Parlamento e sui media.

Ma il leader ha un grosso problema: il gruppo parlamentare del suo stesso partito. Dal giorno della sua elezione, a parte pochi lealisti, i membri del Parlamento eletti durante le elezioni perse con Ed Miliband non solo non sostengono in alcun modo, sui media come in Parlamento, il mandato del leader, ma alcuni di loro – in posizioni di rilievo – non perdono occasione per indebolirla. Il set di messaggi forti che aveva dato al leader una maggioranza interna solidissima ne esce – ancora una volta – annacquato, continuamente ridiscusso, distorto dalla gran parte dei media, che hanno gioco a raccontare nient’altro che i dissidi interni: non è complotto, non è predeterminazione, è il loro lavoro. Rimestare nel torbido.

Il tentativo di deporre il leader eletto da neanche un anno è solo l’ultima di queste golosissime storie. Dall’altra parte della Camera dei Comuni siede un altro partito, quello di governo, che ha appena vissuto uno psicodramma. Siede al governo da sei anni, concorre quotidianamente alla distruzione dello stato sociale, fomenta le divisioni interne all’interno del paese, gode (e soffre, allo stesso tempo) di una xenofobia strisciante, ha “flessibilizzato” in maniera radicale la vita dei cittadini.

Si è spaccato drammaticamente nella campagna su di un referendum indetto per mero calcolo politico dal suo leader, ne è uscito peggio di quanto si pensasse. È inviso da tutti, nel Regno e fuori da esso. Come reagisce? Nel giro di due settimane espone e ricompone le sue divisioni, dando spettacolo sui media senza farsi dettare l’agenda dagli stessi, fa e disfa figure politiche da zero a cento, da cento a zero, sceglie senza troppi drammi – e senza troppo confronto democratico – un Primo Ministro che gode già di fantastica stampa. È amata da tutti, nel Regno e fuori da esso.

Approfittando di ciò che sta accadendo dall’altra parte, dove il leader di cui sopra – nonostante l’incontestato supporto della “base” – deve continuare a resistere agli agguati interni, parlando per forza di cose d’altro oltre all’attualità, il partito di governo – come se appunto non fosse al governo già da soli sei anni – col suo Primo Ministro nuovo di zecca piazza sull’agenda tre messaggi: lotta alla disuguaglianza, opportunità per tutti, ridiscussione delle élite. Guarda un po’: gli stessi tre messaggi che avevano fatto forte il leader di cui stiamo parlando dall’inizio di questo breve raccontino.

Un breve raccontino che ha un solo obiettivo: illustrare cosa NON deve fare un partito e un movimento progressista. Un breve raccontino che non nasconde però anche un grande, enorme, doloroso sospetto: quello della collusione, quello del conformismo. Affinché nulla cambi, affinché tutto rientri sempre in un immobile schema. Di gomma. Ma a noi (noi chi? altra grossa questione) tocca sempre e comunque farcene una ragione? Dobbiamo forse imparare a farne un’arte, a metterla da parte? A metterci da parte? A luglio di ogni anno, ormai regolarmente, è sempre così.

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Conservatori britannici, cattivi veri

I cattivi sono spesso più bravi, più furbi, più sul pezzo. C’è poco da fare 🙂

Fino a poche ore fa la battaglia all’interno dei Conservatori inglesi era tra Theresa May – già figura di punta del governo Cameron, Remainer senza entusiasmo, terribile Ministro degli Interni – e Andrea Leadsom, liberista con strascichi omoxenofobi, appoggiata nientepopodimeno che dal silurato Boris Johnson. Hanno costretto quest’ultima a ritirarsi, lasciando lo scranno da Primo Ministro – entro pochissimi giorni verrà ufficializzato il nuovo governo – alla May.

