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Esercizio di logica: Renzi, il sindacato unico, Di Vittorio

Piccolo esercizietto di logica del dibattito politico.

Renzi dice: “Mi auguro che un giorno il sindacato sia unico” (ok, ha detto “unico” e non “unitario”, come disse “cultura umanista” invece che “umanistica” l’altro giorno alla lavagna).

Gli rispondono: “No, il sindacato unico no, ci vuole pluralismo!”, “Vuoi tutto, e tutto unico: partito, governo, ora anche il sindacato!”. E infine l’ormai solito appellativo, “Fascista!”.

I sostenitori del premier difendono Renzi, l’argomento di gran lunga più gettonato é: “Fino al 1950 la CGIL era l’unico sindacato, e quel gran fascista [ironico] di Di Vittorio era per l’unità sindacale!!”

La controrisposta dovrebbe essere: “Ma come, ci dite che siete vecchi, e noi dovremmo pensarla come un uomo morto nel 1957 [Di Vittorio]??”.
Oppure, come ha provato -incredibilmente, ma in maniera vana o comunque troppo debole, seppellita dai “Fascista!”- a rilanciare la Camusso: “La nostra prospettiva è il sindacato unitario”.

E invece no. Continueranno con “Fascista!!”, appigliandosi all’uso dell’aggettivo “unico”. E soprattutto non si renderanno conto che un sindacato unitario, invece, soprattutto in tempi di grande cambiamento, sarebbe effettivamente molto più efficace in una risanata difesa dei diritti dei lavoratori.

Matteo, intanto, se la ride. D’altronde, come non, e perché non?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Quando è troppo, o troppo in fretta

L’altro ieri -mercoledì- Michele Emiliano, candidato Presidente già praticamente vittorioso alle Regionali in Puglia, già avvezzo a dichiarazioni fuori dai ranghi, enuncia un principio ovvio, l’uguaglianza di trattamento tra cittadini italiani e migranti, aggiungendovi tre parole: “Ha ragione Salvini”.

Nella stessa giornata viene arrestato in Lombardia un ragazzo marocchino, ricercato dalla polizia tunisina per il gravissimo attentato del Bardo di Tunisi. Questo dà adito a rappresentanti politici di ogni schieramento di rivendicare e dichiarare con grande sollucchero:

touil

Immagine prodotta da Alessandro Robecchi

Nel primo caso Emiliano ha voluto dire “troppo”. Forse non già contento della buona popolarità di cui gode in Puglia, ha voluto solleticare ancor di più l’opinione pubblica con questa inutile dichiarazione di principio. Se non dannosa, perché negli ultimi tempi lo stesso concetto, di per sè non errato, anzi ovvio, è stato utilizzato dai Salvini e dai razzisti di ogni risma per diffondere bufale e disseminare odio.
Perché fare il loro gioco, perché prestare il fianco così ad eventuali critiche?

Nel secondo caso si è parlato “troppo in fretta”. Perché già il giorno dopo, giovedì, il ragazzo marocchino di nome Touil è stato provato essere in Italia il giorno del terribile attentato, e anche nei giorni precedenti e successivi: invece di mietere vittime in nome di Allah, il ventiduenne stava cercando di imparare l’italiano in una scuola di Trezzano del Naviglio. Ancora una volta: assenza di sobrietà e rincorsa alla dichiarazione di un risultato che non c’è, un inseguimento vicendevole tra la peggiore politica e la peggiore comunicazione, un inutile ulteriore avvelenamento di un ecosistema mediatico già allo sbando.

Troppo, o troppo in fretta: qualche volta si può anche stare zitti.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Salvini, o dell’inadeguatezza politica dei suoi contestatori

Salvini, si è ormai ben capito, segue una strategia di campagna elettorale permanente. Pervasiva, costituita di messaggi ben precisi, in definitiva molto efficace. Vista la popolarità crescente anche in altre zone d’Italia rispetto alla naturale roccaforte del partito che guida, la Lega Nord, si fanno sempre più frequenti le sortite nel Meridione, in città classicamente “rosse” come Bologna, e in regioni politicamente ostili come la Toscana.

