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Panama Papers

No, Panama Papers non è un altro 2008. Perché non dà l’impressione di essere un qualcosa che cambia la vita di tutti nel giro di qualche mese. E pertanto non avrà lo stesso effetto devastante che la crisi ha avuto sulle elezioni presidenziali americane del 2008, premiando un tribuno afroamericano di nome Barry.

Ma magari una spintarella a un certo socialista ebreo del Vermont la dà. Per non parlare di Nostro Modello David Cameron. In quest’ultimo caso, giù dal burrone.

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Lasciateli andare

Guardate quanto ci guadagnano, all’anno, in miliardi, i paesi che stanno avendo le evoluzioni politiche più razziste, xenofobe, illiberali, conservatrici, tendenti al fascismo, irrispettose dei diritti umani non solo dei migranti ma anche dei loro stessi cittadini. Guardate quanto ci guadagnano, a stare in Europa. Forse bisognerebbe lasciarli andare, sì. Mi sfiora potente il pensiero. O distruggeranno l’UE dall’interno (processo già avviatissimo, tra l’altro).

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Tarragona

Sugli autobus spensierati dei ragazzi in Erasmus, come su quelli più avventurieri che scalano pendici su cui accamparsi, o su quelli da Liverpool Street fino a Loughborough Junction nelle notti affaticate e londinesi. C’ero pur io su quegli autobus, potevo esserci anch’io su Quell’autobus: il pensiero più provinciale ed autoriferito che possa venirti in mente, eppure il più naturale. “Non è giusto”, piangevo da bambino quando papà, in una delle tante traversate dalla Puglia fin su e vicerversa, mise sotto per sbaglio un cucciolo di cane nato in una stazione di servizio. “Non è giusto”, è l’unica cosa che riesco a dire ora.

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Salvini alza il fronte contro Berlusconi: perché?

Salvini rompe con Berlusconi in diverse città. Quale l’obiettivo nel medio-lungo termine?

Matteo Salvini rompe con Silvio Berlusconi ormai in molte città. L’ultima è Torino, dove candida il notaio Morano, ma ieri a Roma si è candidata anche il peso massimo Giorgia Meloni. Perché? Il motivo è semplice, finanche comprensibile: il leader del Carroccio vuole far valere la sua golden share sul futuro del centrodestra a livello nazionale, in un momento in cui pare che Forza Italia invece faccia finta che questo diverso peso elettorale e politico ancora non ci sia. E invece la Lega è sopra nei sondaggi ormai da mesi, il suo capo una figura di una popolarità stabile anche se non più in crescita.

Berlusconi invece crede di poter imporre ancora i suoi candidati senza colpo ferire, credendoli – spesso a ragione – migliori, più affidabili, più presentabili. Sembra non aver compreso – ma un doveroso rispetto della fine intelligenza politica dell’uomo ci suggerirebbe di credere il contrario -che Salvini è disposto al “tanto peggio tanto meglio” ora, pur di imporre la sua “dottrina” nel medio-lungo termine. Soprattutto in una fase tripolare caratterizzata dal protagonismo a Cinque Stelle. Esattamente sulla stessa rotta anti-establishment della destra europea e – novità assoluta – americana, come stiamo venendo con Donald Trump.

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Salvini e Berlusconi

Notare bene: quella dell’autolesionismo all’interno di uno schieramento tradizionale (di centrodestra, o centrosinistra) è una dinamica tipicamente de sinistra. Infatti la Lega, che comunque ha una tradizione più che decennale di alleanza col berlusconismo, rimane legata a Forza Italia nelle situazioni locali dove il piatto è ricco e, soprattutto, aggiudicabile. Come a Milano, dove Parisi sembra poter competere alla pari con Beppe Sala.

Un’eccezione che conferma la tendenza, tuttavia: Salvini vuole incarnare la prossima destra-centro italiana. Molto più destra che centro. E se gli riescono queste elaborate acrobazie elettorali, potrebbe essere già oltre la metà dell’opera.

@nicoloscarano

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D’Alema (ed io): possibile che la sinistra abbia ancora bisogno di lui?

