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Tutto è bene ciò che si unisce civilmente

Sono davvero contento per l’approvazione delle Unioni Civili.

Su questa faccenda sono apparso pubblicamente più a destra del Pd probabilmente, ma in realtà cercavo solo di spiegare ai pasdaran qual era l’unico modo per far passare la legge e perché facendo a cornate non sarebbe invece passato nulla. E allora sì che ci sarebbe stato da disperarsi.

Sì, è per tirarmela: alla fine Renzi ha fatto quello che doveva fare – e che dicevo da qualche settimana che si doveva fare. Prima mandando avanti quella cialtrona e cinica della Cirinnà, e poi risolvendo pragmaticamente la faccenda una volta dimostrato che senza di lui non si va da nessuna parte, almeno con questa maggioranza e questo governo.

Al ribasso? Mah, se pensate che il fatto che NCD abbia votato una legge del genere sia solo il minimo, o addirittura che il PD si sia piegato al volere dei cattofasci, lasciatevelo dire: vi sbagliate di grosso. Tant’è che i cattofasci la legge non l’hanno votata, sono dovuti intervenire vecchi repubblicani e socialisti, che amano la libertà così tanto da usarla spesso per farsi gli affari loro a spese delle istituzioni (vedi: Verdini e amici). E figurarsi se non votavano per l’istituzione di una libertà, approfittandone per entrare nella compagine del governo.

Ma poi pensate davvero che Renzi sia contento di accollarsi pure Verdini al governo? Ma veramente lo pensate? Il ragazzo non è di sinistra, questo lo sappiamo, ma le cose non di sinistra preferisce farle da solo, e non trattarle con questi rottami, abilissimi, dell’era Berlusconi.

Ora dopo il Ministro più efficace della storia, Angelino Alfano, si ritrova anche il Denis, lo scaltrissimo manovratore buono per tutte le stagioni. Insomma, bei cazzi da gestire. Tant’è che sarei pronto a scommettere che l’immediata conseguenza di una vittoria al referendum costituzionale sarebbe una sola: il voto. Ad inizio 2017.

Sarà un anno divertente. Tutto questo per dirvi solo che mortacci vostra m’avete fatto fa’ il piddino per due settimane, m’avete. Ma io vi odio.

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La parabola del Cirinnà

C’avete presento l’effetto elastico?

Tu tiri, tiri, tiri, insisti, ci sei quasi finalmente, prendi le mira e.. poi pam!, ti cede l’avambraccio, hai calcolato male la forza necessaria, non avresti lanciato alla distanza giusta, te ne accorgi troppo tardi, lasci l’elastico dalla mano sbagliata, ruzzoli all’indietro, batti la testa, ti fai male.

Quello che volevi colpire col tuo elastico viene lì e ti leva tutto. O quasi. Mentre ti dà la mano che gli hai supplicato per rialzarti. (Brutta) fine.

(da “La parabola del #Cirinnà”, 2016)

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Unioni Civili: non buttate tutto

Io lo so che dico una cosa antipatica (anche se la dico da qualche settimana), e lo so che è assurdo far saltare le Unioni Civili in toto per un particolare che riguarda pochi casi (una vergogna il M5S, anche se il primo partito a non agevolare – diciamo – il passaggio è stato proprio il Pd)..

Ma la stepchild adoption ha delle zone grigie, e non è stata spiegata in maniera cristallina. Come il legame con la maternità surrogata, che si può negare quanto ci pare – e dire che in Italia è vietato – ma esiste. E sì, esiste anche per gli etero, e anche per loro si dovrà arrivare a capire una volta per tutte se andare verso una liberalizzazione o verso un divieto.

E sebbene sia in generale un compromesso, questa legge, evidentemente in Italia e in questo Parlamento un compromesso ancora non è. E con tutti i bias che ne accompagnano la discussione, si sta invece risolvendo in una forzatura. Che rischia drammaticamente di far fallire tutto. A pagare, coppie e famiglie che già esistono.

Ieri Furfaro su La7 ha definito “vomitevole” la sola possibilità di una mediazione. A me purtroppo sembra molto più stupido, oggi, non provare a trovarla, quella mediazione. E buttare così tutto al vento, il bambino e l’acqua sporca.

