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No-fly zone e politica dei blocchi

Laddove la no-fly zone sulla Siria è una proposta in linea di principio giusta nonostante crei inevitabilmente uno scontro con i russi (perché ferma ulteriori bombardamenti), la “politica dei blocchi” – in mancanza di blocchi – e delle sanzioni a mo’ di provocazione non solo è fuori tempo, ma è anche pericolosa e – senza dubbio – NON FUNZIONA

Chissà se i neocon di casa nostra, rimasti in un buco spazio-temporale bizzarro, tra il reaganismo e il bushismo, a un certo punto ci arrivano

P.S. BRAVO MATTEO RENZI – Non raccontatevi puttanate sulla politica estera ed europea, è L’UNICO che sa il suo gioco, e Dio solo sa quanto sarà utile

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Se non ci fosse il bias contro Trump

{Si esagera un po’} Sicuramente c’è un bias dei media americani (e non solo) a favore della Clinton, e negativo nei confronti di Trump. Ma Trump è molto più incredibilmente stupido, inetto e pericolosamente incapace dello stesso bias di cui è vittima. È forse il primo caso in cui un bias negativo è in realtà d’aiuto alla sua vittima. Che almeno ha qualcosa di cui lamentarsi, su cui insinuare un dubbio: “Ah, se i media non fossero tutti contro di me!..”

Se i media non fossero così tutti evidentemente contro di te, Donald, risulteresti ancora più chiaramente ciò che sei: un intollerabile deficiente, un reazionario troglodita. [Parola di uno che solitamente sta con l’outsider]

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Trump delegittima il voto che verrà

E non serve dire quanto e perché questa sia una pericolosa slippery slope, per i tanti che gli credono e per l’istituto stesso della democrazia statunitense, basata su due partiti che si riconoscono a vicenda nell’esercizio di un pacifico “transfer of power” nel momento dell’alternanza.

Repubblicani (e non solo) vanno dicendo: “Beh, Al Gore nel 2000 fece lo stesso: discusse il risultato delle elezioni.” Solo che Al Gore neanche dovette fare ricorso dopo che perse lo stato decisivo – la Florida – per 1784 voti: dato il piccolissimo scarto, la legge elettorale statale esercitò un riconteggio automatico.

Appena il riconteggio diede comunque a Bush la vittoria, Gore concesse, il 13 Dicembre del 2000. Qui Donald Trump – il candidato stesso, non i suoi “surrogates”, non i suoi fan, non Breitbart – sta già piangendo da un mese, senza alcuna prova di brogli, e senza che il voto sia ancora avvenuto, figuriamoci “contato”. Per non dire che secondo tutti i sondaggi (per quel che valgono) rischia di perdere di tripla cifra nel collegio elettorale.

Dirà Trump che 7 milioni di voti gli sono stati rubati? Si, lo dirà. E molti gli daranno ragione, gli crederanno, anche se è tecnicamente e razionalmente impossibile. Questo è un problema grosso, altro che Al Gore. Non finisce l’8 Novembre, e non c’è alcun muro che lo fermi dall’influenzare anche tante altre democrazie.

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Israele e il Muro: un pretesto per l’indignazione

Oggi Il Foglio, che non perde mai occasione di ridicolizzare i sit-in scemi degli altri, ha organizzato il sit-in per difendere Israele (che si difende benissimo da sola) dalle malefiche mani dell’UNESCO.

Non serve discettare troppo sulle inefficienze ed idiosincrasie burocratiche delle Nazioni Unite, così come delle sue agenzie tematiche e territoriali, che ormai sembrano avviarsi verso il tramonto – lo dico senza alcuna sottesa felicitazione, dato che viene progressivamente meno un fattore di stabilità e un luogo di negoziazione pacifica nel consesso internazionale.

Però la grande levata di scudi sul documento che riguarda il Muro del Pianto è un po’ – scusate – ridicola. Sì, c’è un errore grande nel documento, che è quello di chiamare tutto il complesso monumentale che ospita il Muro del Pianto soltanto con il nome Arabo – Al Aqsa. Non riconoscendo dunque anche la sua ovvia “ebraicità”.

Ora, a parte che nel documento si parla chiaramente delle “tre religioni monoteistiche”, tra cui ovviamente l’Ebraismo, sapete qual è la ratio del malfamato documento? Chiedere ad Israele – come succede ormai ciclicamente dall’anno 2000, anno in cui Sharon salì sul Monte degli Olivi, scoppiò la Seconda Intifada e ai Musulmani fu impedito di accedere alle Moschee per tre anni – di ristabilire equità (lo “Status Quo storico”) nel mantenimento del sito UNESCO, che come saprete è un Patrimonio dell’Umanità.