Massimo D’Alema è solo una scusa per parlare un po’ di me. Da narcisista quale sono. Di me e del mio rapporto con la sinistra, specialmente quella italiana. Però se di me non ve ne frega niente e di D’Alema e la sinistra sì, lo capisco, e c’è un modo: saltate la parte in corsivo e ricominciate appena dopo.

La racconto tutta. Per capire cosa si prova ad essere un ‘giovane’ di sinistra, critico della sinistra, del modo in cui si pensa e si rappresenta la sinistra nel XXI secolo italiano, e della manifestazione politica più larga ed eternamente discussa della sinistra italiana, ossia il Partito Democratico. Sono stato sin da troppo giovane interessato alla politica, terribilmente condizionato, come tutti i coetanei, dalla non-parentesi del berlusconismo, da Michele Santoro e Marco Travaglio, dall’onestismo tramutatosi in grillismo. Prima di vorticare nella galassia democratica, sono stato miseramente e digitalmente attratto per un qualche tempo dalla suggestione pentastellata, poi mi ha ‘salvato’ l’Erasmus e – ahimè – un voto online a Pierluigi Bersani contro Matteo Renzi nell’ormai lontanissimo 2012. Sconvolto dal ‘tradimento’ nei confronti di Prodi – scoprirò solo poi caducità e labilità di tale categoria politica -, mi butto sul Civatismo, e vivo la mia prima vera grande stagione di passione: le treggiorni estive, l’autunno di campagna congressuale tra un capitolo e l’altro della tesi, le fuìtine invernali per nulla segrete ma abbondantemente – troppo – documentate su Fb. Nell’inverno Laziale tra una riunione e l’altra, un evento e un dibattito, le convenzioni di circolo e le assemblee in provincia, regione, hotel enormi, le visioni ‘nazionali’, fino all’ultima provincia (frosinate) dell’impero. Pippo e gli amici e i compagni meravigliosi che dopo un annetto convergeranno sul movimento Possibile – a cui darò solo un’occhiata più che altro mondana ma sempre molto piacevole – mi portano con loro in un’ultima route pazzesca, il caldo della Garbatella, per mandare la giornalista Ilaria Bonaccorsi in Europa: cinquantacinquemila voti da zero, fantastico, ma non ce la si fa. Ancora una volta mi salva l’esilio, la Political Communication teoricissima della City University risoltasi in centinaia di campanelli suonati, quinti e sesti piani sporchi delle council houses del sud-est di Londra per eleggere un futuro parlamentare Labour, Neil Coyle, dopo trent’anni di dominio furbetto della liberaldemocrazia giù a Southwark. Altro capovolgimento di fronte: maggese capitolino, centro infuocato ma educato, le pàblic relescions, marchettine con stile, il lobbismo, il ‘saper stare al mondo’, le chiacchierate in cucina, briciole ed olio e “quanto sei imbranato Shcarà” (sempre), la scoperta Rottamatoria ma graduale (come sennò!?) del riformismo. E il peccato per nulla taciuto, per certi versi autoconsolatorio, narcisistico ma sicuramente giusto, di farsi piacere vecchi pazzi come Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, di soffrire per i greci di Alexis Tsipras e pensare che in fondo quel matto di Varoufakis tanto torto non ne aveva. Anzi non ne ha, Europa cafona. E infine lo sguardo sempre più contrito, rassegnato e – confesso – commiserevole nei confronti della cosiddetta ‘sinistra’ italiana.

La sinistra italiana, eh. È bastato che Massimo D’Alema oggi rispondesse alle domande di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera – e chissà con quale godimento, con quale premeditata intenzione sciorinava sul viaggio appena concluso in Iran (a fa’ che?), dove per inciso Vodafone non prende, sapevatelo – per generare un caos, un terremoto, uno sconvolgimento. Chi si sorprende di dargli ragione o essere d’accordo, chi continua ad odiarlo (semmai anche di più), chi fa finta di ignorarlo, chi si fa luccicare gli occhi – perlopiù nascostamente, coprendoseli con la manina e con la tessera del piddì – davanti ad un già avvenuto ritorno sulla scena. Ritorno? Ma D’Alema non se n’è mica andato, D’Alema non se n’è andato mai. Probabilmente mica se ne andrà, mai.

