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Della sinistra (la sinistra? e che è) che cede (quasi) definitivamente al grillismo

Lo so, lo so benissimo. So che la Raggi vincerà a Roma, e che la Appendino trionferà a Torino (o ci andrà molto vicino). So che la gente – LE PERSONE, anzi – voteranno il Movimento Cinque Stelle per dei motivi ben precisi e non perché sono necessariamente deficienti o ignoranti. Non ho avuto mai e mai avrò la presunzione di affermare ciò: chi mi conosce da un po’ di tempo sa quanto avevo sperato nelle pulsioni positive delle origini, o nell’utopico “governo del cambiamento”.

So che il M5S “merita” una possibilità, in quanto unica alternativa in campo alla forza che ora è di governo, e so che è la democrazia che funziona così, con il merito dell’alternanza: a fallimento di uno, arriva l’altro. Sano, comprensibile, giusto, da accettare senza troppe moine né l’animosità disperata che ho visto nel campo del centrosinistra nelle ultime ore.

So che il Pd – e quello romano in maniera speciale – “merita” una sconfitta, anche se ha fatto dei – piccoli, evidentemente non sufficienti – sforzi di pulizia interna, a partire da quest’ultima campagna elettorale per il Campidoglio. So che la linea nazionale di questo partito, soprattutto, si sta rivelando più sciagurata di quanto io stesso pensassi. So che chi l’altro giorno voleva tagliare la testa a Orfini nel VI Municipio della Capitale no, non è un gufo. O meglio: probabilmente non era un gufo solo due anni fa. E so che le pur giuste – seppure forse un po’ tardive – posizioni di Renzi su austerity e immigrazione nel consesso europeo, impossibili da comunicare all’opinione pubblica italiana, non stanno aiutando.

Questo però non mi distoglie dal pensare una cosa che riguarda la sinistra di questo paese, di cui ho fatto e faccio – checché se ne dica – parte. E la penso – e ne sono sempre più convinto – pur con tutte tutte tutte le considerazioni del caso.

Noto, da parte della sinistra appunto, un certo entusiasmo verso la proposta grillina. Dato in prima istanza dall’impossibilità di sopportare più il Partito Democratico (sensazione che comprendo pienamente, anche se giudico un po’ esasperata ed esasperante). Un entusiasmo un po’ tardivo, anche questo animoso, in alcuni casi violento e rancoroso, ma soprattutto – nell’opinione di chi parla – completamente sbagliato. Idiota dal punto di vista meramente tattico, cieco dal punto di vista strategico, preoccupante dal punto di vista dei valori e del rispetto di alcuni basilari principi democratici.

Solitamente a questo punto del discorso, la questione è: “Ma allora è meglio quello che c’è? Meglio conservare?”. In tre parole: “MEGLIO IL PIDDÌ?”. Vedete, a me quello che c’è stato sinora non mi fa paura, mi fa incazzare. I casini che ha fatto il Partito Democratico – parlo per la sinistra, ovviamente – non mi fanno paura, mi fanno – di nuovo – veramente incazzare. Mi costa fatica anche solo pensare di trovare un modo per cambiarlo, tutto questo “sistema”. Giudico la partita quasi conclusa, mi sto per arrendere. E il tutto mi fa tristezza, molta tristezza. Una constatazione amara che evidentemente non può concludersi – parlo ALLA sinistra – con: “Ah stronzi dovete vota’ Piddì, perché quelli so’ fasci”. Ma piuttosto con un – e poi argomento: “Non affidate nulla – neanche un voto scazzato – a chi delle vostre idee frega meno di zero”.

Sì, parlo del Movimento Cinque Stelle. Il Movimento Cinque Stelle è un organismo politico proprietario, reazionario, qualunquista, senza neanche l’ombra – se non attraverso slogan assurdi e contraddittori – della volontà di lottare per la giustizia sociale. Animato non solo da una preoccupante faciloneria nel racconto della cosa pubblica, ma da un’aderenza incondizionata al mainstream più becero. Il Movimento Cinque Stelle *è* la vera forza egemone e conformista (sì, conformista) di questo Paese per un semplice motivo: perché sul mainstream ci si spalma tutto, da capo a piedi, imbonendolo e allo stesso tempo fomentandolo.

