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Lo chiamavano Jeeg Robot

Per la prima volta – a parte, chessò, roba molto autoriale e anche in una certa misura sputtanata come ‘La vita è bella’ o gli ultimi di Sorrentino – ieri ho visto al cinema un film italiano che potrebbe davvero essere esportato con successo. E non perché replica – o imita – una certa estetica delle periferie, dei gangster movie, o dei supereroi che ben conosciamo dai blockbuster americani, ma perché ne propone una tutta sua: c’è Tor Bella che è un set così perfetto che forse il finale epico sarebbe stato meglio lì piuttosto che al Colosseo, c’è l’ossessione italica per il pallone nella scena allo stadio, c’è uno ‘zingaro’ Renato Zero David Bowie cattivissimo e ossessionato dall’illusione della notorietà slack da social media, ci sono i cartoni giapponesi che specialmente in Italia hanno condizionato pesantemente l’infanzia della generazione X di cui Santamaria-Enzo-Hiroshi senza volerlo cerca il riscatto, c’è il degrado l’apatia le occhiaie le facce brutte il trucco fatto male la polizia italiana goffissima, c’è una protagonista femminile – bravissima! – che spiazza. E poi c’è la serialità, non vedo l’ora di vedere il secondo: perché ci sarà, vero?

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