Quindi, per dirla in breve: si chiede ad Israele di smetterla di edificare Gerusalemme Est tutto intorno al Monte – tra cui un bellissimo ascensore che va direttamente al quartiere Ebraico, tipo quello che da sotto il Ponte di Ariccia te porta in fraschetta – e di permettere ai Musulmani di accogliere i turisti anche attraverso il loro portale, facendo pagare un biglietto che possa contribuire alla manutenzione delle Moschee.

La legge internazionale considera la presenza pervasiva e unilaterale di Israele nella Città Vecchia di Gerusalemme una OCCUPAZIONE MILITARE. Il fatto che un documento in sede Unesco sponsorizzato perlopiù da paesi Arabi, su cui gli Europei si sono astenuti, contenga l’innegabile “errore” sembra essere non solo una mera conseguenza matematica della maggioranza che lo ha approvato, ma anche – francamente – una bazzecola, rispetto alle questioni di cui sopra. Se volete saperne di più, qui c’è un articolo di Haaretz, che come sapete è un noto quotidiano antisemita.

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Sovranità: differenze tra America e Europa

A qualcuno frega davvero di questi #WikiLeaks!? Difficile scoprirlo, dato che non se ne sui media ampiamente come si parla delle perversioni di Donald Trump. Forse perché i suddetti WikiLeaks non contengono poi nulla di che? Il fatto è che per noi europei il mondo degli americani che amano Trump è molto lontano dal mondo degli europei che farebbero la stessa cosa.

I temi sono gli stessi, e riassumibili con una parola che ultimamente va abbastanza di moda: Sovranità. Ma la sovranità, per gli “alienati” dell’America profonda, è ciò che storicamente viene chiamata Liberty: di portare un’arma ovunque, di non pagare per i servizi di nessuno che non sia sé stessi o la propria famiglia, di perpetrare discriminazioni o divieti fuori tempo (come quello di abortire, in ogni caso) se giustificati dalla cosiddetta “libertà religiosa”.

La sovranità alla Dibba o alla Meloni o alla Le Pen è invece quella “dei popoli”, esplicitamente (ma rozzamente) critica della globalizzazione tout court. Ah, quanto è difficile rimanere persone critiche, o quantomeno “unbiased”, in questo mondo di information overflow

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Di Wikileaks, Clinton e l’Amerika

E allora, visto che sono organo di stampa pare (bah) e devo essere “imparziale”, mi sono andato a leggere cosa contiene la sesta tranche (molto simile alle altre, pare) dei WikiLeaks sulle mail della campagna della Clinton. La trovate qui.

Ebbene, a me Hillary Clinton non piace. Hillary Clinton è la personificazione di un establishment in caduta libera, e la sua probabile vittoria, sebbene possa avere da una parte un significato positivo (una donna alla Casa Bianca? hai detto poco), dall’altra parte non risolverà, per non dire che incancrenirà, uno dei problemi più spinosi del nostro tempo, che è l’alienazione sempre più estrema ed estremizzante di una parte della cittadinanza occidentale. Non solo dai sistemi classici dei media, ma anche della politica.

Però, in questi scandalosissimi WikiLeaks uno cosa ci trova? Fondamentalmente degli scambi alquanto comuni tra professionisti della comunicazione, tra questi ultimi e giornalisti vicini (uh, che sorpresa), tra figure di spicco della campagna e alcuni dei suoi finanziatori piu’ importanti, tra cui Soros, che per la legislazione americana sono stati già resi trasparenti, *a chi vuole informarsi*. Finora, se qualcuno non vuole smentirmi, davvero poco pochissimo di scandaloso.

La verità dunque è che i motivi per cui uno non voterebbe Hillary Clinton non sono nascosti nei suoi leaks, ma sono alla luce del sole: una politica estera unipolare e pericolosa, gli errori del passato (guerra in Iraq compresa), e un certo agio con i cosiddetti “poteri forti” di cui sopra. Sono tutti elementi di cui agli americani disinformati frega poco, e che a gran parte degli americani informati invece piacciono. E che invece gli “alienati” trovano riprovevoli, ma non necessariamente più della voce stessa della Clinton, o del suo organo di riproduzione, così come delle presunte molestie sessuali perpetrate dal marito Bill.

Non bisogna sorprendersi se l’ultimo mese della campagna presidenziale si apra con una gara a chi colleziona piu’ accuse di stupro con vent’anni di ritardo. Ed è per questo, insomma, che alla fine Hillary probabilmente la porterà a casa. Perché nonostante un “sistema” che proprio non riesce a riformarsi, testimoniato da un blocco mediatico chiaramente “biased”, un milionario fuori di testa incapace di intrattenere rapporti civili come Donald Trump rimane semplicemente invotabile per la grandissima parte degli statunitensi. A cui, ve lo devo dire, delle obiezioni ideologiche sull’Amerika con la kappa non frega proprio una mazza. Preferiscono avere un Presidente, o *una* Presidente, quantomeno presentabile, e con un pizzico di sale in zucca.