Ma non l’hanno fatto così, semplicemente, con un comunicato o una conferenza stampa organizzata senza troppa cura. No. La Leadsom si è presentata alla stampa – con pochissimo preavviso – ESATTAMENTE nello stesso momento in cui la povera Angela Eagle presentava la sua corsa alla leadership.

Risultato: i giornalisti più importanti – BBC compresa, scomparsa totalmente con ogni suo inviato durante l’annuncio di Leadsom – danno picche nel bel mezzo della conferenza della Eagle e accorrono davanti casa della Leadsom.

Quest’ultima, non contenta di aver rovinato la “festa” alla Eagle, fa: “Non ho il sostegno parlamentare sufficiente per competere”. Sapendo bene che invece tra i membri del Partito più di una chance per competere contro l’algida May c’era, eccome. Una maniera subdola di attaccare anche Jeremy Corbyn e i suoi noti problemi col gruppo parlamentare del Labour, rafforzando l’argomento dei suoi nemici interni.

Tre piccioni con una fava per i Tories: risolto il nodo interno con May Primo Ministro, attacco duplice sia all’attuale Leader del Labour sia alla già debolissima sfidante. Contro i cattivi – perché i Conservatori britannici sono cattivi veri, altro che modelli da seguire – c’è poco da fare. Quel poco, va fatto 🙂

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Reddito minimo, reddito di libertà

Una volta, qualche mese fa, un mio superiore, che si autodefiniva renziano o comunque sostenitore dell’attuale governo, rispose ai miei dubbi che avevo sui 500€ per la cultura ai neo-18enni.

Mi chiedevo a che cavolo servisse dare lo stesso bonus – uguale – a tutti i neo-diciottenni, quando ce ne sono alcuni che, allevati in buone famiglie, hanno la fortuna di poterli chiedere tranquillamente ai loro genitori per un viaggio all’estero, per dei concerti, per un computer, per dei libri. Ed altri, invece, che di libro non ne hanno potuto aprire manco uno, se non alle elementari.

Ebbene, mi feci convincere dall’argomento che per “liberare” davvero i 18enni, renderli autonomi nel coltivare la loro sfera culturale, dovevi liberarli anche dalla condizione della loro famiglia. Dall’impossibilità di chiedere, ma anche dalla indiscriminata possibilità di farlo. Il giovane povero, così come il giovane ricco, per un po’, almeno per lo spazio di esperienze concesso da un bonus di 500€, finalmente liberi, allo stesso modo, in maniera eguale.

Oggi si parla del reddito minimo garantito. Lo stesso argomento che mi rendeva perplesso del bonus cultura viene agitato con veemenza contro il suddetto. “Ma come, il figlio del notaio e quello dell’operaio, rimasti senza impiego dopo gli studi – chi nella migliore università, chi nel tecnico professionale più sfigato – hanno diritto allo stesso reddito!? DESTRA!”.

Ma allora quando pensiamo di rendere libera ed eguale quella vastità sempre più ristretta ma innegabilmente varia che sono i “giovani”, di che parliamo? La nostra società – quella italiana in modo particolare – sarà sempre e comunque basata sulla rendita e il risparmio delle famiglie, e le inevitabili differenze tra una famiglia e l’altra? I nostri “giovani” costruiranno il loro futuro sempre a discendere dalla famiglia e dal luogo (visto che ultimamente va di moda parlare di campagne e periferie) da cui provengono?

Io non so se il reddito minimo sia al momento una misura plausibile, né – fino in fondo – se sia una soluzione giusta e praticabile. So che il lavoro va evolvendosi in maniera rapidissima, che la flessibilità sarà la parola d’ordine del prossimo secolo, che l’automazione sta già riducendo ampiamente le possibilità di occupazione di fasce enormi della prossima società.

Forse pensare a uno strumento che permetta di affrontare con serenità questi chiari di luna, e di poterlo fare non da disperati, ma anche da persone desiderose di costruire la propria vita.. Non è né di destra, né esattamente una scemenza.

