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Banche, nessun remake della “Tempesta perfetta” del 2011

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La tempesta perfetta è il titolo di un film del 2000, protagonista un impavido George Clooney, che affronta, a bordo del suo peschereccio, mille peripezie in condizioni metereologiche orribili. Un’intera nottata a combattere contro onde gigantesche, vento e freddo, l’illusione della salvezza quando si intravede il sole all’orizzonte, infine l’onda micidiale che affonda la barca e i suoi occupanti. Effetti speciali, qualche nomination agli Oscar, finale tragico. Un film la cui parte più emozionante non è la conclusione ma quella centrale. Non la tempesta ma la sua attesa: in un climax crescente, la descrizione delle maree, dei nuvoloni neri in avvicinamento, delle paure dell’equipaggio, monopolizza l’attenzione anche più del bel capitano. La vera e ossessionante protagonista dell’intera narrazione: la tempesta perfetta, appunto.

Così in questi giorni il circuito mediatico attende l’inevitabile tempesta. Le banche e l’Europa, l’Europa e le banche. Le pigre redazioni dei giornali non hanno che da tornare alla trama di un film già visto, anno 2011, titolo “La crisi che verrà”: con la speculazione, l’attacco agli istituti di credito, il panico che cresce con passo lento ma inesorabile, il complotto dei tecnocrati. Il premier di turno che fugge, braccato dalle responsabilità più scabrose, cui non è in grado di far fronte.

Solo che dell’epico kolossal che vide concludersi (o quasi) il quasi-ventennio berlusconiano con l’arrivo di Mario Monti a capo del governo, oggi non c’è proprio niente, salvo che una ben diversa discussione aperta con l’Europa (o meglio, con qualche già poco simpatico tecnocrate della Commissione Europea), e alcune situazioni bancarie a rischio, da risolvere una volta per tutte con “fusioni, aggregazioni, acquisti”, come ha detto Renzi giovedì al Sole 24ore.

Bastano un paio di dati numerici per passare dai film alla realtà. Tanto per cominciare, il valore dello spread, che – come è arcinoto – descrive la differenza del valore fra i titoli di stato tedeschi (presi a riferimento in tutta Europa come indice di stabilità) e quelli italiani. Da gennaio 2011 in poi lo spread aveva avuto un’impressionante impennata, passando da 173 ai 558 punti del 9 novembre 2011, tre giorni prima che Berlusconi salisse al Colle. Oggi lo spread è fisso a 111 punti, e non sale più. Secondo: la percentuale deficit/PIL, ossia l’ammontare della nostra spesa pubblica rispetto al nostro prodotto interno, che nel 2011 era -3,50, quest’anno è stato dello -0,4%. A prescindere dall’opinione che si ha della “regoletta del 3%”, possiamo dire di essere nella stessa condizione?

Passando poi a considerazioni più “qualitative”, il governo Renzi è ad oggi di gran lunga il più stabile del continente, se consideriamo le difficoltà interne della Merkel e di Hollande, la situazione di stallo post-elettorale in Spagna. Il 23 Ottobre 2011 Merkel e Sarkozy si scambiavano in diretta mondiale la famosa “risatina”, ieri il freddo tecnocrate Djisselbloemm – Presidente dell’Eurogruppo che aveva cassato a luglio le speranze greche – ha dichiarato: “Tifo per Renzi”. Accompagnato da un Juncker che ha declassato le tensioni dei giorni scorsi a “scambi maschi e virili”. La condizione è talmente diversa che il premier italiano può permettersi addirittura di sferzare l’UE: “Non ne azzecca una”. Siamo insomma nella condizione di girare un remake del film di Petersen? No, non ci sono indizi per farci pensare che la barca dell’Italia si rovescerà come il peschereccio di Clooney.

Ma per i media è molto più semplice e comodo ‘ricicciare’ il vecchio, cercando di adattarlo al presente, quasi sperando che almeno qualche tragica condizione si ripresenti invariata, così da continuare la serie di grande successo. E’ un vizio di pigrizia, che risente dell’effetto di un gigantesco bias della rappresentatività. Quello che ci fa associare pochi e approssimativi indizi ad un “già visto”, anche se ha poco a che fare con ciò che si sta verificando nella realtà. E’ così che una qualsiasi parolina di troppo con l’Europa, combinata con un sommovimento creditizio – che in questo caso interessa Mps e poco più, non il ‘sistema’ – riporta la nostra mente stanca al disastro di qualche anno fa. Ma con la pigrizia non si fa informazione.

Articolo pubblicato su L’Unità del 23.01.2016

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