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È Reazione, non Conservazione

L’ascesa delle nuova destra, soprattutto sulla rete, ha molto meno a che fare con la conservazione di quanto invece sia identificabile con la Reazione. 
È questa – Reazione – la parola che più descrive gli istinti, lo stile, la cifra della politica fatta sul web – e, sempre più, anche fuori.

La risposta a qualsiasi stimolo è immediata, la soluzione a qualsiasi problema – o tragedia – è facilissima, la distribuzione delle colpe – e delle vittorie (ASFALTATO!1!1) – non merita indugi:  si tratta, appunto, di una reazione continua e continuativa.

Il verbo della reazione è “tornare”, tornare a un mondo magico in cui tutto era più ordinato: è tutto un indietro, un “back”, e un ancora, un “again”. Perchè tutto sia di nuovo più semplice, almeno apparentemente.

Il verbo della conservazione invece è “mantenere”, “reggere”. Proprio mentre pare che non si mantenga, o non si regga, più nulla. 

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La lettera di Michele 

Michele non lamenta una condizione economica particolare, o un’invidia nei confronti di altri, e non nomina mai il fantomatico ruolo dello Stato nel perché della sua condizione lavorativa. Non nomina neanche proprio mai lo Stato, a dirla tutta, se togliamo il P.S. su Poletti. Ripete più volte, piuttosto: “Non posso pretendere, non posso pretendere niente”. 

Credo che la situazione sia stata più complessa, anche a livello personale, ma che si possa estrarre dalla storia una riflessione in particolare. E cioè che per molti l’ideologia del “massimo” da raggiungere ad ogni costo, così come l’ossessione del “vincere” (ma contro chi? o cosa? a quale gioco?) non sono più sostenibili, nell’era un po’ crepuscolare che ci ritroviamo a vivere. 

Così si arriva a chiedersi “ma chi me lo fa fare?”, e si sceglie lucidamente di mollare. E la logica dietro – come riconosce lo stesso Michele – è straziante ma cristallina. Perfettamente cristallina. 

Perfettamente logico, ma affatto giusto. La giustizia non è logica.

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John Bercow, conservatore e democratico

John Bercow è un gigante. Perché una cosa è riconoscere la presenza di opinioni forti, per quanto diverse dalle nostre. Un’altra è concedere al primo arrivato, in qualunque modo eletto, l’onore dell’invito a parlare nel Parlamento più antico del mondo quando non si riconosce nemmeno la basi della democrazia liberale.

Se il Muslim Ban è estremamente grave, l’attacco al giudice federale sferrato l’altro giorno da Trump è anche estremamente pericoloso. Perché se il primo può essere fermato da checks and balances non solo giudiziari, ma anche politici ed economici, l’altro e’ un attacco eminentemente politico che segna “the whole point of no return” (cit. Luca Filippa), l’inizio di una indiscriminata discesa sul piano inclinato.

Chiariamoci: i giudici e le loro decisioni si possono criticare. Così come si può criticare il modo in cui la giustizia è organizzata, o la forza con cui è imposta. Il limite è oltrepassato quando “a so-called judge” diviene, nelle parole di Trump, l’eventuale responsabile di “something [bad]”, un decisore di parte, un competitor politico e per questo non più indipendente. Non e’ un caso che Bercow nel breve intervento citi “l’autonomia del potere giudiziario”, solo uno dei tre poteri dello Stato lockeiano.

Ah, che si sappia: John Bercow è un ex-banchiere conservatore, un bel peperino in passato anche noto per posizioni piuttosto di destra. Dopo aver fallito l’elezione in Parlamento per due volte nel 1987 e nel 1992, nel 1996 pagò un elicottero per portarlo nello stesso giorno alle selezioni da candidato (i partiti britannici fanno così) in due collegi “facili” per i Conservatori. Per concludere, si sperticò in elogi per Tony Blair quando quest’ultimo decise di fare la guerra in Iraq. Non proprio uno di quei fricchettoni liberal che ci figuriamo quando si parla dei nemici giurati di Trump, diciamo. Eppure..

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Sì, ok, lasciate perdere Virginia Raggi. Però..

Sì, ok, giusto e civile non impicciarsi degli affari privati di Virginia Raggi.
Sì, ok, giunta e consiliatura hanno “subito” un’attenzione mediatica enorme rispetto al solito. Chissà perché.
Sì, ok, magari Romeo e Virgy erano – o sono, speriamo – innamorati davvero, e noi a riguardo non possiamo sindacare.
Sì, ok, magari non c’è illecito, non c’è reato, magari lei non sapeva davvero una mazza di ‘sta polizza, magari non c’è proprio niente di niente.

Però, ops, Virgy non si era neanche seduta sullo scranno quando ha promosso Romeo, triplicandogli lo stipendiuccio.
Non so, forse – a prescindere dall’accanimento – un problemino, l’ennesimo, c’è. No?