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Borsa che crolla: ma i miliardi bruciano davvero?

Molti giornali stanno in questi giorni aprendo con la cosiddetta ‘tempesta’ finanziaria, che si sta in particolare abbattendo sui titoli italiani. Nelle scorse ore Piazza Affari si è guadagnata il titolo di peggior borsa d’Europa, perdendo il 25% solo nei primi 40 giorni del 2016.

Siamo ai minimi dal 2013: sicuramente una situazione a cui prestare molta attenzione. E la ricomparsa in prima pagina di termini come “spread”, “differenziale”, “crollo”, “BTP”, “bond” contribuisce a rievocare brutti ricordi, neanche troppo lontani.

Screen Shot 2016-02-11 at 10.08.49‘Le parole sono importanti’, diceva qualcuno, e nell’epoca della comunicazione pervasiva anche le forme verbali, i pronomi e le congiunzioni assumono un’enorme rilevanza: possono esaltare e spaventare, ma soprattutto fuorviare. C’è un verbo in particolare, utilizzato ad esempio ieri da molte testate compresa La Stampa, che ha titolato: “In 40 giorni bruciati 40 miliardi”. E quel verbo è “bruciare”, forma violenta e definitiva, che evoca uno status fisico da cui è impossibile tornare indietro. Perché se le banconote perse possono essere ritrovate, magari sotto al letto, quelle a cui si dà fuoco sicuramente no.

Solo che, appunto, non è proprio così. Perché i miliardi che vengono “bruciati” in borsa in realtà non esistono. O meglio: esistono, ma solo in prospettiva. Proviamo a spiegarlo in maniera molto semplice. Un’azione viene acquistata in origine ad un dato prezzo, e l’oscillazione di questo viene definita dal mercato, cioè dall’incrocio tra domanda e offerta. Quando si registra un -2% sul prezzo di un’azione, non si è “bruciato” proprio nulla, ma è semplicemente cambiato il suo valore. Nel caso di un segno meno, segnatamente, ci sono più persone disposte a vendere l’azione piuttosto che a comprarla, e l’azione ha perso valore. Un valore che però non è sceso per sempre, ma può essere anche recuperato. Si tratta di fluttuazioni che capitano piuttosto spesso in questi tempi turbolenti: “La volatilità fa parte del gioco .. e stavolta [non come nel 2008] le sue cause sono note”, ha spiegato ieri sul Corriere l’economista finanziario Andrea Beltratti.

Ecco, provate a racchiudere questo concetto in un titolo di giornale. Certo, parlare semplicemente di valori che salgono e scendono, senza l’ausilio di un finale sensazionale, è possibile, ma non prevederebbe alcun titolo ad effetto. Nemmeno lontanamente scenografico quanto può essere l’immagine di una valanga di miliardi che brucia.

Utilizzare espressioni forti, invece, aiuta anche a dare fisicità ad una storia che sembra svolgersi lontanissimo da noi e dalla realtà che viviamo ogni giorno.

Quella del denaro contante, che si perde davvero, e a cui volendo si può dare anche fuoco, come fa Chris McCandless nel celebre film Into the Wild. L’avversione diffusa e indiscriminata per chi si trova a maneggiare denaro poi la conoscete già, e comunque, è un’altra storia.

Articolo a pag.11 de L’Unità dell’11/02/16

Nicolò Scarano e Massimiliano Pennone

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Cinesi e primarie: fotografarne uno, denunciarne cento

12670157_10208983655967522_6707524870464341099_nAbbiamo passato il weekend ad indignarci per la quantità di cinesi in fila alle primarie di Milano. Li abbiamo fotografati, ripresi e mostrati nei TG e sui siti Internet. Abbiamo visto proliferare i fotomontaggi e i meme sui social, le ironie e le imitazioni, il Che dell’ultima t-shirt di Sala trasfigurato in Mao Tse Tung. E, se tenevamo alla Balzani o Majorino, un po’ ce la siamo presi anche con loro quando abbiamo visto Sala esultare al Teatro Elfo Puccini.