Fa prima contorcere e smidollare la sinistra di cui è stato padre padrone, poi ritorna per domarla, elettrizzarla, in qualche modo darle un’ordinata di sorta, scuoterla sempre. Se parla D’Alema, un motivo c’è, se parla D’Alema ‘è per chiedere qualcosa’. Una posizione che non gli è stata concessa, come il ‘Ministero degli Esteri’ europeo dato al cane giovane e ormai sciolto Federica Mogherini. O una mobilitazione che parte sempre più a fatica, come quella per queste amministrative.

Le amministrative, appunto. La sinistra, o almeno quella che ‘sinistra’ si racconta e si fa chiamare, fuori e dentro dal Partito Democratico, le sta vivendo malissimo, le amministrative. Non ne ha piazzato uno, di candidato. Si fa fregare da Matteo Orfini, già virgulto dalemista, ora diventato “arrogante”, nei rimpasti di partito e nei municipi della Capitale. E nelle due città più importanti del paese si contorce, non sa mica dove andare a parare.

Tenta la sortita con Balzani a Milano, finisce per danneggiare Majorino, cede a Sala. Finge di voler collaborare col manager, ma la capofila saluta tutti, dice che c’ha problemi col programma. Per narcisismo ed ambizione insoddisfabile, come raccontava bene ieri Roberto Galante. Allora D’Alema chiama Civati, fa chiamare De Bortoli, fa chiamare Colombo, fa richiamare Civati: niente. Appesi a un filo, a un filo del telefono – che però ormai è senza fili di un pezzo – del vecchio erede del vecchio Migliore.

A Roma si affida letteralmente alle ‘voci’. “Si dice che Marino voglia..”, “E’ in corso una mobilitazione civica che..”, “Si fa il nome di..”. L’imbranato ma generoso Fassina dovrebbe sentirsi umiliato da questo modo tutto sinistro di trattare uno che s’è giocato la carriera politica praticamente per nulla, ma non se n’è mica accorto: non lo vogliono, e non lo vorranno mai. Goffredo Bettini non c’è più, e comunque sta nel Pd, o in Thailandia, o a Bruxelles – non s’è capito bene -, e allora aspettano che sia ancora una volta il Baffino a sbrogliarla, pregano per la moral suasion verso l’indipendente – se vabbbbe’ – ex-Ministro e Presidente della Treccani Massimo Bray. Aspettano di farsi imporre il candidato de D’Alema, per dirla in breve.

A Napoli per fortuna c’è Luigi De Magistris ad accogliere tutti nella grande nave più pazza della penisola. Tutti, o quasi. Perché la parte di un D’Alema più sincero, arzillo e più politicamente animalesco la sta facendo Antonio Bassolino. Lì Massimino non tocca palla, ma pare che non la tocchi – più probabilmente non l’abbia voluta toccare – anche Matteo Renzi. Rischiando grosso.

Isabel VS D'Alema, su Google Trend. "E considera che quelle di D'Alema è perché lui si cerca da solo", recita un commento a quest'immagine.

Dico la verità, ‘sinistra’ mia: io non ti capisco più, forse non ti ho mai capita e ti ho sostenuta tanto solo per affetto. Sono stato cieco e conformista, come quando votai Bersani, per email, nel novembre del 2012. Non capisco cosa stai facendo, nei grandi Comuni. Non ti sento vicina, non a me, ma a niente. E’ solo grazie al fatto che il mondo della comunicazione sia sovrappopolato dalla ‘sinistra’ che si continui a parlare ancora dei continui forse, delle aree, dei rumor, dei niet, che non stanno portando a niente. Contorsioni sono già in ritardo per influire in qualsiasi modo nei risultati elettorali di Giugno, per produrre un qualsivoglia momentum positivo. In questo contesto, avere l’impressione che ci si stia muovendo solo per danneggiare il Pd e Matteo Renzi, scusate, non è peccato, ma osservazione critica ben motivata.

