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La lettera di Michele 

Michele non lamenta una condizione economica particolare, o un’invidia nei confronti di altri, e non nomina mai il fantomatico ruolo dello Stato nel perché della sua condizione lavorativa. Non nomina neanche proprio mai lo Stato, a dirla tutta, se togliamo il P.S. su Poletti. Ripete più volte, piuttosto: “Non posso pretendere, non posso pretendere niente”. 

Credo che la situazione sia stata più complessa, anche a livello personale, ma che si possa estrarre dalla storia una riflessione in particolare. E cioè che per molti l’ideologia del “massimo” da raggiungere ad ogni costo, così come l’ossessione del “vincere” (ma contro chi? o cosa? a quale gioco?) non sono più sostenibili, nell’era un po’ crepuscolare che ci ritroviamo a vivere. 

Così si arriva a chiedersi “ma chi me lo fa fare?”, e si sceglie lucidamente di mollare. E la logica dietro – come riconosce lo stesso Michele – è straziante ma cristallina. Perfettamente cristallina. 

Perfettamente logico, ma affatto giusto. La giustizia non è logica.

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A Southern italian transplanted in the first province of the ancient empire, Rome, and then in (one of) the capital(s) of the modern one, London. A bachelor in Political Science and International Relations, a Master of Arts in Political Communication at City University London (still to complete). An endless passion for politics, with a predilection for electioneering and communication. Fire in the eyes for Public Relations and a more just and transparent Lobbying. Social media geek, with a great interest in the development of the World Wide Web, and an harshly critical look over media and information issues (mediabias.it). Curiosity, always and for anything. Politically, a leftist progressive. One motto in the head, since the very childhood: "Leave the world a little better than you found it".

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