Domenica sera poi, i numeri ufficiali: la partecipazione dei cittadini stranieri è stata intorno al 3%. Su 60.900 votanti, più o meno 2000. La logica ci suggerisce che, fra questi, i cinesi saranno stati magari la maggioranza, ma di sicuro non la totalità. Insomma pochi, pochissimi. Sicuramente non abbastanza da riuscire a spostare il risultato in maniera significativa, visto e considerato anche il dispiegamento di forze in campo e la poco saggia idea di proporre come alternative all’ex-manager di Expo ben due scelte invece che una.

Dov’è scattato il blackout? Le immagini dei cinesi davanti alle urne ci hanno fatto sicuramente impressione perché, ammettiamolo, non siamo ancora abituati a vederli votare. Eppure, gli stranieri residenti in Italia sono ormai quasi cinque milioni (4.922.000): che partecipino ad un esercizio democratico esattamente come facciamo noi, insomma, dovrebbe iniziare a parere normale. Anzi, quale migliore controprova di integrazione che vederli discutere fuori una sezione del PD?

Ma per chi a Milano non c’era, e magari ha visto solo quelle foto e quei video con i giornalisti alla ricerca dello scandalo, sembra proprio che nelle sezioni ci fossero andati appunto solo cinesi: riprenderne 1 per farne sembrare 100. Un bias dell’ancoraggio bello e buono, quello dove il nostro punto di riferimento per l’elaborazione di una stima è il numero di elementi immortalato solo in qualche immagine. Come ad esempio quella twittata dal grillino Toninelli, retaggio estivo raffigurante decine di cinesi in fila a maniche corte (il 6 febbraio?). Un bias per il quale le reali proporzioni del fenomeno, a gioco fatto, contano poco o nulla.

Eppure i numeri, come anticipato, raccontano un’altra storia. Soprattutto se si va a vedere il totale dei cittadini stranieri residenti a Milano: 248.304, circa il 18% (dati Istat, 2015). Con un semplice calcolo, viene fuori che alle primarie ci è andato meno dell’1% di quelli che potevano farlo. Nello specifico, alle 18:30 di domenica pomeriggio, nei seggi di via Sarpi, via Giusti, via Procaccini e piazza Gramsci (quelli della “Chinatown” milanese) erano andati a votare soltanto 87 “non italiani” su 1168. Altro che “voto deciso dai cinesi”, come propagandato da Grillo e Salvini: gli stranieri alle primarie sono stati anche troppo pochi.

In ogni caso, una storia vecchia e già sentita. Basti ricordare i cinesi di La Spezia o il “caso Rom” nella Capitale, quando al posto di Beppe Sala c’era Ignazio Marino. Tutte storie che hanno in comune – non guasta mai ricordarlo – il fatto che queste persone hanno comunque il sacrosanto diritto di votare quello che gli pare. Con la consapevolezza che se il voto organizzato fosse un delitto, sarebbe stato condannato almeno un italiano su due vissuto dal dopoguerra in poi. E infine che, oltre al bias dell’ancoraggio, si sente anche un po’ di quella puzza propria della voglia di escludere chi è diverso da noi: sarebbe un peccato.

Articolo pubblicato su L’Unità del 09.02.2015

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Stare male (per la politica)

Comunque qualche tempo fa stavo male per le vicende politiche. Ci rimanevo proprio di merda. Mi disperavo. Poche volte, gioivo. Per questa roba di Milano mi sarei tipo lacerato dentro, nonostante non sia la mia città. Avrei salutato l’esordio del Partito della Nazione con fare piangente e forse definitivo.

Invece è da un po’ che provo un sereno distacco, spesso annoiato devo ammettere. È come guardare un filmetto, con qualche – pochissime, per la verità – star a ravvivare l’ambiente. A volte giro sulle serie americane e mi divertono di più.

Non lo so se è una cosa bella, tendo a credere che sia più una cosa brutta. Ma in fondo che male può fare, un Beppe Sala in più o un Beppe Sala in meno? Boh, chissà.

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Affittopoli si celebra ogni febbraio

Screenshot 2016-02-06 at 10.40.32Si chiama hanami la tradizionale festa giapponese che si ripete ogni anno in occasione della fioritura dei ciliegi. In quel periodo si può godere della vista e del profumo degli alberelli ricchi di delicati fiori bianchi, detti sakura: uno spettacolo meraviglioso. La celebrazione dell’hanami non ha una data precisa, ma arriva intorno ai primi giorni di aprile, come a voler definitivamente inaugurare la primavera. Ebbene, anche i giornali italiani hanno da almeno un paio d’anni una loro hanami, una festa di indignazione comandata per ogni inizio di febbraio. Affittopoli.