Proprio in Toscana ieri pomeriggio, a Massa, la solita uscita provocatoria del Salvini, e l’usuale reazione scomposta di centri sociali e affini, a quanto pare accompagnati anche da tre consiglieri comunali -uno di Sel, uno del M5S ed uno del Pd-. La dinamica, anche quella, è ormai nota ai più: Salvini arriva in un luogo accuratamente selezionato, seguito da qualche sostenitore, di volta in volta sempre più massicciamente scortato da Forze dell’Ordine -qualcuno ha fatto notare che ormai la sua sicurezza “costa più di una domenica di calcio”-. Poi, il putiferio: urla sguiate, lanci di sassi, violenza vocale e non solo.

Cui prodest? Si è già detto in ogni dove, la risposta è: solo a Salvini. Che può puntare il dito sui violenti, che può parlare di minaccia alla libertà d’espressione, che può continuare a scrivere “RUSPA” sui suoi innumerevoli post Facebook senza troppo disturbo. Anzi, con ragguardevole e crescente successo. I contestastori di Salvini dimostrano un’inadeguatezza politica sconcertante, credendo ancora che -come negli anni ’60 e ’70- una contestazione di piazza dai toni alti possa suscitare un popolare sdegno nei confronti della vittima della stessa contestazione. I media logorroici e rimasticatori dei giorni nostri, invece, senza troppa fatica monitorati da comunicatori sapienti come il leader della Lega, producono sempre e comunque un frame opposto al più semplice dei comandamenti: “Gli idioti vanno ignorati”.

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Impresentabili: una parola e il suo abuso

Quello degli impresentabili non é un mantra nuovo, sebbene l’utilizzo “giornalistico” del termine abbia avuto il suo boom con l’incancrenirsi del giustizialismo, fattoquotidianista e non solo. La parola è un’arma affilatissima per delegittimare progetti e percorsi politici, candidature naturali, la travagliata via verso quel buono che spesso si scontra con il presunto “ottimo”.

Che cos’è un impresentabile? Come e chi decide chi é l’impresentabile? Quali sono le discriminanti di “impresentabilità”? C’è l’impresentabile perché dieci anni fa ha fatto la dichiarazione discutibile contro questa o quell’altra categoria sociale, c’è l’impresentabile che ogni tanto va a Predappio, c’è l’impresentabile solito democristiano, o l’impresentabile ex-candidato con la presunta forza politica opposta. Poi c’è l’impresentabile più volte indagato, e magari più volte assolto.

E allora dobbiamo chiederci se la parola impresentabile, in questi dibattiti confusi, in questi abusi mediatici, in queste dichiarazioni apotropaiche sull’esito delle elezioni, non perda progressivamente di senso. In un mare di impresentabilità, il pubblico lo sa cos’è un impresentabile o se lo deve far indicare? Il cittadino riesce davvero a scegliere cos’è meglio -ancora: non ottimo- per il futuro suo, della sua famiglia, della sua terra? C’è un progetto alternativo, ordunque, una proposta ottima che spazzi via ogni ombra di “impresentabilità”? No. E allora meglio affidarsi al buono che c’è.

NS

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Opporci e reagire. Subito.

Stiamo assistendo all’attacco più virulento e distruttivo verso il Sindacato e la dignità del lavoro mai portato da un Governo nella storia della nostra Repubblica. Un attacco thatcheriano di destra nei modi e negli atti normativi approvati, come il Jobs Act e la Buona Scuola. Gli inglesi persero, contro i truffatori e gli spacciatori di ideologie liberiste che si autoproclamavano senza alternativa. Noi non possiamo e non dobbiamo fare la loro fine. Noi dobbiamo opporci e reagire. Subito.