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Conservatives e Labour: Due putsch di partito

Intanto per i Conservatives si candidano Theresa May, quella del “Rimani in UK solo se guadagni almeno £35k all’anno” (e altre simili simpaticherie), e a sorpresa Michael Gove, il mastermind della campagna – quella per il Leave – più cialtrona e gravida di falsità della storia dei referendum (sino ad ottobre in Italia, forse). Quest’ultimo parrebbe aver tradito il compagnuccio di merende – fino a ieri – Boris Johnson, ex sindaco di Londra, considerato “incapace di fare squadra”, il quale per ora rimane alla porta assieme a Jeremy Hunt, quello del disastro del National Health Service, che chiede “un altro referendum sulla Brexit”. LOL

In casa Labour sono invece previste per oggi le candidature di Angela Eagle, colei che è arrivata ben quarta (su quattro) nel congresso per il vice-Corbyn dieci mesi fa, disconosciuta anche dal suo stesso Costituency Labour Party per il “coup” di martedì, e a sorpresa (contro il progetto di avere un unico candidato contro ‘l’usurpatore socialista’) Owen Smith, il quale pensa che la candidatura di Eagle “non sia abbastanza di sinistra per battere Corbyn” (ari-LOL). Putsch di partito: non lo stai facendo benissimo, disciamo. Che peccato non essere in quel di Londra nei prossimi mesi.

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Renzi e Corbyn: analogia

Vi ricordate quando Matteo Renzi era inviso al 90% del suo Partito? Ecco, pensate se, a furor di popolo – e senza il sostegno che poi ha avuto da tutto l’apparato che ha sempre, a parole, combattuto – fosse diventato Segretario nel 2013. Ereditando un partito a pezzi e all’opposizione – cosa non molto lontana dal reale: togliete qualche migliaio di voti a Bersani a febbraio, e zac, ecchete il Berlusconi IV (o chi per lui).

Ora mettete Renzi, inviso al 90% del suo Partito, a fare una difficilissima opposizione ragionata, stretto tra una necessità di rinnovamento del partito, della sue strutture e delle sue politiche (e quindi a necessarie convergenze col centrodestra al governo) e, dall’altra parte, giovani freschi e baldanzosi come Di Maio e Di Battista a fare opposizione ancora più feroce (e irrazionale) di quella che già fanno oggi.

È solo un gioco, e Renzi non sarebbe mai stato così scemo, ma provate a immaginare: ci sarebbe arrivato, inviso dal 90% del suo Partito e del suo gruppo parlamentare eletto con Bersani, in questa difficilissima situazione, alle amministrative del 2015?

Riflettiamo, in un’epoca di distacco forte tra istituzioni e ‘popolo’, chi e cosa rappresentano davvero un gruppo – anche ampio – di parlamentari che sfiduciano dopo soli dieci mesi di mandato un leader eletto col 60% dei voti dei membri del partito.

Che poi basterebbe pochissimo. Basterebbe che i 170 parlamentari Labour che hanno sfiduciato il Leader – legittimamente, più o meno – presentassero una candidatura unitaria alla leadership, chiedessero un nuovo Congresso, facessero campagna con tutto sé stessi (così come hanno fatto per il Remain, venendo boicottati dal loro Leader, si deduce, e quindi fallendo miseramente) e lo sostituissero.

Ma se Corbyn è così debole, odiato, ridicolo, fuori dal mondo, CHECCEVO’?, mi chiedo io.

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Brexit: il paradosso di Corbyn, la fortuna del Labour

In queste ore il leader del Labour Party Jeremy Corbyn vive un paradosso.

Lui, che per motivazioni molto valide, era probabilmente il più scettico tra i leader del Labour riguardo l’odierno funzionamento dell’Unione Europea (remember Greece!?), ha ceduto sul tema per amor dell’unità e della tradizione di partito. Questo, dopo mesi di accuse e illazioni che lo volevano addirittura schierato per il Leave.