Nel febbraio 2014 impazza la notizia che la Corte dei Conti ha aperto un’indagine sulle case degli Istituti pubblici di assistenza e beneficenza di epoca fascista, chiedendo ai super indebitati proprietari di oltre mille appartamenti i libri contabili e gli elenchi degli immobili. Un anno dopo, nel febbraio 2015, si scopre invece non solo che il Comune di Roma è proprietario di 571 immobili con affitti bloccati da 15 anni, ma che questi sono soggetti a un’evasione annua di 8 milioni l’anno, nonostante i canoni ridicoli. Marino “mette la task force” e il caso svanisce in pochi giorni. Ed eccoci arrivati al febbraio 2016: le case pare siano diventate ben novemila, tutte occupate da abusivi che pagano una quota – il più delle volte misera – per evitare lo sfratto. Altra task force, questa volta del commissario Tronca, con tanto di polemicuccia dell’ex-sindaco e campagna elettorale sullo sfondo. Se poi usciamo dalle mura aureliane e andiamo al 2011 – sempre in febbraio -, ecco un’altra Affittopoli, stavolta a Milano.

Laddove l’hanami si verifica in quel preciso periodo dell’anno per motivi esclusivamente naturali, lo ‘scandalo comandato’ degli affitti sembra coincidere sempre di questi tempi non per spirito carnevalesco, quanto piuttosto per mere tecnicalità amministrative. Entro il 31 gennaio, infatti, ogni Comune deve approvare il consuntivo del bilancio dell’anno passato, ed è proprio in questi giorni, in consueto ritardo, che gli uffici tecnici stanno “facendo i conti”, cioé il riaccertamento dei residui attivi e passivi. Da cui spuntano magagne di ogni tipo, affitti compresi: e via che riparte, come ogni anno, il fenomeno mediatico.

Ora, l’indignazione è più che giustificata, ed è normale che, venuto fuori lo scempio, vi siano paginate dedicate. Come si suol dire, la magistratura – o chi per lei – farà il suo corso. Ma raccontare lo scandalo e indignarsi a scadenze fisse è solo la prima parte del lavoro che i giornalisti devono fare. Invece pare che i nostri watchdog, finito l’effetto talk show, preferiscano “posare la penna” fino al febbraio dell’anno successivo. “Passàta a festa, passòt’u sàntu”, insomma, e nessuno si preoccupa di andare a controllare – a distanza di qualche settimana o mese – che cosa è stato fatto e cosa no. Se quegli scandalosi affitti a prezzo stracciato resistono, o se sono stati finalmente normalizzati. Teoricamente, il compito dei media è proprio assicurarsi che ciò avvenga. Vi faremo sapere per Pasqua, quella sì che è una vera festa comandata.

Articolo pubblicato su L’Unità del 06.02.2016

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La politica degli altri? “Non al momento disponibile”

Articolo pubblicato su L’Unità del 04/02/16

Esiste un vizio che affligge in primis la sinistra, un vizio che si manifesta soprattutto quando le soddisfazioni casalinghe mancano da un po’. Ed è quella tendenza a girare lo sguardo altrove, all’estero, per cercare un conforto, un rimedio, o almeno un po’ d’ispirazione. Non serve andare troppo lontano nel tempo per trovare un esempio: basti pensare a quando nel 2012, in Francia, François Hollande mise fine a 17 anni di digiuno socialista dalla carica presidenziale, battendo Nicolas Sarkozy. Divenne subito il riferimento ideologico di una gauche nostrana, che purtroppo non ebbe la stessa fortuna l’anno dopo. Fu poi il turno del greco Alexis Tsipras, domatore di una sinistra ancora più fratta e settaria della nostra,  che riuscì a scaldare i cuori dei revanchisti di casa fino al trionfo elettorale. E lo stesso è successo, poche settimane fa, con Podemos e l’osannato Pablo Iglesias, che ora potrebbe compartecipare a un governo di coalizione con i socialisti di Sanchez. Anche a destra non mancano tentativi di sfacciata imitazione: non è un caso che i Conservatori e Riformisti dello scissionista Raffaele Fitto riportino colori, simboli e diciture dei Conservatives, freschi di conferma al governo del Regno Unito.