“Ma almeno sono nuovi, dategliela una chance”. Nuovi? Sono ormai anni che calcano le scene, e tre anni che animano le istituzioni più importanti: io vedo cos’è il M5S, da chi è rappresentato, cosa dice, cosa vuole. Non è una cosa nuova, è un fenomeno vecchissimo di cui non è difficile essere consapevoli. Di cui si conosce già la conclusione. In cui non c’è rivoluzione, ma solo reazione. Alle ingiustizie, allo schifo, al consociativismo? Certo, assolutamente, ma solo reazione. I cui sbocchi saranno controllati in tutti i modi tranne che in quello democratico.

E allora – usando la prima persona per parlare in astratto – se io non potessi proprio dare fiducia allo schieramento di governo, a un centrosinistra sfibrato e svuotato, e quindi notabilmente al Partito Democratico, perché “stavolta mi fa davvero troppo schifo”, comunque non darei alcuna possibilità al Movimento Cinque Stelle. Punto, semplice. Consapevole che probabilmente vincerà oggi in molte città, certo, ma cosciente anche di chi sono, quelle mascherine.

Non è quindi rafforzando un movimento proprietario e qualunquista – e non mi dicano le persone di sinistra che col loro voto non stanno facendo questo: penseranno di dimenticarselo e che non sarà considerato da nessuno, ma il voto conta anche se la vittoria della Raggi (o dell’Appendino) sarà scontata, perché il voto identifica, lascia un segno – che rinasce alcun moto democratico e progressista.

Non funziona così, non ci credo alla favoletta che “devi smuovere il campo”, che mandando a casa l’usurpatore (Renzi, ndr) magicamente quelli che non stanno e non staranno più con te torneranno prima o poi con te. Le cose anzi peggioreranno, perché non rappresenterai proprio più nulla, perché “il popolo” starà con quello stesso Movimento qualunquista, proprietario e reazionario.

Tutto quello che sto dicendo non vuol essere un frignare sugli evidenti e risibili torti del grillismo, ma significa avvertire un pericolo. Mica solo per noi “di sinistra”, ma per tutti. Pericolo di cui si è coscienti, ma che forse si sta negando per avventurismo e – se posso – rabbia verso chi ha “tradito” (ancora, Renzi, ndr).

Non c’è assessore fico e colto che tenga, senza un disegno complessivo che possa dirsi progressista. Non ci sono i Luca Bergamo e i Paolo Berdini – nominati assessori in pectore da Virginia Raggi, candidato M5S – a poter raddrizzare tendenze che dovrebbero essere chiare a chi mastica di politica tutti i giorni.

La sinistra che vota Grillo – addirittura con entusiasmo, e la cosa mi amareggia, per non dire che mi sconvolge – sta consegnando le chiavi di un progressismo ormai perso, che ha sempre annunciato di voler ricostruire (a parole, e con strategie sbagliate, con tutta evidenza) al Movimento di un comico con un blog e una società di comunicazione. Che sfiducia gente con voti via web, quando va bene (e a chi ricorda la vicenda di Ignazio Marino, rispondo: “Wow. Dalla padella alla brace?”).

E si crede addirittura, in questo scenario, dando a tutto ciò un valore politico, un manifesto di novità attorno (ma la critica al nuovismo renziano? Finita?), di poter toccare palla, di poter davvero influire sulla costruzione della nuova nazione dell’honestà? Non è così. Chi sta regalando al grillismo, addirittura “credendoci”, l’opportunità di essere unica vera alternativa al renzismo avrà una colpa storica. Una colpa storica per la quale non ci sarà più spazio per altro, “in opposizione”, che non sia questa marmaglia indefinita e confusa travestita di civismo arrabbiato. Una colpa storica per la quale pagheremo tutti.

“Ma allora, a chi dovremmo darle, le chiavi del progressismo? AL PIDDÌ?”. A volte, le chiavi, si può anche tenersele in tasca. In attesa – attiva – di tempi migliori. In attesa di una porta buona, o di una finestra su un bel panorama. Per ricominciare a respirare.

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