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Cinesi e primarie: fotografarne uno, denunciarne cento

12670157_10208983655967522_6707524870464341099_nAbbiamo passato il weekend ad indignarci per la quantità di cinesi in fila alle primarie di Milano. Li abbiamo fotografati, ripresi e mostrati nei TG e sui siti Internet. Abbiamo visto proliferare i fotomontaggi e i meme sui social, le ironie e le imitazioni, il Che dell’ultima t-shirt di Sala trasfigurato in Mao Tse Tung. E, se tenevamo alla Balzani o Majorino, un po’ ce la siamo presi anche con loro quando abbiamo visto Sala esultare al Teatro Elfo Puccini.

Domenica sera poi, i numeri ufficiali: la partecipazione dei cittadini stranieri è stata intorno al 3%. Su 60.900 votanti, più o meno 2000. La logica ci suggerisce che, fra questi, i cinesi saranno stati magari la maggioranza, ma di sicuro non la totalità. Insomma pochi, pochissimi. Sicuramente non abbastanza da riuscire a spostare il risultato in maniera significativa, visto e considerato anche il dispiegamento di forze in campo e la poco saggia idea di proporre come alternative all’ex-manager di Expo ben due scelte invece che una.

Dov’è scattato il blackout? Le immagini dei cinesi davanti alle urne ci hanno fatto sicuramente impressione perché, ammettiamolo, non siamo ancora abituati a vederli votare. Eppure, gli stranieri residenti in Italia sono ormai quasi cinque milioni (4.922.000): che partecipino ad un esercizio democratico esattamente come facciamo noi, insomma, dovrebbe iniziare a parere normale. Anzi, quale migliore controprova di integrazione che vederli discutere fuori una sezione del PD?

Ma per chi a Milano non c’era, e magari ha visto solo quelle foto e quei video con i giornalisti alla ricerca dello scandalo, sembra proprio che nelle sezioni ci fossero andati appunto solo cinesi: riprenderne 1 per farne sembrare 100. Un bias dell’ancoraggio bello e buono, quello dove il nostro punto di riferimento per l’elaborazione di una stima è il numero di elementi immortalato solo in qualche immagine. Come ad esempio quella twittata dal grillino Toninelli, retaggio estivo raffigurante decine di cinesi in fila a maniche corte (il 6 febbraio?). Un bias per il quale le reali proporzioni del fenomeno, a gioco fatto, contano poco o nulla.

Eppure i numeri, come anticipato, raccontano un’altra storia. Soprattutto se si va a vedere il totale dei cittadini stranieri residenti a Milano: 248.304, circa il 18% (dati Istat, 2015). Con un semplice calcolo, viene fuori che alle primarie ci è andato meno dell’1% di quelli che potevano farlo. Nello specifico, alle 18:30 di domenica pomeriggio, nei seggi di via Sarpi, via Giusti, via Procaccini e piazza Gramsci (quelli della “Chinatown” milanese) erano andati a votare soltanto 87 “non italiani” su 1168. Altro che “voto deciso dai cinesi”, come propagandato da Grillo e Salvini: gli stranieri alle primarie sono stati anche troppo pochi.

In ogni caso, una storia vecchia e già sentita. Basti ricordare i cinesi di La Spezia o il “caso Rom” nella Capitale, quando al posto di Beppe Sala c’era Ignazio Marino. Tutte storie che hanno in comune – non guasta mai ricordarlo – il fatto che queste persone hanno comunque il sacrosanto diritto di votare quello che gli pare. Con la consapevolezza che se il voto organizzato fosse un delitto, sarebbe stato condannato almeno un italiano su due vissuto dal dopoguerra in poi. E infine che, oltre al bias dell’ancoraggio, si sente anche un po’ di quella puzza propria della voglia di escludere chi è diverso da noi: sarebbe un peccato.

Articolo pubblicato su L’Unità del 09.02.2015

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