Confidando in qualche sparuta esperienza civica – a Roma, Contaci, già prontamente perculata e liquidata, ha accolto alcuni, da piddini ad indipendenti, in un lavoro di condivisione esiguo ma interessante -, riconosco un peccato originale in questa ‘sinistra’. E cioè che essa ha ancora un fottuto bisogno di Massimo D’Alema, per essere almeno ‘discussa’, per provocare reazioni: ma è mai davvero possibile, nel freddo Marzo del 2016?

PS. A proposito, pare che Giorgio Napolitano in persona si sia disamorato di Matteo Renzi. Le riforme costituzionali tremano. Parola (nascosta) di Massimo D’Alema: sarà vero?

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D’Alema (ed io): possibile che la ‘sinistra’ abbia ancora bisogno di lui?

È bastato che Massimo D’Alema proferisse parola per scatenare il putiferio, ma la sua influenza sulla ‘sinistra’ non è mai scemata. Citofonare Bray

Massimo D’Alema è solo una scusa per parlare un po’ di me. Da narcisista quale sono. Di me e del mio rapporto con la sinistra, specialmente quella italiana. Però se di me non ve ne frega niente e di D’Alema e la sinistra sì, lo capisco, e c’è un modo: saltate la parte in corsivo e ricominciate appena dopo.

La racconto tutta. Per capire cosa si prova ad essere un ‘giovane’ di sinistra, critico della sinistra, del modo in cui si pensa e si rappresenta la sinistra nel XXI secolo italiano, e della manifestazione politica più larga ed eternamente discussa della sinistra italiana, ossia il Partito Democratico. Sono stato sin da troppo giovane interessato alla politica, terribilmente condizionato, come tutti i coetanei, dalla non-parentesi del berlusconismo, da Michele Santoro e Marco Travaglio, dall’onestismo tramutatosi in grillismo. Prima di vorticare nella galassia democratica, sono stato miseramente e digitalmente attratto per un qualche tempo dalla suggestione pentastellata, poi mi ha ‘salvato’ l’Erasmus e – ahimè – un voto online a Pierluigi Bersani contro Matteo Renzi nell’ormai lontanissimo 2012. Sconvolto dal ‘tradimento’ nei confronti di Prodi – scoprirò solo poi caducità e labilità di tale categoria politica -, mi butto sul Civatismo, e vivo la mia prima vera grande stagione di passione: le treggiorni estive, l’autunno di campagna congressuale tra un capitolo e l’altro della tesi, le fuìtine invernali per nulla segrete ma abbondantemente – troppo – documentate su Fb. Nell’inverno Laziale tra una riunione e l’altra, un evento e un dibattito, le convenzioni di circolo e le assemblee in provincia, regione, hotel enormi, le visioni ‘nazionali’, fino all’ultima provincia (frosinate) dell’impero. Pippo e gli amici e i compagni meravigliosi che dopo un annetto convergeranno sul movimento Possibile – a cui darò solo un’occhiata più che altro mondana ma sempre molto piacevole – mi portano con loro in un’ultima route pazzesca, il caldo della Garbatella, per mandare la giornalista Ilaria Bonaccorsi in Europa: cinquantacinquemila voti da zero, fantastico, ma non ce la si fa. Ancora una volta mi salva l’esilio, la Political Communication teoricissima della City University risoltasi in centinaia di campanelli suonati, quinti e sesti piani sporchi delle council houses del sud-est di Londra per eleggere un futuro parlamentare Labour, Neil Coyle, dopo trent’anni di dominio furbetto della liberaldemocrazia giù a Southwark. Altro capovolgimento di fronte: maggese capitolino, centro infuocato ma educato, le pàblic relescions, marchettine con stile, il lobbismo, il ‘saper stare al mondo’, le chiacchierate in cucina, briciole ed olio e “quanto sei imbranato Shcarà” (sempre), la scoperta Rottamatoria ma graduale (come sennò!?) del riformismo. E il peccato per nulla taciuto, per certi versi autoconsolatorio, narcisistico ma sicuramente giusto, di farsi piacere vecchi pazzi come Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, di soffrire per i greci di Alexis Tsipras e pensare che in fondo quel matto di Varoufakis tanto torto non ne aveva. Anzi non ne ha, Europa cafona. E infine lo sguardo sempre più contrito, rassegnato e – confesso – commiserevole nei confronti della cosiddetta ‘sinistra’ italiana.