Lunedì notte è partito il circo delle primarie statunitensi, che determineranno le nomination presidenziali. E il gioco si va ripresentando come sempre simile a sé stesso: Hillary Clinton piace più ai renziani, Bernie Sanders a veterocomunisti e velleitari, Donald Trump è il loro Berlusconi, Marco Rubio chissà. Con poca attenzione, mischiamo le carte e confondiamo i piani. Prendiamo le loro consultazioni e le paragoniamo alle nostre, come se fossero analoghe e non regolate da meccanismi completamente diversi (e meglio funzionanti, va detto). Siamo addirittura riusciti a questionare su una leadership election interna al Labour Party britannico, svoltasi con dinamiche a noi sconosciute, che ha incoronato a settembre Jeremy Corbyn.

No, non si tratta propriamente di esotismo, ma di un errore sistematico della nostra mente. Interpretare la politica di un altro paese costa tempo e fatica, soprattutto se di politica capiamo poco o niente: manipolare ad esempio i concetti di caucus e di delegates significa andarsi a spulciare la storia di una Nazione enorme, seguirsi i dibattiti nel cuore della notte, cercare di comprendere una cultura per certi versi molto diversa dalla nostra. Molto più facile è invece ricondurre il tutto alla categoria più disponibile in memoria: le nostre primarie, campagne elettorali e categorie politiche diventano così metro universale di giudizio per interpretare tutto quello che succede da qui all’altra parte del mondo. Il perché è semplice: ce li abbiamo davanti ogni giorno, anche troppo spesso, ed è più facile che ci tornino in mente quando dobbiamo dare un giudizio su qualcosa che non conosciamo. L’errore si chiama sì “bias della disponibilità”, ma stavolta la politica degli altri potrebbe rispondere con un “Non al momento disponibile”. A farsi tirare per la giacchetta.

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@Penn0ne
@nicoloscarano

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Il dibatto in ostaggio (e mai compiuto): ‪unioni civili‬, stepchild adoption e ‪Family Day‬

Ci ho pensato molto prima di scrivere questo post. Giorni, direi. Più di una settimana, ecco. Ieri c’è stato #SvegliaItalia, manifestazione a cui purtroppo non ho potuto partecipare, e allora metto giù ciò che mi ha dato da pensare del dibattito ancora in corso. Premetto, così da pulire il “campo dialettico”: sono a favore di unioni (e matrimoni) civili per le coppie omosessuali, e sono anche a favore dell’adozione di bambini da parte di quest’ultime.

Mi spaventa invece molto la pratica della surrogazione di maternità, più comunemente (e violentemente) nota come “utero in affitto”. E visto che ci siamo, spiego anche perché (che poi mi pare sia una cosa che abbiano fatto troppe poche persone, lo spiegare i perché). Molto semplicemente: la surrogazione di maternità è a mio personalissimo avviso una pratica che va ad anteporre un desiderio – fortissimo, legittimo, ingiudicabile – dell’adulto, ossia dell’eventuale genitore, al diritto dei più deboli, cioè i bambini (quelli già nati quelli che nasceranno, quelli che nascerebbero). È l’affermazione artificiale di un diritto, il “diritto alla genitorialità” naturale. O altresì alla “genitorialità genetica”, in quanto prevede, diversamente da come sarebbe per una semplice adozione, che il figlio abbia (almeno in parte) gli stessi geni del genitore che ricorre alla maternità surrogata.

Ecco, il “diritto alla genitorialità” a mio avviso non esiste, è una libertà (degli adulti, non dei minori) che di fatto esclude bambini rimasti senza genitori naturali a poterne avere altri che lo amino come quei genitori, o ancora di più. E che apre a scenari potenzialmente inquietanti, come la selezione preventiva delle caratteristiche (fisiche?) che il bambino nato tramite maternità surrogata dovrà avere: non è esagerazione, non è macabro volo pindarico, non è complottismo. Negli Stati Uniti già accade: avete presente il caso della bambina di colore nata da una coppia omosessuale di donne bianche, che hanno poi fatto ricorso al centro di inseminazione artificiale? Sì, si trattava di inseminazione artificiale in quel caso, ma è un esempio perfetto per spiegare ciò che intendo. C’è famiglia dove c’è amore, insomma, amore di qualsiasi “tipo” come ci ripetiamo da anni. Non dove c’è il gene. È anzi in molte famiglie con i geni “a posto”, che troppo spesso l’amore manca, ma questa è un’altra storia.