Perché va bene avere pietà, provare tenerezza, denunciare al gombloddo, e in fondo dispiacersi per il cambiamento mancato.
Ma, come se dice a Roma, a ‘na certa.. De che stamo a parla’?

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E se la scissioncina la volesse Matteuccio?

Sto incominciando a sospettare che a tirare la corda per progettare una scissioncina sia invece proprio Matteuccio.

E lo so, lo so, che è un argomento di propaganda di gente come Bersani (bbbbrrr!!) però se rimane un sistema elettorale del genere, assicurandosi il supporto di gran parte degli amministratori locali, prendendosi quel che rimane del voto clientelare di Area Popolare, attraendo nuovamente gli elettori di Silvio con un progetto spiccatamente moderato e liberale.. A Renzi rimarrebbe un partito sì più piccolino, sì sprovvisto di vocazione maggioritaria, ma in cui lui, di sicuro, fa da padre padrone per vent’anni. A partire dalle prossime liste con tanto di capolista bloccato. Il perno centrista del sistema, insomma.

Eh, lo so, a pensar male si fa peccato..

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Benoit Hamon “Segnali di vita”

Perché mi rallegra la vittoria di Benoit Hamon alle primarie socialiste?

Perché, a parità di una probabile, probabilissima sconfitta alle presidenziali (è dato quarto), almeno il PS ci arriva con qualcosa di nuovo in mano e in testa piuttosto che le pratiche e le idee che hanno portato il socialismo francese, e non solo, al livello miserrimo a cui è ora.

Qualcosa di nuovo, uno spunto insomma. “Segnali di vita”, direbbe un Maestro. Sul lavoro e sulla liberazione dal lavoro stesso, sulla tassazione delle macchine, sul sostentamento al reddito, su diritti come la depenalizzazione delle droghe leggere. Sulla ridefinizione di cosa dovrebbe essere questa benedetta e maledetta Europa. Qualcosa di nuovo che poco ha a che vedere con la tradizione arida della sinistra novecentesca, dirigista, miope, che concepisce il lavoro come unico pernio dell’esistenza e che in questo caso era rappresentata da Arnaud Mountebourg, arrivato terzo domenica scorsa.

Poi magari, ecco si può dire che siano tutte stupide utopie, nonché per nulla efficaci a livello elettorale – e questo mi sembra lo sport nazionale della solita sinistra che odia la sinistra, fazione non molto di successo ultimamente. Ma questi ultimi dovrebbero rendersi conto che Manuel Valls non rappresentava, secondo i sondaggi, neanche quel “more of the same” vecchio ormai di vent’anni, e che prende batoste a livello globale, ovunque. Il vero anacronismo ideologico nella contesa insomma, era proprio quello di Valls e compagnia, incluso Macron! Per non considerare il fatto che Valls ha più di una volta dimostrato di essere, a livello elettorale, proprio una bella pippa. Era assolutamente tempo di provare a concepire qualcos’altro, e la Gauche francese è sorprendentemente la prima a farlo in Europa.

Ma poi, ao.. Tanto votamo tutti Macron, no? Quindi che ce frega!? Meglio così, almeno Valls non glie frega i voti! Forza Hamon, daje Macron!

 

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La sinistra e la tecnologia

L’innovazione tecnologica (che sia benedetta) sostituisce molte delle mansioni manuali una volta esercitate dall’uomo. Quindi, c’è meno lavoro. È una cosa normale, giusto, se ci pensiamo bene, e con un po’ di creatività, bellissima.

Le aziende che investono in queste prodigiose macchine devono sopportare molti meno costi di transazione, concertazione, contrattazione, e la maternità e la paternità e la tredicesima (se c’è) e la malattia e il mobbing e così via. Tutto questo via, adios, non è più un problema. A fronte di un investimento iniziale sostanzioso da parte dell’azienda, le macchine lavorano e basta, 24/7, non rompono li coglioni e non si riuniscono neanche in assemblee sindacali. L’investimento iniziale viene presto ammortizzato, ed è decisamente più facile ottenere profitto.

Sono insomma necessari molti meno lavoratori. Anzi, no, è semplicemente necessario molto meno lavoro umano. Una rivoluzione già ampiamente in atto, e se lo chiedete agli ex-operai del Midwest e del Nord britannico, non ve la descriveranno con piacere. A dare il suo contributo, un liberismo globale negli ultimi decenni abbastanza sfrenato, che ha completamente delegato a certe parti del mondo la produzione di ampie fasce di beni. È il futuro, si dirà, ed io concordo.

Ma è un futuro che può – e si sta – anche trasformando in un problema. Perché una società, quella occidentale, imperniata sul mito del lavoro come fonte di liberazione e dignità e identità della persona, lentamente muore.
E quindi come girare la situazione a proprio favore? Come affrontare la questione sociale che ne deriva? Qualcuno incomincia a pensarci. Forse sbaglia, forse deve correggere, raddrizzare le proprie proposte, tenere da conto alcuni fattori che non è possibile semplificare nel discorso pubblico. Ma almeno ci prova.