La sinistra italiana, eh. È bastato che Massimo D’Alema oggi rispondesse alle domande di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera – e chissà con quale godimento, con quale premeditata intenzione sciorinava sul viaggio appena concluso in Iran (a fa’ che?), dove per inciso Vodafone non prende, sapevatelo – per generare un caos, un terremoto, uno sconvolgimento. Chi si sorprende di dargli ragione o essere d’accordo, chi continua ad odiarlo (semmai anche di più), chi fa finta di ignorarlo, chi si fa luccicare gli occhi – perlopiù nascostamente, coprendoseli con la manina e con la tessera del piddì – davanti ad un già avvenuto ritorno sulla scena. Ritorno? Ma D’Alema non se n’è mica andato, D’Alema non se n’è andato mai. Probabilmente mica se ne andrà, mai.

Fa prima contorcere e smidollare la sinistra di cui è stato padre padrone, poi ritorna per domarla, elettrizzarla, in qualche modo darle un’ordinata di sorta, scuoterla sempre. Se parla D’Alema, un motivo c’è, se parla D’Alema ‘è per chiedere qualcosa’. Una posizione che non gli è stata concessa, come il ‘Ministero degli Esteri’ europeo dato al cane giovane e ormai sciolto Federica Mogherini. O una mobilitazione che parte sempre più a fatica, come quella per queste amministrative.

Le amministrative, appunto. La sinistra, o almeno quella che ‘sinistra’ si racconta e si fa chiamare, fuori e dentro dal Partito Democratico, le sta vivendo malissimo, le amministrative. Non ne ha piazzato uno, di candidato. Si fa fregare da Matteo Orfini, già virgulto dalemista, ora diventato “arrogante”, nei rimpasti di partito e nei municipi della Capitale. E nelle due città più importanti del paese si contorce, non sa mica dove andare a parare.

Tenta la sortita con Balzani a Milano, finisce per danneggiare Majorino, cede a Sala. Finge di voler collaborare col manager, ma la capofila saluta tutti, dice che c’ha problemi col programma. Per narcisismo ed ambizione insoddisfabile, come raccontava bene ieri Roberto Galante. Allora D’Alema chiama Civati, fa chiamare De Bortoli, fa chiamare Colombo, fa richiamare Civati: niente. Appesi a un filo, a un filo del telefono – che però ormai è senza fili di un pezzo – del vecchio erede del vecchio Migliore.

A Roma si affida letteralmente alle ‘voci’. “Si dice che Marino voglia..”, “E’ in corso una mobilitazione civica che..”, “Si fa il nome di..”. L’imbranato ma generoso Fassina dovrebbe sentirsi umiliato da questo modo tutto sinistro di trattare uno che s’è giocato la carriera politica praticamente per nulla, ma non se n’è mica accorto: non lo vogliono, e non lo vorranno mai. Goffredo Bettini non c’è più, e comunque sta nel Pd, o in Thailandia, o a Bruxelles – non s’è capito bene -, e allora aspettano che sia ancora una volta il Baffino a sbrogliarla, pregano per la moral suasion verso l’indipendente – se vabbbbe’ – ex-Ministro e Presidente della Treccani Massimo Bray. Aspettano di farsi imporre il candidato de D’Alema, per dirla in breve. 

A Napoli per fortuna c’è Luigi De Magistris ad accogliere tutti nella grande nave più pazza della penisola. Tutti, o quasi. Perché la parte di un D’Alema più sincero, arzillo e più politicamente animalesco la sta facendo Antonio Bassolino. Lì Massimino non tocca palla, ma pare che non la tocchi – più probabilmente non l’abbia voluta toccare – anche Matteo Renzi. Rischiando grosso.