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I media caricano. Contro Trump

Qui Stati Uniti d’America.

I media (eh, lo so, è un’odiosa generalizzazione, però io ve lo giuro che non ho mai visto uno schieramento così compatto ed uniforme, quasi militarizzato. Magari nel giusto, eh, anzi direi sicuramente, ma.. “anche meno”, ecco, diremmo noi)..

Dicevo, i media nella giornata di oggi 12 ottobre si sono ufficialmente e univocamente stufati di giocare con Donalduccio, tutte (seee avoja a te) le ragazze toccate e infastidite dal troglodita in decenni di onorata carriera si sono improvvisamente rivegliate dall’oblio e si stanno ricordando di denunciarlo alla pubblica opinione (prima che a una corte, evidentemente), e pare che, a meno di una sollevazione popolare in nome di un’estensione del secondo emendamento per il diritto allo stupro, o di una cancellazione improvvisa del diciannovesimo emendamento – quello del voto alle donne, che vi giuro, i supporter di Trump vogliono cancellare per davvero, e non per fare dell’ironia ma sul serio, c’è addirittura un hashtag: #repealthe19th – possiamo forse incominciare ad accompagnare alla porta questa folle (e oscena) campagna elettorale del paese più potente (ma vi giuro, non più civile, almeno secondo il mio personalissimo punto di vista) del mondo.

Ma non è finita fino a quando l’arbitro non fischia, ok

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Cosa bisogna chiedersi, prima del referendum

Concordo con Andrea Iannuzzi: per ogni “mostro” (si dice per scherzo, eh) che vota SÌ, se ne trova abbastanza tranquillamente uno che vota NO. Quindi usare l’argomento è assolutamente cretino, anche se può fare effetto su alcuni elettori molto politicizzati.

Quello che bisogna chiedersi, invece, e che a mio avviso non è cretino chiedersi, anche se si parla di Costituzione – vogliate scusarmi, è un’altra cosa: che significa politicamente un risultato piuttosto che un altro? Chi favorisce e chi butta già dalla torre? Quali tendenze libera, nel breve, nel medio e nel lungo termine? Ha un peso a livello internazionale?

Io me lo chiedo, e su di me influisce. Forse non è corretto, forse non è completamente razionale. Ma tant’è.

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Daryll

Ieri ho fatto un po’ di voter registration (negli Stati Uniti per votare ti devi registrare) per i Democratici della Virginia.

Eravamo io e Daryll, signore afroamericano presumibilmente tra la cinquantina e la sessantina, ex Air Force. Daryll (di cui purtroppo non ho una foto) mi ha detto che ci sono molti più volontari tra i Democratici che tra i Repubblicani, perché questi ultimi non accettano di fare nulla “senza avere qualcosa in cambio, sia essa soldi o riconoscenza. Non fanno nulla per passione”.

Lui, invece, sì. “Non ho bisogno di ringraziamenti”. Daryll, per la precisione, registra elettori dal 2008, durante la campagna di Obama. E io ve lo giuro – è bastato un rally di Michelle come una visita al giardino della Casa Bianca per accorgersene – è stato veramente veramente troppo importante per gli afroamericani di questo paese. Non direi che lo “venerano”, no, ma che gli sono veramente tanto grati, ed affezionati. Come fosse ancora uno di loro. Incredibile.

“Trump non vincerà. No way. Non è presidential material”. Se lo dici tu, Daryll, se fidamo.

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Trump vs Clinton, round 2.

Pareggio.

Forse “meglio” Trump, considerato che l’asticella è veramente sotto terra per The Donald. Però domani almeno non si parlerà delle sue volgarità sessiste, ma al massimo che..

1. Ha minacciato Clinton di metterla in galera se diventa Presidente, in diretta mondiale. Una roba di cui secondo me non percepiamo né percepiremo troppo la gravità. Ma che grave lo è.

2. Clinton in politica estera veramente veramente troppo falco. Trump, la politica estera, semplicemente non ce l’ha: contesta quella di Bill Clinton, poi quella di Bush (ehm..), poi quella di Obama, e infine quella (eventuale) di Hillary. Ma nessuna alternativa.

3. L’ultima risposta, su “cosa apprezzano dell’avversario”: Clinton dice i figli di Trump (!?), Trump dice che lei non molla mai, e che la apprezza per questo. Molto meglio lui: e questo potrebbe contare.

4. Comunque il livello di questi dibattiti, a livello dei famosi “contenuti”, è più basso di quelli organizzati da Mentana sul referendum, e da Sky sul Comune di Roma. Cioè, Trump ha risposto al 2% delle domande e Clinton tipo al 10%.

Quindi boh, in genere, imbarazzo. Imbarazzo vero.