Esempio: lavorare meno, lavorare tutti? Vorrebbe dire rendere semplicissimo assumere, sia dal punto di vista fiscale che da quello burocratico. Detassare completamente il lavoro umano, se possibile, o incominciare a farlo gradualmente. Rendere conveniente l’avere più lavoratori a 30, 32, 35 ore che averne di meno a 45, 50 ore settimanali – stressati, malpagati, abbruttiti, incazzati neri.

Altro esempio: chiedere indietro alle macchine ciò che le macchine tolgono. E cioè, alla fine di tutto il processo, chiedere semplicemente indietro del reddito da redistribuire universalmente. All’azienda converrà comunque “assumere” una macchina perché la macchina è allo stesso tempo molto meno costosa e più produttiva, ma in cambio pagherà – meno di quanto pagherebbe un umano, comunque – per l’esternalità sociale negativa che genera facendo lavorare la macchina invece che l’uomo.

Ultimo esempio: imperniare l’Occidente sulla produzione di qualità, benessere e conoscenza. Definierei “produzioni di qualità” quelle opere manuali che per sensibilità, difficoltà, creatività necessaria non possono assolutamente essere svolte dalle macchine: la sartoria d’alto livello, ad esempio. Il benessere, come la salute, è un’altra categoria di beni che solo altri uomini possono produrre: parlo dei chirurghi, dei massaggiatori, degli istruttori di yoga. E infine la conoscenza, che, al netto del machine learning, solo un umano dotato di creatività, esperienza ed istruzione può sviluppare e raggiungere.

La sinistra “tradizionale”, che ormai è quella di Blair e Clinton, e quindi quella di Schroeder, e poi negli ultimi tempi Renzi, Valls, oggi Macron – così come i loro sostenitori – etichettano prontamente queste proposte semplici, e forse per questo potenzialmente efficaci, come “nuovo luddismo”, “socialismo utopico” eccetera eccetera eccetera.

Ma allora ci si chiede: perché le loro idee (quali? detassare le imprese? digitalizzare le funzioni dello stato? la disciplina fiscale?), che hanno funzionato molto bene un tempo, ora non solo non funzionano più, ma perdono anche numerosi consensi, anche di fronte ad una proposta politica così evidentemente disumana ed insensata come quella di Trump, per fare un esempio?

Insomma, perché la sinistra tradizionale manca di quel messaggio forte negli anni ’90 – “l’opportunità per tutti” – e, pur essendo ormai così fottutamente IMPOPOLARE, dà ancora lezioni di realismo a tutti?

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Trump e la (nostra) legge elettorale

Dopo due giornatine belle piene, oggi Trump ordina la costruzione del muro in Messico e rende più difficile l’ingresso di persone provenienti dal Medio Oriente. Con tanto di lista di paesi, eh.
Poi ha annunciato che siccome secondo lui a novembre – non c’è alcuna prova di ciò – hanno votato dalle 3 alle 5 milioni di persone non autorizzate (!?!?), le “procedure elettorali” verranno ristrette. = gli statunitensi delle zone più povere del paese, soprattutto quelle molto popolate come i ghetti – che votano al 90% democratico ovviamente – avranno ancora più difficoltà a esprimere il loro diritto di voto.

Ma dopo la fine di ‘sta settimana, poi, cazzo fa? Ce la fa la legge elettorale a noi?

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I fighetti e i diritti

Minchia, i fighetti post-berlusconiani italiani (una fascia culturale trasversale, che va dalla destra moderata al centrosinistra libbberale fino al grillismo acculturato) che perculano i radical chic americani – TRE MILIONI DI RADICAL CHIC COL CINQUANTONE CONSEGNATO A MANO DA SOROS, specifichiamo bene – che avrebbero manifestato nella #WomensMarch non si possono proprio sentire.

A provincialotti, guardate che “Se Non Ora Quando” e “La Repubblica” per fortuna esistono solo in Italia. Qui ci sono cose anche molto peggiori, ma diciamo che di lotta per i diritti civili – chi l’ha fatta e chi la fa ancora – ne sanno qualcosina in più di noi.

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Chi fa più male al Labour?

Chi fa più male a un partito come il Labour? Un leader che si mette male la cravatta e ha qualche idea che i più simpatici definiscono “vecchia”, tipo – chessò – che ogni persona debba essere trattata con uguale dignità, o..

Il sindaco Labour della ricchissima Londra, enclave globale, globalizzata e globalizzante, che difende uno dei governi più infami della storia – Conservatore, sia chiaro – dall’accusa di voler sbarazzarsi dei diritti dei lavoratori?

Con tutto il bene, io credo che male al Labour lo faccia Sadiq Khan. Anche se è il sindaco simpatico di una città simpatica. Ah, poi faranno la piangina il 23 febbraio quando Stoke-On-Trent andrà all’Ukip. Clap clap clap