Isabel VS D'Alema, su Google Trend. "E considera che quelle di D'Alema è perché lui si cerca da solo", recita un commento a quest'immagine.

Isabel VS D’Alema, su Google Trend. “E considera che quelle di D’Alema è perché lui si cerca da solo”, recita un commento a quest’immagine.

Dico la verità, ‘sinistra’ mia: io non ti capisco più, forse non ti ho mai capita e ti ho sostenuta tanto solo per affetto. Sono stato cieco e conformista, come quando votai Bersani, per email, nel novembre del 2012. Non capisco cosa stai facendo, nei grandi Comuni. Non ti sento vicina, non a me, ma a niente. E’ solo grazie al fatto che il mondo della comunicazione sia sovrappopolato dalla ‘sinistra’ che si continui a parlare ancora dei continui forse, delle aree, dei rumor, dei niet, che non stanno portando a niente. Contorsioni sono già in ritardo per influire in qualsiasi modo nei risultati elettorali di Giugno, per produrre un qualsivoglia momentum positivo. In questo contesto, avere l’impressione che ci si stia muovendo solo per danneggiare il Pd e Matteo Renzi, scusate, non è peccato, ma osservazione critica ben motivata. 

Confidando in qualche sparuta esperienza civica – a Roma, Contaci, già prontamente perculata e liquidata, ha accolto alcuni, da piddini ad indipendenti, in un lavoro di condivisione esiguo ma interessante -, riconosco un peccato originale in questa ‘sinistra’. E cioè che essa ha ancora un fottuto bisogno di Massimo D’Alema, per essere almeno ‘discussa’, per provocare reazioni: ma è mai davvero possibile, nel freddo Marzo del 2016?

PS. A proposito, pare che Giorgio Napolitano in persona si sia disamorato di Matteo Renzi. Le riforme costituzionali tremano. Parola (nascosta) di Massimo D’Alema: sarà vero?

@nicoloscarano

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Meglio D’Alema di Bersani

Comunque, se bisogna proprio scegliere un cattivo, almeno D’Alema ha il fascino dell’astrazione e del macchinare ragionato, è un’intelligenza di prim’ordine animata da un qualcosa di oscuro. Anche semplicemente un rimpianto o una delusione del tutto personale.

È elegante, colto, dal fine scrivere e parlare, ne sa di politica estera e non solo, è un abile manovratore che conserva incredibilmente un seguito di fedeli non indifferente, anche se in assottigliamento. Cioè, è un bel personaggio per un qualsiasi racconto, insomma.

Bersani no, Bersani è solo una macchietta. Incapace, rancorosa, inascoltabile, pavida. Come abbiamo fatto a sostenerlo per qualche tempo non lo so. All’epoca si aveva qualche punto fermo in più, forse, si era più conformisti.

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Lo chiamavano Jeeg Robot

Per la prima volta – a parte, chessò, roba molto autoriale e anche in una certa misura sputtanata come ‘La vita è bella’ o gli ultimi di Sorrentino – ieri ho visto al cinema un film italiano che potrebbe davvero essere esportato con successo. E non perché replica – o imita – una certa estetica delle periferie, dei gangster movie, o dei supereroi che ben conosciamo dai blockbuster americani, ma perché ne propone una tutta sua: c’è Tor Bella che è un set così perfetto che forse il finale epico sarebbe stato meglio lì piuttosto che al Colosseo, c’è l’ossessione italica per il pallone nella scena allo stadio, c’è uno ‘zingaro’ Renato Zero David Bowie cattivissimo e ossessionato dall’illusione della notorietà slack da social media, ci sono i cartoni giapponesi che specialmente in Italia hanno condizionato pesantemente l’infanzia della generazione X di cui Santamaria-Enzo-Hiroshi senza volerlo cerca il riscatto, c’è il degrado l’apatia le occhiaie le facce brutte il trucco fatto male la polizia italiana goffissima, c’è una protagonista femminile – bravissima! – che spiazza. E poi c’è la serialità, non vedo l’ora di vedere il secondo: perché ci sarà, vero?