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Una notte di General Elections: considerazioni sparse

Sono quasi le 22 e ci si incammina dalla Committee Room (una delle case messe a disposizione dai volontari Labour di Southwark per gestire le “truppe” di volontari) verso il Brigade, il locale dove seguiremo lo spoglio, non solo relativo alla nostra costituency -Bermondsey and Old Southwark-, ma di tutto il Regno Unito. Già prima di arrivare al posto dei festeggiamenti, su Twitter compare il primo drammatico exit poll: Conservatives 316, Labour 239. “It can’t be true”, è il primo commento. Ed è anche il mio pensiero, e la mia sensazione.

Nel pub invece si comincia già a bere per dimenticare. Esce il verdetto dal primo seggio: è per il Labour, con la riconferma della Philipson. Poi ci sarà anche il 2-0 e il 3-0, e così via: il Labour sarà in vantaggio sui Conservatives fino alle 5 di mattina.

Poi incominciano ad arrivare i dati dalla Scozia, storicamente un baluardo del Labour più radicato nel mondo operaio. Ed è uno psicodramma. Nicola Sturgeon conquista praticamente tutto il conquistabile: 58 seggi. All’uscita degli exit poll aveva fatto la modesta: “Spero in una buona nottata, ma 58 mi sembrano veramente troppi”. E invece. Perdono il seggio il leader dello Scottish Labour, Jim Murphy, e Douglas Alexander, ormai ex Ministro degli Esteri ombra, battuto dalla ventenne Mhairi Black. Anche Glasgow ed Edimburgo si concedono pienamente agli indipendentisti.

Finalmente, dopo ore di attesa, sonno, birre, male a qualsiasi cosa, arriva il momento cardine della serata in quel di Bermondsey e Old Southwark. C’erano già state voci di ottimismo, e la BBC dava Simon Hughes, numero 2 dei Lib-Dem, come possibile “grande sconfitta simbolica” dello stesso partito arancione.

Alla fine Neil Coyle, un puro Londoner, ragazzo generosissimo e legatissimo al territorio, dà 5000 voti di scarto al vecchio Ras di Bermondsey. Son soddisfazioni, dopo 12 ore di inarrestato canvassing durante il polling day, e di occasionali (solo occasionali per me, purtroppo) round nei due mesi precedenti.

Intanto SNP continua la sua carneficina in Scozia, e quel vecchio leone di Alex Salmond non può che ruggire..

..mentre la previsione (forse l’unica giusta) di Nigel Farage, leader UKIP che non riesce a vincere neanche nel “suo” seggio di South Taneth, Kent, si rivela azzeccata:

Mentre torno a casa è già l’alba, il Tower Bridge dal London Bridge sembra bellissimo, la giornata che sta per nascere no: sarà fredda, nuvolosa, piovosa. Mentre sono sull’N35, il “mio” personale autobus rosso a due piani, Ed Miliband vince a Doncaster North, e vince anche bene. Ma é deluso, chiaramente, e, non a torto, afferma nel discorso l’importanza di “tenere unito il Paese”. Visti non solo i chiari di luna scozzesi, ma anche la disgregazione evidenziata da un multipartitismo rancoroso, soprattutto nelle zone rurali che hanno premiato (non tanto a livello di seggi conquistati, quanto a voti ottenuti) l’UKIP.

Alla fine del conteggio, in tarda mattinata, l’exit poll della BBC, pubblicato alle 22, si rivela drammaticamente azzeccato. Anzi, addirittura non abbastanza generoso con la voracità dei Tories. É il momento delle analisi più o meno serie: come é potuto accadere che “le elezioni più combattute della storia britannica” si trasformassero in questo devastante successo per i Conservatives? Provo a mettere qualche punto, partendo dal più evidente:

– Lo Scottish National Party annienta lo Scottish Labour, da sempre una riserva di seats per ogni maggioranza di centrosinistra, e partito di personaggi storici come Gordon Brown. Dopo la debàcle al referendum per l’indipendenza tenutosi a settembre, lo storico leader e primo ministro scozzese, Alex Salmond, si dimette e lascia lo scettro di “signora di Scozia” all’arrembante Nicola Sturgeon. Il successo, dopo una campagna affilata e combattiva, arriva facile facile, con percentuali imbarazzanti, nelle Highlands come nelle grandi città industriali. Non è un voto semplicemente nazionalista, come i commentatori più frettolosi affermano: è un voto di sinistra, anti-austerity, europeista e progressista, come Salmond e Sturgeon rivendicano di essere con orgoglio tipicamente tartan, e -sì, certo- un voto che vuole chiaramente portare a un nuovo referendum prima della fine del 2020.