Bene, che c’entra la surrogazione di maternità con la discussione riguardante il Cirinnà, dato che pur a seguito dell’approvazione del ddl essa rimarrebbe illegale in Italia? Ebbene, c’entra. Ce lo fa notare ad esempio Elisa Calessi sabato scorso commentando un’intervista di Casadio al senatore del Pd Sergio Lo Giudice (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10207045784717556&set=a.10201058609361914.1073741825.1068467012&type=3&theater), che con la stepchild potrebbe finalmente adottare il figlio del suo attuale compagno, nato proprio grazie alla maternità surrogata. È una questione veramente delicata, e lungi da me mettere bocca nel caso specifico. Anzi, spero proprio che il bambino starà non bene, ma benissimo, e da tutti i punti di vista, così come i genitori. Tuttavia la questione è che la stepchild adoption permette che si faccia uso della maternità surrogata: è un fatto. E la permette solo a chi può andare all’estero a pagarsela, d’altronde: per i sinistri come me, ci sarebbe anche un problema d’equità. E va bene che riguarderebbe un numero ridottissimo di casi, certo, ma questo – quando si parla di diritti individuali – non conta.

Ora, è su questo punto che il dibattito prende una piega decisamente problematica, e viene di fatto preso in ostaggio sia da chi sostiene le unioni civili sia da chi ha qualche dubbio in merito. Tutto parte dalle rimostranze di alcuni senatori del Pd, una quarantina, che poi hanno presentato un emendamento al ddl Cirinnà che puntasse a ‘risolvere’ la questione (su cui torno dopo). Ancora prima che l’emendamento fosse presentato, il cielo si è aperto, e ha liberato un profluvio di improperi nei confronti della pattuglia guidata da Lepri, Fattorini, Russo. Improperi anche – secondo l’opinione di chi scrive – piuttosto inappropriati: luridi, (clerico)fascisti, razzisti. L’enorme parte dell’opinione pubblica che sostiene la necessità delle unioni civili (come ampiamente dimostrato ieri dalle bellissime piazze di tutta Italia) ha reagito come se fossero le stesse unioni civili, se non proprio il rispetto per l’amore omosessuale, ad essere in pericolo sia in Parlamento che nella società.

Semplicemente, non è così: le unioni civili avranno finalmente i voti che servono, al Senato, mercoledì, e il consenso per la loro approvazione è giustamente abbacinante in tutto il Paese. Ma la stigmatizzazione continua di chi ha osato esprimere una ragionata perplessità, abbinata allo schifo autorizzato e politicamente corretto rivolto verso coloro che parteciperanno al Family Day di sabato prossimo – nell’ordine “puttanieri, cornuti, sottomesse, minori palpati e mentalmente traviati” – no, non è stato un bello spettacolo (e di come il moralismo antibigotto faccia più male che bene, ho già scritto qualcosa, al tempo del Family Day del maggio scorso:http://www.mediabias.it/la-retorica-anti-familyday-ha-qual…/). E in ogni caso, no, non si parla di “discriminazione razziale”: gli omosessuali non sono una “razza”. Aggiungiamo a questo il modo in cui Sarri, allenatore del Napoli, è stato mediaticamente lapidato: una bruttissima uscita, certo, ma anche una drammatizzazione francamente esagerata di uno scambio volgare su un campo di pallone. Un conformismo – nelle condanne e negli endorsement – un po’ violento e troppo netto, a dirla tutta, che mi ha personalmente messo in un sottile disagio.