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Grazie, Bernie Sanders

Francamente io credo che Bernie Sanders abbia comunque fatto dei miracoli.

Non si può chiedere più di questo ad un senatore ultrasettantenne, molto di “sinistra”, che fino all’altro ieri non era neanche ufficialmente un Democrat, e che soprattutto non era molto conosciuto dal grande pubblico. Chissà che storia sarebbe stata con Elizabeth Warren.. E Dio solo sa cosa non l’ha fatta candidare.

Hillary Clinton, per quanto possa stare antipatica e non suscitare grande entusiasmo tra i giovani, ha avuto la forza – non banale – di rimanere credibile dopo la sconfitta con Obama del 2008, pur essendosi presa la responsabilità del Segretariato di Stato per ben quattro anni. Prepara questa candidatura da almeno tre lustri. Gode di una storia d’amore con le minoranze che il tempo non ha scalfito, e che le sta concedendo tutti i dividendi che il primo Presidente nero le aveva tolto.

La sintesi è semplice: la partita democratica la stanno decidendo gli afroamericani. In parte minore, i latinos. Va così, ma non bisogna disperare: è nato un movimento, e non solo d’opinione.

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Ma non bisogna dare ad Alfano alcuna (ulteriore) soddisfazione

Si può evitare di lasciare che un risultato politico positivo – anche se parziale – possa venire ‘catturato’ da un messaggio discriminatorio?

Si parla di cattura del regolatore quando un ente che dovrebbe essere in teoria indipendente – come un’authority – risponde invece a logiche altre, ad interessi particolari, a pratiche speciali.

Nella “teoria della scelta pubblica” di Roland McKean, la cattura del regolatore corrisponde a un cosiddetto “fallimento dello Stato”, cioè a un’incapacità dell’organismo pubblico di comportarsi in maniera retta ed efficiente per tutti.

Qualcosa di molto avvicinabile a una cattura del regolatore è avvenuta ieri, quando il Ministro degli Interni Angelino Alfano, riferendosi allo stralcio della stepchild adoption dal ddl Cirinnà, ha pronunciato la seguente dichiarazione: “Abbiamo impedito una rivoluzione contronatura e antropologica”.

Prima di tutto è fallito lo Stato, nel momento stesso in cui è stato rappresentato da certe parole, peraltro pronunciate da uno dei suoi vertici. E ad esser ‘catturato’ non è stato alcun regolatore o autority, ma il giudizio generale dato al compromesso raggiunto sulle unioni civili, soprattutto da gran parte della comunità democratica.

In molti è scattato automatico insomma, soprattutto tra chi già si riteneva insoddisfatto e deluso, uno di quei riflessi condizionati provati dagli esperimenti di Ivan Pavlov: “Se Alfano festeggia, e in questo modo becero, questa legge dev’essere per forza una ciofeca!”. Con annessa la tentazione di lasciar perdere piuttosto, e di rimandare a chissà quando pur di non ‘darla vinta’ al leader del Nuovo Centro Destra.

No, non è il caso di lasciar perdere: nelle unioni civili c’è ciò che serve per considerarli pari a un matrimonio eterosessuale, tranne l’obbligo di fedeltà – che ora si ritiene di voler eliminare anche dagli stessi matrimoni – e la stepchild adoption – abbattuta dalle viscissitudini che sappiamo, e che rientrerà in un futuro speriamo vicino all’interno di una più comprensiva legge sulle adozioni.

E non è neanche il caso di dare ulteriore soddisfazione all’alleato di governo Angelino Alfano, magnificando la rilevanza del suo messaggio discriminatorio. Ogni leader politico, che ci piaccia o meno, coltiva il suo orticello, ma ciò non significa che si debba permettergli, comunicativamente parlando, di sabotare così un passaggio politico comunque progressivo. E che fino a qualche mese fa, l’ora gaudente Ministro non avrebbe votato neanche da lontano.

Evitare la subalternità, scansare le parole inutili: non vale solo per la politica.