– Ben diversa la situazione nei seggi delle Midlands, del Sud, del West. Qui, come Farage riconosce sin dalla primissima chiusura dei seggi, è l’UKIP ad essere fondamentale per la debàcle. La working class storicamente Labour -e qui non si può non riconoscere un demerito storico del blairismo, come della “sinistra che corregge la destra” di Brown-, sentitosi abbandonata, si rivolge al populismo razzista e goffamente liberista -ma allo stesso tempo assistenzialista- dell’UKIP, fortemente condizionato da una retorica euroscetticissima tipica dell’Inghilterra più provinciale. Alla fine l’UKIP però si riconferma solo a Clacton, e perde anche a South Taneth: Nigel Farage si dimette in mattinata e ritornerà a produrre video virali a Bruxelles, per il gusto degli anti-europeisti di tutto il Vecchio Continente. Alla fine sono funzionali solo a far recuperare preziosissimi seggi ai Conservatives, nel 2010 vinti dai Labour o comunque molto combattuti.

– I LibDem sono quelli che tornano a casa con le ossa rotte. Dei 57 seggi, dalla share di governo, dall’ “I agree with Nick” e il grande charme di quel leader giovane e credibile, se ne confermano soltanto 8: un risultato devastante. Clegg si dimette immediatamente in mattinata. Dove sono andati i voti arancioni? In città al Labour (come a Bermondsey, il seggio che ho vissuto da vicino), in provincia ai Tories. E questi ultimi sono seggi che pesano tantissimo, e vanno a donare la maggioranza assoluta a Westminster al prossimo governo conservatore. Cadono in battaglia il già citato Deputy Leader Simon Hughes, ma anche il Deputy Chancellor Danny Alexander: un disastro.

– Ovviamente la sconfitta del Labour non può essere solo accreditata a fattori esterni, sebbene questi abbiano giocato una grossa parte. Avevo giudicato la campagna di Miliband in forte salita, dignitosa, chiara, combattiva, coraggiosa. L’accento sulle disuguaglianze, la lotta ai monopoli (Murdoch gliel’ha fatta pagare), l’approccio verso i disillusi con l’incredibile intervista concessa a Russell Brand. Il popolo Labour ha risposto bene in alcune zone del paese, come a Londra, ma è stato “mangiato” dall’UKIP e da una Scozia troppo spesso dimenticata. I commentatori nostrani di fede renziana, affascinati dal mito blairiano dal “riformismo” -che sarà mai, ‘sto riformismo da solo, chi lo sa- e della Terza Via, si affrettano a desumere che il Labour di Miliband fosse troppo “leftish”, troppo a sinistra. Mi permetto di provocare: forse non lo è stato abbastanza. Sicuramente Ed è stato più a sinistra di quanto sarebbe stato il rampollo blairiano David, ma lo è stato molto timidamente fino all’anno scorso, quando magicamente si è accorto che in Scozia stava per andare a finir male -e non verso destra, ma prettamente verso sinistra-, e che l’UKIP rombava su una working class disgregata da un mercato del lavoro impostato su matrice liberista dal governo conservatore. Spostandoci sulla questione “leadership”, Miliband ha assunto una credibilità quasi emozionante in questi ultimi due mesi: ha dimenticato di farlo nei quasi cinque anni precedenti. L’uguaglianza, la solidarietà, la democrazia, la lotta ai “poteri forti” non sono elementi che maturano nell’elettorato dalla sera alla mattina: ennesima dimostrazione.