Di più: per “non far danni” ha accettato che la campagna fosse diretta da Alan Johnson, moderato vecchio politico del Labour, europeista. Con toni tra il rassicurante e il “Non rischiare!”, molto low-profile e per nulla affini al radicalismo di Corbyn, che ha sperimentato un certo successo tra giovani e working class solo qualche mese fa.

Ne è uscita la comunicazione flebile che (non) abbiamo visto, una campagna in stile Bersani, tutta ripiegata su sé stessa, appealing per nessuno. Corbyn, che è un leader serio, né egocentrico né arrogante, ha seguito la linea e si è messo al servizio, provando a declinare un messaggio più di sinistra incentrato sui diritti dei lavoratori. Probabilmente l’unico che ha attratto qualche percentuale in più.

Ora, gli si vuole attribuire la responsabilità della sconfitta del Remain. La critica maggiore che gli viene rivolta oggi da alcuni simpaticissimi compagni di partito è: “Non hai affrontato il problema dell’immigrazione”. Come, di grazia, in due mesi? Sdoganando la xenofobia che ormai domina ogni discorso pubblico da anni? Tra i critici più severi, ma guarda un po’, Tony Blair, il rappresentante per eccellenza dell’establishment punito da questo referendum, il mentitore seriale, uno degli ex Primo Ministro più invisi della storia britannica.

L’agguato a Corbyn, oltre ad essere una vomitevole strumentalizzazione di un momento abbastanza drammatico della storia, nazionale e non solo, rivela però una miope testardaggine politica dei sicari nel sostenere un punto: quello dello “sfondamento al centro”, della moderazione nelle politiche sociali, del cedimento strutturale – e per “strutturale” si intenda “incurante delle sue conseguenze negative”, dato che anche chi scrive si considera liberale – al liberismo globale.

Insomma, in un momento in cui gli estremi vanno rafforzandosi, si fa del referendum sull’Europa uno strumento per cacciare l’unico leader politico che può seriamente recuperare quel voto per non cederlo definitivamente alla destra xenofoba (i sindacati, che in Inghilterra sono ancora cosa seria, lo difendono). Così da piazzare un bel centrista, replicante dell’establishment classico in via di definitiva demolizione durante questa campagna e in tutta Europa: mossa intelligentissima. Per consegnare un Regno Unito sprovvisto di tutele all’Etoniano Boris Johnson.

Io dico che È ORA che Corbyn può e deve tirar fuori, con l’approccio che lo ha caratterizzato durante la campagna per la leadership della scorsa estate, un’idea innovativa per ridisegnare la sinistra del XXI secolo. Comunità, condivisione, cooperazione, tutela dei più deboli, sicurezza sociale in un mondo senza più sicurezza. E poi libertà, non solo civili, ma economiche. Un tabù: meno Stato, laddove possibile, fidarsi dell’energia creativa delle persone. Spiegare che chi più fortemente ha voluto la Brexit (Johnson e Farage, conservatori e liberisti) non vorrà e non saprà prendersi cura di chi invece la Brexit l’ha votata. Che la guerra tra poveri non porta da nessuna parte, che è la disuguaglianza il nemico numero uno da puntare.

Il Labour britannico ha una fortuna: ritrovarsi in una situazione di crisi globale avendo già superato la fase di rottamazione traumatica dell’establishment e non trovandosi quindi nelle secche di cui invece stanno facendo esperienza i socialismi europei, compreso il nostro. Tornare indietro sarebbe semplicemente folle. Andare più avanti, piuttosto, è doveroso.

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Unica soluzione, per il Pd

La butto là, parliamone.

L’unica speranza per il Partito Democratico sarebbe un accordo con il centrodestra e con la sinistra interna per cambiare subito la legge elettorale (non perché favorisce il M5S, ma perché è brutta): collegi uninominali a turno unico, come nel Regno Unito.

