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Brexit: il paradosso di Corbyn, la fortuna del Labour

In queste ore il leader del Labour Party Jeremy Corbyn vive un paradosso.

Lui, che per motivazioni molto valide, era probabilmente il più scettico tra i leader del Labour riguardo l’odierno funzionamento dell’Unione Europea (remember Greece!?), ha ceduto sul tema per amor dell’unità e della tradizione di partito. Questo, dopo mesi di accuse e illazioni che lo volevano addirittura schierato per il Leave.

Di più: per “non far danni” ha accettato che la campagna fosse diretta da Alan Johnson, moderato vecchio politico del Labour, europeista. Con toni tra il rassicurante e il “Non rischiare!”, molto low-profile e per nulla affini al radicalismo di Corbyn, che ha sperimentato un certo successo tra giovani e working class solo qualche mese fa.

Ne è uscita la comunicazione flebile che (non) abbiamo visto, una campagna in stile Bersani, tutta ripiegata su sé stessa, appealing per nessuno. Corbyn, che è un leader serio, né egocentrico né arrogante, ha seguito la linea e si è messo al servizio, provando a declinare un messaggio più di sinistra incentrato sui diritti dei lavoratori. Probabilmente l’unico che ha attratto qualche percentuale in più.

Ora, gli si vuole attribuire la responsabilità della sconfitta del Remain. La critica maggiore che gli viene rivolta oggi da alcuni simpaticissimi compagni di partito è: “Non hai affrontato il problema dell’immigrazione”. Come, di grazia, in due mesi? Sdoganando la xenofobia che ormai domina ogni discorso pubblico da anni? Tra i critici più severi, ma guarda un po’, Tony Blair, il rappresentante per eccellenza dell’establishment punito da questo referendum, il mentitore seriale, uno degli ex Primo Ministro più invisi della storia britannica.

L’agguato a Corbyn, oltre ad essere una vomitevole strumentalizzazione di un momento abbastanza drammatico della storia, nazionale e non solo, rivela però una miope testardaggine politica dei sicari nel sostenere un punto: quello dello “sfondamento al centro”, della moderazione nelle politiche sociali, del cedimento strutturale – e per “strutturale” si intenda “incurante delle sue conseguenze negative”, dato che anche chi scrive si considera liberale – al liberismo globale.

Insomma, in un momento in cui gli estremi vanno rafforzandosi, si fa del referendum sull’Europa uno strumento per cacciare l’unico leader politico che può seriamente recuperare quel voto per non cederlo definitivamente alla destra xenofoba (i sindacati, che in Inghilterra sono ancora cosa seria, lo difendono). Così da piazzare un bel centrista, replicante dell’establishment classico in via di definitiva demolizione durante questa campagna e in tutta Europa: mossa intelligentissima. Per consegnare un Regno Unito sprovvisto di tutele all’Etoniano Boris Johnson.

Io dico che È ORA che Corbyn può e deve tirar fuori, con l’approccio che lo ha caratterizzato durante la campagna per la leadership della scorsa estate, un’idea innovativa per ridisegnare la sinistra del XXI secolo. Comunità, condivisione, cooperazione, tutela dei più deboli, sicurezza sociale in un mondo senza più sicurezza. E poi libertà, non solo civili, ma economiche. Un tabù: meno Stato, laddove possibile, fidarsi dell’energia creativa delle persone. Spiegare che chi più fortemente ha voluto la Brexit (Johnson e Farage, conservatori e liberisti) non vorrà e non saprà prendersi cura di chi invece la Brexit l’ha votata. Che la guerra tra poveri non porta da nessuna parte, che è la disuguaglianza il nemico numero uno da puntare.

Il Labour britannico ha una fortuna: ritrovarsi in una situazione di crisi globale avendo già superato la fase di rottamazione traumatica dell’establishment e non trovandosi quindi nelle secche di cui invece stanno facendo esperienza i socialismi europei, compreso il nostro. Tornare indietro sarebbe semplicemente folle. Andare più avanti, piuttosto, è doveroso.

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