– David Cameron ha mostrato di saperci fare. Ha dominato il suo partito dopo un periodo di tallonamento da parte di George Osborne, a destra, e Boris Johnson, il sindaco di Londra, a “sinistra”. Alla fine i due potenziali contenders delle eventuali spoglie dell’attuale leader hanno invece dato una gran mano, dipingendo un partito di super-stars votati alla continuità. La campagna dei Tories si è basata sulla paura: di un’economia guidata da Ed Miliband, di un governo Labour in ostaggio degli scozzesi, di un’Europa sempre più invadente, di una irrazionale “instabilità”. Dalla sua, il governo guidato dalla Coalition ha avuto sicuramente una congiuntura favorevole dal punto di visto economico: moneta forte, crescita stabile, bassa disoccupazione. Tuttavia, dal mio punto di osservazione parziale di studente italiano a Londra, credo che la società inglese pagherà solo tra qualche anno i danni che il cabinet conservatore sta provocando: disgregazione delle comunità, diseguaglianza, classismo, mobilità sociale bloccata. Le rette universitarie sono zompate su del 50%, e saliranno ancora. Gran parte della nuova occupazione si rifà ai cosidetti zero-hour contracts (in breve: non sai mai quando e per quante ore verrai chiamato a lavorare). Il costo delle case è letteralmente alle stelle, e le fasce più basse stanno venendo letteralmente cacciate da città come Londra. Un caro e stimato commentatore conservatore afferma che è il concetto dell’austerità portato in auge dal thatcheriano George Osborne ad aver vinto queste elezioni: credo si sbagli.

Un ultimo appunto sull’affluenza e sui problemi ormai evidenti dello storicamente funzionalissimo sistema elettorale britannico.
Non sono un proporzionalista, ma il sistema elettorale first-past-the-post (collegi uninominali a maggioranza secca: chi arriva primo vince) è ormai fortemente criticato anche qui, da quando è finita l’era del bipartitismo. Ma noi non siamo nel dibattito britannico, e ci piace prendere i dati e i risultati grezzi, strumentalizzarli per le nostre stupide beghe da provincialotti d’Europa. Qui nessuno dice “fascista”, perché la dialettica semplicemente non contempla quel termine, da noi invece abusato, se non in casi veramente particolari.
L’affluenza stavolta nel Regno Unito è stata buona, perchè molti si sono sentiti ringalluzziti dalle nuove offerte politiche (i Green, l’UKIP, l’SNP): la prossima volta, vista la frustrazione di avere un solo rappresentate per quasi quattro milioni di elettori (quello dell’UKIP è un caso eclatante, con tutto il misrespect che io possa nutrire per Farage e la sua banda di truci razzisti e beceri liberisti) sarà così?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Canvassing for Ed, Neil, Labour

Ok, sto per iniziare il quarto round di canvassing di oggi.

Quello che é interessante é il metodo scientifico con cui non solo durante il “polling day” ma anche durante la campagna si vanno letteralmente a prendere gli elettori sulla porta di casa.

Oggi, in particolare, la costituency é stata divisa in zone. In ognuna di queste il Labour locale ha disposto una Committee Room -solitamente la casa di qualche volontario particolarmente volenteroso e capace di organizzare “le truppe”- da dove i volontari vengono separati in gruppetti.

Ad ogni gruppetto viene assegnata una serie di vie e council houses da battere: oggi non si cerca più tanto di convincere eventuali elettori, ma di ricordare e motivare i cittadini già conosciuti ad andare ad esprimere la loro preferenza per il Labour.

L’atmosfera é piuttosto positiva, e soprattutto all’ora di punta i volontari sono aumentati di botto. Speriamo bene per Neil e per Ed, update a breve.

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Il Labour ed Ed Miliband: una bella campagna, un leader gentile

Si può fare una bellissima e credibile campagna elettorale che non poggi solo ed unicamente sul leader del proprio partito/coalizione. Ce lo ha insegnato il Labour in questi mesi.