Poi puntare tutto sul referendum. Configurando una struttura istituzionale “alla anglosassone” in cui il Senato non è quello dei Lord, ma è quello di rappresentanti regionali (una roba pastrocchiata? certo, e chi lo ha mai negato), con unica funzione consultiva su determinati ambiti e nessun potere di fiducia, che andrà invece tutto sui Deputati scelti direttamente dalle circoscrizioni.

Realisticamente, nulla di questo sarà possibile alle Camere. Gli concederanno al massimo un premio alla coalizione piuttosto che al partito, lasciando le storture che ci sono oggi. Col piccolo problema che le coalizioni sono andate tutte a farsi fottere.

Unica soluzione, spuria, ma anche questa irrealistica alla prova delle maggioranze parlamentari: collegi con coalizioni. In cui però, ancora, il Pd – che si è fatto il deserto dei tartari attorno – andrebbe solo come un cane. Rischiando grosso soprattutto contro la destra in moltissime zone del Paese, qualora si votasse presto.

A latere, sicuramente, un bel bagno di umilità del Presidente del Consiglio, e di quei tanti che di responsabilità non se ne sono prese mai, continuando sempre a galleggiare. Molti farebbero addirittura bene a sloggiare, con rispetto parlando. E non dovrebbe esserci bisogno di lanciafamme, per alcune serene prese d’atto.

Scrivo tutto ciò con disinteresse (se non, questo sconfinato, per la politica), e senza nessuna tessera in tasca: qui si misura la vera resilienza di quello che sembrava essere – ma forse non è – l’unico talento politico della generazione prima della mia. Poi, per fortuna – o forse no – toccherà a noi.

PS. Da uno sguardo veloce alla rassegna stampa pare che il ragazzo non abbia colto, disciamo

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Della sinistra (la sinistra? e che è) che cede (quasi) definitivamente al grillismo

Lo so, lo so benissimo. So che la Raggi vincerà a Roma, e che la Appendino trionferà a Torino (o ci andrà molto vicino). So che la gente – LE PERSONE, anzi – voteranno il Movimento Cinque Stelle per dei motivi ben precisi e non perché sono necessariamente deficienti o ignoranti. Non ho avuto mai e mai avrò la presunzione di affermare ciò: chi mi conosce da un po’ di tempo sa quanto avevo sperato nelle pulsioni positive delle origini, o nell’utopico “governo del cambiamento”.

So che il M5S “merita” una possibilità, in quanto unica alternativa in campo alla forza che ora è di governo, e so che è la democrazia che funziona così, con il merito dell’alternanza: a fallimento di uno, arriva l’altro. Sano, comprensibile, giusto, da accettare senza troppe moine né l’animosità disperata che ho visto nel campo del centrosinistra nelle ultime ore.

So che il Pd – e quello romano in maniera speciale – “merita” una sconfitta, anche se ha fatto dei – piccoli, evidentemente non sufficienti – sforzi di pulizia interna, a partire da quest’ultima campagna elettorale per il Campidoglio. So che la linea nazionale di questo partito, soprattutto, si sta rivelando più sciagurata di quanto io stesso pensassi. So che chi l’altro giorno voleva tagliare la testa a Orfini nel VI Municipio della Capitale no, non è un gufo. O meglio: probabilmente non era un gufo solo due anni fa. E so che le pur giuste – seppure forse un po’ tardive – posizioni di Renzi su austerity e immigrazione nel consesso europeo, impossibili da comunicare all’opinione pubblica italiana, non stanno aiutando.

Questo però non mi distoglie dal pensare una cosa che riguarda la sinistra di questo paese, di cui ho fatto e faccio – checché se ne dica – parte. E la penso – e ne sono sempre più convinto – pur con tutte tutte tutte le considerazioni del caso.