Dall’altra parte, la ‘soluzione’ offerta dai senatori del PD con l’emendamento al Cirinnà non ha aiutato: dai 6 ai 12 anni di carcere per chi usufruisce della maternità surrogata nel modo che ho esemplificato prima. Pura follia. Una sanzione che, oltre a dare ragione a chi pensa che le questioni, soprattutto quelle etiche, si risolvano col carcere (sì, Medioevo), negherebbe a un bambino il suo genitore e a un adulto il suo partner: atroce. Poi, non si può negare, ci sono quelli che approfittano di questo stallo per mandare a monte tutto il percorso già fatto per quanto riguarda le unioni civili. E, ancora, non c’è dubbio che nella manifestazione del Family Day vi siano ancora dei tratti di omofobia preoccupante, che – non concependo un amore diverso da quello “tradizionale”, mirano proprio alla base dei diritti degli omosessuali, e quindi delle unioni civili in sé: ormai una minoranza estrema.

Ecco, in sintesi, e parlo più a quelli del campo che sento più il mio, io inviterei tutti a stare un pochino più attenti, e a non trasformare anche questo in un affare puramente ideologico del tipo gay sì/gay no: si entrerebbe nel campo dei retrogradi. Delle questioni come la stepchild, invece, parliamone: noi possiamo, ma non lo abbiamo fatto, accusando a priori – e spesso erroneamente – gli altri di voler cancellare tutto, unioni civili comprese. Ma trincerarsi dietro un “Perché volete negare delle libertà, maledetti cattofascisti?”, come se le libertà fossero tutti uguali (e come se chi non avesse risposte automatiche o “in linea” su alcuni punti fosse necessariamente un razzista/fascista), di problemi non ne risolve neanche uno. Che le posizioni di alcuni siano ancora molto arretrate, invece, non è un mistero. Per favore, non trasformiamo una lotta per la libertà di essere diversi in una pretesa che siano già tutti uguali (e d’accordo con noi): è forse l’unico ostaggio da cui ci si può liberare da soli.

PS. Roberto Galante mi fa notare: “È già possibile per gli italiani andare all’estero per usufruire della cosiddetta maternità surrogata, tornare in patria e farsi riconoscere il figlio. È possibile per le coppie sposate, ed è possibile da decenni. Posto che posso ritenere ragionevole che per alcuni questa pratica sia inaccettabile, mi sfugge del perché diventi un abominio da vietare solo ora”.
Provo a rispondere.
Sicuramente che la questione si sia posta ha fatto cascare qualcuno dal pero: “Ops, la maternità surrogata si può fare già!”. E questo ha svelato un pregiudizio di quacuno nei confronti degli omosessuali, probabilmente.
Ora però, e lo so che la questione è delicata ma bisogna esplicitarla: qual è l’unico modo con cui le coppie omosessuali possono riprodursi? Per le donne l’inseminazione artificiale (ma con lo sperma di chi? si ripropone lo stesso problema, anche se la gestazione è “a carico” della donna), per gli uomini la maternità surrogata. Quanti sono gli uomini divorziati a cui viene affidato il figlio (o vedovi) e che poi si uniscono con un altro uomo, rendendo necessaria la stepchild adoption da parte di quest’ultimo? Non so, magari tanti, ma insomma..
La questione si pone dunque per forza di cose più ‘lampante’ quando si tratta di istituire (finalmente) le unioni per i gay: è così che cerco di comprendere il perché si arrivi tardi a una cosa del genere. Questo non vuol dire che sia giusto così.
La questione si pone anche per le coppie eterosessuali che per qualche motivo non possono avere figli. Anche in quel caso questi metodi sono sbagliati, o per loro va bene così? E se per loro va bene così, in quanto “naturalmente” impossibilitati a riprodursi, perché non va bene anche per gli omosessuali? Vedete quant’è delicata, profonda e crudele la questione del “diritto alla genitorialità”?
Per il resto, io non ho una soluzione su come contrastare la maternità surrogata, sempre che debba essere ‘contrastata’. Non so come si possa evitare che persone così desiderose di avere figli coi loro geni non vadano più all’estero a ricorrere alla scienza. Non credo in sanzioni di alcun tipo, in questo caso. Forse bisogna accettarlo e basta, mi sa.