Ed Miliband non è e non sarà mai un personaggio da far rizzare i capelli, non è e non sarà mai Tony Blair (per fortuna?): modesta presenza scenica, zeppola, attitudine da “North London Geek”, come da molti è stato appellato con disprezzo. Eppure mentre attraversava il paese in lungo e in largo, in venue più o meno grandi, ingaggiando i suoi avversari nei pochi dibattiti tv -anche quello a cui secondo TUTTI gli strategist non avrebbe mai dovuto presentarsi, cioè il dibattito tra le minoranze-, fronteggiando il temibile Jeremy Paxman​, a cui ha confermato di essere “tough enough”, e bussando alle porte di britannici disillusi e sull’orlo di una crisi di nervi, il modo in cui il “fratello sfigato” della famiglia Miliband è percepito dalla public opinion è sensibilmente cambiato.
Ora Ed non è più “debole”, ma “sensibile”. Non è più “noioso”, ma “credibile”. Non è più “goofy”, ma addirittura “charming”, soprattutto se lo andate a chiedere alle teenager impazzite sui social del #milifandom. Un gran lavoro: non sorprende ci sia la mano di David Axelrod, già campaign advisor del Presidente più cool dell’universo mondo (indovinate chi). I Tories hanno sin dall’inizio puntato tutto sulla presunta debolezza di Miliband, e questo non ha fatto che rinforzarlo: la magia dello spin.

Ma come dicevo all’inizio, il Labour ha mostrato che si può fare una bella campagna assolvendo ai limiti del proprio leader. Mostrandosi soprattutto una comunità, trovando appoggi esterni nella cosiddetta “società civile”, mandando avanti altri “senior Labour” come il brillante e -molto probabilmente- futuro leader Chuka Umunna​, evitando contrasti interni, soprattutto in un periodo così delicato. Da quello che ho potuto constatare nella swing costituency di Bermondsey e Old Southwark, numerosissimi sono stati i militanti accorsi da tutta Londra a dare una mano a Neil Coyle​, e tante -anche anziani, o ragazzini- le persone che per la prima volta, sentendo il bisogno di fare qualcosa per la propria comunità, si sono affacciati alla doorstep di losche council estates con un invito a votare Labour “on may the 7th”. Uniche armi di persuasione: un sorriso, e la stessa presenza su quel ciglio di porta. Quest’ultimo, in particolare, è stato un mantra ripetutamente utilizzato dai candidati Labour: “Conservatives​ has big money, we have people”. Un continuo invito alla mobilitazione, come all’autofinanziamento, nelle ripetute ma mai urticanti newsletter inviate ai volontari.

Non si può negare che il governo della Coalition di David Cameron​ abbia riportato un sentore di stabilità e crescita nell’economia britannica. Tuttavia, ciò è stato fatto con costi sociali innegabili. Budget annuali draconiani, imposti dall’ala thatcheriana dei Tories, quella del Chancellor of the Exchequer (il nostro Ministro delle Finanze) George Osborne​. Tagli lineari al welfare, privatizzazione selvaggia (non quella che piace a noi “socialisti liberali”, cit Michela Cella​) del National Health Sistem (Sistema Sanitario Nazionale), un focus esagerato sulla City finanziaria della Londra guidata da Boris Johnson​. Ma soprattutto, e queste sono le scelte che più hanno colpito le fasce più deboli, oltre che il consenso dell’alleato Lib-Dem e vice-Premier Nick Clegg​: le tasse universitarie aumentate del 50%, l’impazzare dei zero-hour contracts (che in sintesi funzionano così: ti chiamo la mattina per lavorare 10 ore quel giorno stesso, ma magari poi non ti chiamo più per una settimana), un mercato immobiliare che sta letteralmente cacciando via i meno benestanti dalle zone “gentrificate”. Le zone rurali si sentono sempre più escluse dalle politiche di Westminster, da qui il razzismo galoppante e la crescita di UKIP, e l’Unione stessa del Regno sembra in pericolo: lo Scottish National Party, forza progressista ma indipendentista della Scozia, vincerà tutti (o quasi) i seggi in cui si candiderà.