Noto, da parte della sinistra appunto, un certo entusiasmo verso la proposta grillina. Dato in prima istanza dall’impossibilità di sopportare più il Partito Democratico (sensazione che comprendo pienamente, anche se giudico un po’ esasperata ed esasperante). Un entusiasmo un po’ tardivo, anche questo animoso, in alcuni casi violento e rancoroso, ma soprattutto – nell’opinione di chi parla – completamente sbagliato. Idiota dal punto di vista meramente tattico, cieco dal punto di vista strategico, preoccupante dal punto di vista dei valori e del rispetto di alcuni basilari principi democratici.

Solitamente a questo punto del discorso, la questione è: “Ma allora è meglio quello che c’è? Meglio conservare?”. In tre parole: “MEGLIO IL PIDDÌ?”. Vedete, a me quello che c’è stato sinora non mi fa paura, mi fa incazzare. I casini che ha fatto il Partito Democratico – parlo per la sinistra, ovviamente – non mi fanno paura, mi fanno – di nuovo – veramente incazzare. Mi costa fatica anche solo pensare di trovare un modo per cambiarlo, tutto questo “sistema”. Giudico la partita quasi conclusa, mi sto per arrendere. E il tutto mi fa tristezza, molta tristezza. Una constatazione amara che evidentemente non può concludersi – parlo ALLA sinistra – con: “Ah stronzi dovete vota’ Piddì, perché quelli so’ fasci”. Ma piuttosto con un – e poi argomento: “Non affidate nulla – neanche un voto scazzato – a chi delle vostre idee frega meno di zero”.

Sì, parlo del Movimento Cinque Stelle. Il Movimento Cinque Stelle è un organismo politico proprietario, reazionario, qualunquista, senza neanche l’ombra – se non attraverso slogan assurdi e contraddittori – della volontà di lottare per la giustizia sociale. Animato non solo da una preoccupante faciloneria nel racconto della cosa pubblica, ma da un’aderenza incondizionata al mainstream più becero. Il Movimento Cinque Stelle *è* la vera forza egemone e conformista (sì, conformista) di questo Paese per un semplice motivo: perché sul mainstream ci si spalma tutto, da capo a piedi, imbonendolo e allo stesso tempo fomentandolo.

“Ma almeno sono nuovi, dategliela una chance”. Nuovi? Sono ormai anni che calcano le scene, e tre anni che animano le istituzioni più importanti: io vedo cos’è il M5S, da chi è rappresentato, cosa dice, cosa vuole. Non è una cosa nuova, è un fenomeno vecchissimo di cui non è difficile essere consapevoli. Di cui si conosce già la conclusione. In cui non c’è rivoluzione, ma solo reazione. Alle ingiustizie, allo schifo, al consociativismo? Certo, assolutamente, ma solo reazione. I cui sbocchi saranno controllati in tutti i modi tranne che in quello democratico.

E allora – usando la prima persona per parlare in astratto – se io non potessi proprio dare fiducia allo schieramento di governo, a un centrosinistra sfibrato e svuotato, e quindi notabilmente al Partito Democratico, perché “stavolta mi fa davvero troppo schifo”, comunque non darei alcuna possibilità al Movimento Cinque Stelle. Punto, semplice. Consapevole che probabilmente vincerà oggi in molte città, certo, ma cosciente anche di chi sono, quelle mascherine.

Non è quindi rafforzando un movimento proprietario e qualunquista – e non mi dicano le persone di sinistra che col loro voto non stanno facendo questo: penseranno di dimenticarselo e che non sarà considerato da nessuno, ma il voto conta anche se la vittoria della Raggi (o dell’Appendino) sarà scontata, perché il voto identifica, lascia un segno – che rinasce alcun moto democratico e progressista.

Non funziona così, non ci credo alla favoletta che “devi smuovere il campo”, che mandando a casa l’usurpatore (Renzi, ndr) magicamente quelli che non stanno e non staranno più con te torneranno prima o poi con te. Le cose anzi peggioreranno, perché non rappresenterai proprio più nulla, perché “il popolo” starà con quello stesso Movimento qualunquista, proprietario e reazionario.

