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La sinistra e la tecnologia

L’innovazione tecnologica (che sia benedetta) sostituisce molte delle mansioni manuali una volta esercitate dall’uomo. Quindi, c’è meno lavoro. È una cosa normale, giusto, se ci pensiamo bene, e con un po’ di creatività, bellissima.

Le aziende che investono in queste prodigiose macchine devono sopportare molti meno costi di transazione, concertazione, contrattazione, e la maternità e la paternità e la tredicesima (se c’è) e la malattia e il mobbing e così via. Tutto questo via, adios, non è più un problema. A fronte di un investimento iniziale sostanzioso da parte dell’azienda, le macchine lavorano e basta, 24/7, non rompono li coglioni e non si riuniscono neanche in assemblee sindacali. L’investimento iniziale viene presto ammortizzato, ed è decisamente più facile ottenere profitto.

Sono insomma necessari molti meno lavoratori. Anzi, no, è semplicemente necessario molto meno lavoro umano. Una rivoluzione già ampiamente in atto, e se lo chiedete agli ex-operai del Midwest e del Nord britannico, non ve la descriveranno con piacere. A dare il suo contributo, un liberismo globale negli ultimi decenni abbastanza sfrenato, che ha completamente delegato a certe parti del mondo la produzione di ampie fasce di beni. È il futuro, si dirà, ed io concordo.

Ma è un futuro che può – e si sta – anche trasformando in un problema. Perché una società, quella occidentale, imperniata sul mito del lavoro come fonte di liberazione e dignità e identità della persona, lentamente muore.
E quindi come girare la situazione a proprio favore? Come affrontare la questione sociale che ne deriva? Qualcuno incomincia a pensarci. Forse sbaglia, forse deve correggere, raddrizzare le proprie proposte, tenere da conto alcuni fattori che non è possibile semplificare nel discorso pubblico. Ma almeno ci prova.

Esempio: lavorare meno, lavorare tutti? Vorrebbe dire rendere semplicissimo assumere, sia dal punto di vista fiscale che da quello burocratico. Detassare completamente il lavoro umano, se possibile, o incominciare a farlo gradualmente. Rendere conveniente l’avere più lavoratori a 30, 32, 35 ore che averne di meno a 45, 50 ore settimanali – stressati, malpagati, abbruttiti, incazzati neri.

Altro esempio: chiedere indietro alle macchine ciò che le macchine tolgono. E cioè, alla fine di tutto il processo, chiedere semplicemente indietro del reddito da redistribuire universalmente. All’azienda converrà comunque “assumere” una macchina perché la macchina è allo stesso tempo molto meno costosa e più produttiva, ma in cambio pagherà – meno di quanto pagherebbe un umano, comunque – per l’esternalità sociale negativa che genera facendo lavorare la macchina invece che l’uomo.

Ultimo esempio: imperniare l’Occidente sulla produzione di qualità, benessere e conoscenza. Definierei “produzioni di qualità” quelle opere manuali che per sensibilità, difficoltà, creatività necessaria non possono assolutamente essere svolte dalle macchine: la sartoria d’alto livello, ad esempio. Il benessere, come la salute, è un’altra categoria di beni che solo altri uomini possono produrre: parlo dei chirurghi, dei massaggiatori, degli istruttori di yoga. E infine la conoscenza, che, al netto del machine learning, solo un umano dotato di creatività, esperienza ed istruzione può sviluppare e raggiungere.

La sinistra “tradizionale”, che ormai è quella di Blair e Clinton, e quindi quella di Schroeder, e poi negli ultimi tempi Renzi, Valls, oggi Macron – così come i loro sostenitori – etichettano prontamente queste proposte semplici, e forse per questo potenzialmente efficaci, come “nuovo luddismo”, “socialismo utopico” eccetera eccetera eccetera.

Ma allora ci si chiede: perché le loro idee (quali? detassare le imprese? digitalizzare le funzioni dello stato? la disciplina fiscale?), che hanno funzionato molto bene un tempo, ora non solo non funzionano più, ma perdono anche numerosi consensi, anche di fronte ad una proposta politica così evidentemente disumana ed insensata come quella di Trump, per fare un esempio?

Insomma, perché la sinistra tradizionale manca di quel messaggio forte negli anni ’90 – “l’opportunità per tutti” – e, pur essendo ormai così fottutamente IMPOPOLARE, dà ancora lezioni di realismo a tutti?

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