In questo contesto, il focus tematico del Labour non poteva che tornare a sinistra, dopo il decennio delle opportunità e della successiva Grande Crisi, e quindi sull’uguaglianza: “We believe that Britain succeeds when working people succeed”. Salvataggio del NHS, eliminazione degli zero-hour contracts, abbassamento delle fees universitarie, regolamentazione del mercato immobiliare, un’apertura più convinta all’Europa, l’investimento sulle skills di britannici ormai spesso surclassati da immigrati dall’alto livello professionale. La carta che ha incredibilmente convinto Russell Brand​, il comico anarchico, un po’ Beppe Grillo un po’ Daniele Luttazzi, a dare in questi ultimi giorni il suo appoggio a Miliband, è stata però la generale “disponibilità all’ascolto”, e le chiare posizioni contro i monopolisti del settore bancario e mediatico (vedi Murdoch, oggi inferocito a giudicare della copertina del Sun): c’è chi storce il naso per questo endorsement, io ne sono piacevolmente stupito. Perchè ciò che non è successo in Italia, ciò che ha congelato l’incredibile energia di cambiamento scaturita nell’inverno 2013, sta forse succedendo qua: un leader di sistema anche piuttosto posato ed istituzionale, Ed Miliband, che dichiarandosi disponibile, con la sua comunità -condizione imprescindibile: la comunità-, a un coerente ma radicale cambiamento del sistema, convince il paladino dell’anti-sistema. Cosa c’è di più politico, e romantico -almeno secondo me-, di questo?

Questo è quanto: domani passerò una bella e faticosa giornata tra i seggi e le case di Bermondsey, farò una diretta sul mio social preferito (mi scuso in anticipo), aspetterò i risultati sino a notte fonda.
E speriamo l’8 Maggio, che per me è sempre una bella giornata, esca il sole.

P.S. La cosa più stucchevole ma divertente, le previsioni. Credo i Tories vinceranno la maggioranza relativa di pochissimi seggi, ma non avranno lo spazio necessario per riproporre la Coalition per il probabile insuccesso dei Lib-Dem. La palla passerà al Labour: Miliband dovrà rimangiarsi la promessa, e fare un patto con Nicola Sturgeon degli indipendentisti scozzesi. Che almeno è progressista ed anti-austerity.

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Viva Gigi D’Alessio, viva i rapper. O almeno, lasciateli parlare

Ieri Gigi D’Alessio si è iscritto al Partito Radicale. Quell’infaticabile, irriducibile, adorabile sornione di Pannella lo ha accolto a Radio Radicale e lo ha fatto anche iscrivere alle associazioni per i diritti civili direttamente collegate al Partito. Scandalo e delirio, qualcuno parla addirittura di “fine del Partito Radicale”. Vabbe’.

Negli scorsi giorni invece un dibattito simile è infuriato quando Fedez ha espresso delle opinioni alquanto discutibili sia sugli scontri a Milano del 30 Aprile che su quelli -molto più gravi e scenografici- del 1 Maggio, in occasione dell’inaugurazione dell’EXPO. Lo stesso ha fatto J-Ax, in passato frontman degli Articolo 31, che ha prodotto un video di filippiche un po’ rap un po’ no -contro chi esattamente non lo si è ben capito-, che Piazzapulita ha prontamente rilanciato lunedì sera.

Le reazioni rispetto a tutto questo spazio dato ad artisti più o meno apprezzabili sono varie, ma soprattutto negative, se andiamo a scandagliare i commenti sui social di chi solitamente commenta la politica e l’attualità con più attenzione. Un piccolo esempio: Marco Salvati, autore televisivo, twitta:

Ecco, diciamo che se Salvati avesse voluto prendere ad esempio un “paese civilizzato” che è sempre diffidente, nel suo ecosistema mediatico, verso giovani artisti con velleità politiche, avrebbe potuto meglio scegliere il Regno Unito. Perchè negli Stati Uniti, che in fondo rimangono il nostro modello di sviluppo -lo ha detto anche Renzi dopo la visita a Washington- le esternazioni sull’attualità di artisti o atleti sono ascoltate, eccome. Andare a chiedere al rapper più in vista del momento, Kendrick Lamar, autore di un ultimo album politicissimo, o a Carmelo Anthony, stella dei New York Knicks, sceso in piazza con i giovani afroamericani di Baltimore pur condannandone le violenze: situazione analoga a quella di Fedez.