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Banche, nessun remake della “Tempesta perfetta” del 2011

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La tempesta perfetta è il titolo di un film del 2000, protagonista un impavido George Clooney, che affronta, a bordo del suo peschereccio, mille peripezie in condizioni metereologiche orribili. Un’intera nottata a combattere contro onde gigantesche, vento e freddo, l’illusione della salvezza quando si intravede il sole all’orizzonte, infine l’onda micidiale che affonda la barca e i suoi occupanti. Effetti speciali, qualche nomination agli Oscar, finale tragico. Un film la cui parte più emozionante non è la conclusione ma quella centrale. Non la tempesta ma la sua attesa: in un climax crescente, la descrizione delle maree, dei nuvoloni neri in avvicinamento, delle paure dell’equipaggio, monopolizza l’attenzione anche più del bel capitano. La vera e ossessionante protagonista dell’intera narrazione: la tempesta perfetta, appunto.

Così in questi giorni il circuito mediatico attende l’inevitabile tempesta. Le banche e l’Europa, l’Europa e le banche. Le pigre redazioni dei giornali non hanno che da tornare alla trama di un film già visto, anno 2011, titolo “La crisi che verrà”: con la speculazione, l’attacco agli istituti di credito, il panico che cresce con passo lento ma inesorabile, il complotto dei tecnocrati. Il premier di turno che fugge, braccato dalle responsabilità più scabrose, cui non è in grado di far fronte.

Solo che dell’epico kolossal che vide concludersi (o quasi) il quasi-ventennio berlusconiano con l’arrivo di Mario Monti a capo del governo, oggi non c’è proprio niente, salvo che una ben diversa discussione aperta con l’Europa (o meglio, con qualche già poco simpatico tecnocrate della Commissione Europea), e alcune situazioni bancarie a rischio, da risolvere una volta per tutte con “fusioni, aggregazioni, acquisti”, come ha detto Renzi giovedì al Sole 24ore.

Bastano un paio di dati numerici per passare dai film alla realtà. Tanto per cominciare, il valore dello spread, che – come è arcinoto – descrive la differenza del valore fra i titoli di stato tedeschi (presi a riferimento in tutta Europa come indice di stabilità) e quelli italiani. Da gennaio 2011 in poi lo spread aveva avuto un’impressionante impennata, passando da 173 ai 558 punti del 9 novembre 2011, tre giorni prima che Berlusconi salisse al Colle. Oggi lo spread è fisso a 111 punti, e non sale più. Secondo: la percentuale deficit/PIL, ossia l’ammontare della nostra spesa pubblica rispetto al nostro prodotto interno, che nel 2011 era -3,50, quest’anno è stato dello -0,4%. A prescindere dall’opinione che si ha della “regoletta del 3%”, possiamo dire di essere nella stessa condizione?

Passando poi a considerazioni più “qualitative”, il governo Renzi è ad oggi di gran lunga il più stabile del continente, se consideriamo le difficoltà interne della Merkel e di Hollande, la situazione di stallo post-elettorale in Spagna. Il 23 Ottobre 2011 Merkel e Sarkozy si scambiavano in diretta mondiale la famosa “risatina”, ieri il freddo tecnocrate Djisselbloemm – Presidente dell’Eurogruppo che aveva cassato a luglio le speranze greche – ha dichiarato: “Tifo per Renzi”. Accompagnato da un Juncker che ha declassato le tensioni dei giorni scorsi a “scambi maschi e virili”. La condizione è talmente diversa che il premier italiano può permettersi addirittura di sferzare l’UE: “Non ne azzecca una”. Siamo insomma nella condizione di girare un remake del film di Petersen? No, non ci sono indizi per farci pensare che la barca dell’Italia si rovescerà come il peschereccio di Clooney.

Ma per i media è molto più semplice e comodo ‘ricicciare’ il vecchio, cercando di adattarlo al presente, quasi sperando che almeno qualche tragica condizione si ripresenti invariata, così da continuare la serie di grande successo. E’ un vizio di pigrizia, che risente dell’effetto di un gigantesco bias della rappresentatività. Quello che ci fa associare pochi e approssimativi indizi ad un “già visto”, anche se ha poco a che fare con ciò che si sta verificando nella realtà. E’ così che una qualsiasi parolina di troppo con l’Europa, combinata con un sommovimento creditizio – che in questo caso interessa Mps e poco più, non il ‘sistema’ – riporta la nostra mente stanca al disastro di qualche anno fa. Ma con la pigrizia non si fa informazione.

Articolo pubblicato su L’Unità del 23.01.2016