Tutto quello che sto dicendo non vuol essere un frignare sugli evidenti e risibili torti del grillismo, ma significa avvertire un pericolo. Mica solo per noi “di sinistra”, ma per tutti. Pericolo di cui si è coscienti, ma che forse si sta negando per avventurismo e – se posso – rabbia verso chi ha “tradito” (ancora, Renzi, ndr).

Non c’è assessore fico e colto che tenga, senza un disegno complessivo che possa dirsi progressista. Non ci sono i Luca Bergamo e i Paolo Berdini – nominati assessori in pectore da Virginia Raggi, candidato M5S – a poter raddrizzare tendenze che dovrebbero essere chiare a chi mastica di politica tutti i giorni.

La sinistra che vota Grillo – addirittura con entusiasmo, e la cosa mi amareggia, per non dire che mi sconvolge – sta consegnando le chiavi di un progressismo ormai perso, che ha sempre annunciato di voler ricostruire (a parole, e con strategie sbagliate, con tutta evidenza) al Movimento di un comico con un blog e una società di comunicazione. Che sfiducia gente con voti via web, quando va bene (e a chi ricorda la vicenda di Ignazio Marino, rispondo: “Wow. Dalla padella alla brace?”).

E si crede addirittura, in questo scenario, dando a tutto ciò un valore politico, un manifesto di novità attorno (ma la critica al nuovismo renziano? Finita?), di poter toccare palla, di poter davvero influire sulla costruzione della nuova nazione dell’honestà? Non è così. Chi sta regalando al grillismo, addirittura “credendoci”, l’opportunità di essere unica vera alternativa al renzismo avrà una colpa storica. Una colpa storica per la quale non ci sarà più spazio per altro, “in opposizione”, che non sia questa marmaglia indefinita e confusa travestita di civismo arrabbiato. Una colpa storica per la quale pagheremo tutti.

“Ma allora, a chi dovremmo darle, le chiavi del progressismo? AL PIDDÌ?”. A volte, le chiavi, si può anche tenersele in tasca. In attesa – attiva – di tempi migliori. In attesa di una porta buona, o di una finestra su un bel panorama. Per ricominciare a respirare.

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La campagna elettorale più brutta

Sicuramente le campagne elettorali non sono belle ultimamente. Questa magari è stata proprio brutta, ecco, anche se a me non pare in maniera così eccessiva. Molto “tirata”, ecco, amara. Una campagna di mondi che scompaiono, direi.

Però vi posso dire una cosa, e di questa sono sicuro: che tu sia un attivista, un candidato o un addetto ai lavori (di vario tipo), la campagna più brutta è sicuramente quella a cui volevi partecipare ma – ops!- ne stai fuori. Ringhiando verso chi, nel bene e nel male, la sta invece vivendo.

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Il Comune di Napoli non rappresenta tutti i suoi cittadini

Luigi de Magistris – in piena campagna elettorale per il ballottaggio, ma questo è solo un’aggravante – fa approvare al Consiglio Comunale di Napoli questa delibera di Giunta:

“Si intende sensibilizzare l’opinione pubblica in vista della scadenza referendaria in favore delle ragioni del No, esprimendo un fortissimo allarme per la deriva autoritaria introdotta dalla legge costituzionale in questione, la quale stravolge l’impianto istituzionale democratico voluto dai costituenti. La stabilità del governo non può produrre una alterazione così profonda del principio di rappresentanza democratica sul quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente”.

In pratica, l’istituzione Comune di Napoli, in NON rappresentanza dei (magari non tantissimi, ma almeno qualche centinaia di migliaia di persone) partenopei che intendono votare e voteranno SÌ ad ottobre, si fa parte in causa. Ma secondo voi, checcome la pensiate sul referendum, è una cosa normale, giusta, accettabile questa?