Certo, bisognerebbe chiedersi perchè tanto spazio ai “rapper” nel recente intrattenimento televisivo italiano: gli autori e i conduttori credono davvero di star dando voice a una certa parte dell’opinione pubblica? O è solo ricerca affannosa di share? Quello che è sbagliato, sicuramente, è un certo atteggiamento di censoria sufficienza verso talune figure pop, come se non avessero il diritto di esprime certe opinioni solo poichè in apparenza artisticamente frivoli. Salvo poi sorbirsi Benigni -con tutta la stima che personalmente provo per il toscanaccio- per vent’anni, ogni Natale e Pasqua e Primo Maggio.

Il “Ma che ne sa un cantante di politica o di Expo?” non serve a nulla. Se dicono stupidaggini, i suddetti, sta alla politica, o a chi ne sa davvero, smentirli con convinzione, senza però negare il loro diritto a pronunciarle. Se dicono stupidaggini, Gigi D’Alessio o i rapper, la “gente”, molto semplicemente, non li seguirà più. O in fondo in fondo crediamo forse che la gente sia scema?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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De Luca e Renzi: le nuove (o vecchissime) frontiere della disintermediazione

Due cosette sono successe, nella comunicazione politica italiana degli ultimi giorni. Due fenomeni rubricabili alla tanto chiacchierata disintermediazione, ma che tuttavia riproducono metodi vecchissimi.

Primo: Vincenzo De Luca, discusso -per varie motivazioni, sia trascurabili che qui irripetibili- candidato Presidente della Regione Campania per il centrosinistra, rende pubblico il suo numero di cellulare durante una conferenza stampa. “Da oggi sarò raggiungibile […] tramite l’applicazione WhatsApp e seguirò con la massima attenzione tutte le proposte che arriveranno dalle persone comuni [..]”. Un canale di comunicazione che più diretto non si può: quale ebbrezza poter inviare un messaggino direttamente al candidato?
De Luca esaminerà davvero tutte le proposte, risponderà a tutte le questioni e alle particolaristiche richieste di questo o quel favore? Ovviamente no, a meno che non paghi un team di risponditori a ciclo continuo, ma l’idea è riuscita, il messaggio è arrivato: il candidato è vicino e (almeno apparentemente) raggiungibile.

Secondo: Matteo Renzi nel giro di tre giorni particolarmente turbolenti (le ultime due oggi) invia due lettere. La lettera, in sè, è una modalità comunicativa che risale alla notte dei tempi, alle corrispondenze ciceroniane e agli epistolari evangelici: niente di particolarmente innovativo, si direbbe. La prima viene inviata agli ormai mitologici “militanti del Pd”, e viene ripubblicata per intero su La Repubblica. La seconda viene invece diretta oggi al direttore de La Stampa Mario Calabresi, e sullo stesso quotidiano ripubblicata senza commentari o risposte di sorta. La disintermediazione, insomma, non ha sempre bisogno di particolari tecniche comunicative, la disintermediazione si può fare anche in due, invece che da soli: basta che l’intermediario -il media tradizionale- si lasci disintermediare, senza alcun colpo ferire. E la lettera al giornale diventa come un post su Facebook, o un tweet: diretto, efficace, corredata della cifra stilistica e ritmica scelta dal comunicatore.

Quale giudizio sul valore o sulle conseguenze della dinamica appena descritta? É una valutazione che rientra nel campo della speculazione e dell’opinione personale: ognuno si faccia la propria.

Nicolò Scarano (@nicoloscarano)