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Il Fatto e i megabias dell’Expo

Articolo pubblicato su L’Unità del 31.10.2015.

Cala oggi il sipario sull’Expo, teatro dello scontro politico-simbolico più emblematico e radicale degli ultimi anni. Uno scontro assoluto, perché non fondato su chiacchiere, ma sulla realtà di un grande evento internazionale chiamato alle continue verifiche dei fatti. Ed esposto alla luce permanente dei media, i cui riflettori – peraltro – sono diventati roventi ben prima che l’avvenimento si materializzasse. E’ infatti a partire dagli scandali della primavera 2014 che emergono con chiarezza due visioni contrapposte dell’appuntamento, e si incrociano le lame dei protagonisti politici. “L’Expo è una rapina in corso, meglio chiuderlo”, dice lapidariamente Grillo il 13 maggio. Passano pochi mesi e il 13 agosto arriva la risposta di Renzi: “L’apertura dell’Expo sarà un no gufi day”. Tra i due squilli di tromba e successivamente, fino ai giorni scorsi, sull’Expo si riversa un oceano di previsioni, giudizi, proiezioni, congetture, allarmi e accuse. Di cui in particolare si fa veicolo il Fatto Quotidiano: più o meno 230 pezzi tra maggio 2014 e ottobre 2015 (74 volte in prima pagina), come testimonia la tabella.

Schermata 2015-10-30 alle 20.52.35I TITOLI DEL FATTO

Eccone una limitata selezione. 10 maggio 2014: “Ritardi, mazzette e Pm: per Expo 2015 l’incubo del fallimento”; 10/5: “Expo, panico elettorale”; 13/5: “Expo, la città della salute sui terreni avvelenati”; 15/5: “La foto di Ban Ki-Moon tolta dal sito dell’Expo”; 18/6: “Così Expo cancella il diritto del lavoro”; 9/7: “Bufala Expo: 3mila posti di lavoro su 200mila promessi”; 10/9: “Solo 800 posti, altro che 200mila”; 29/10: “Lavori Expo, politici e affari: Lombardia terra di ‘ndrine”; 7/11: “Chi compra i terreni di Expo 2015? Nessuno”; 6/12: “Si sgonfia la bufala Expo: solo 4mila le assunzioni”; 21/12: “Expo, l’albero della vita tra sospetti e ritardi”; 7/2/2015: “Expo ad un passo dal crac”; 6/3: “Il flop Expo: impossibile finire i lavori in tempo”; 19/3: “Expo, mancano 43 giorni: ecco le foto del disastro”; 7/4: “Expo, dalla Cina senza furore: la balla del milione di ticket”; 10/4: “Lo chef Sassone: Expo è un magna magna”; 12/4: “Altro che blindato, l’Expo è una groviera”; 17/4: “Klodian, primo morto di Expo”; 18/4: “Expo, 3 opere su 4 ancora incomplete e senza collaudi”; 29/4: “Expo al via, ma l’Italia non è pronta”; 5/5: “Come è inutile l’Expo nel secolo di Internet”; 9/5: “Expo, un milione di metri quadri che nessuno vuole”; 10/5: “Sulla via Crucis di Expo, cercando un po’ d’acqua”; 20/5: “Expo, la stroncatura delle archistar: sembra Disneyland”; 24/5: “Expo, la verità nascosta del flop dei visitatori”; 24/5: “Expo, una piccola fiera di periferia a Milano”; 26/5: “Flop Expo, Sala non riesce a smentire”; 27/5: “Expo, chiudetelo prima: il fallimento è totale”; 30/5: “Esposizione, Sala ammette il flop: solo 1,9 milioni di visite a maggio”;  6/6: “Expo, le cifre segrete che provano il flop”; 13/6: “Expo, gara fatta con i piedi. In ritardo tutti i gadget”; 18/6: “Cantone boccia Oscar: gli stand Eataly di Expo finiscono in Procura”; 7/7: “Ingressi Expo, il mezzo flop arriva in Comune”; 10/7: “La balla di Expo: 2 milioni e 600mila ingressi. In meno”; 16/7: “Expo e le balle sui visitatori: ecco i numeri degli ingressi”; 17/7: “Expo, non mi stupisce l’insuccesso di visite”; 23/7: “Miraggio di Sala: visitatori di Expo? Il numero non si conosce per il caldo”; 4/8: “Expo continua a dare i numeri: mancano 500mila visitatori”; 5/8: “L’Expo dei record: il miliardo e mezzo che manca nei conti”.

Solo il generale agosto spegne l’ardore antiExpo del Fatto. A settembre, poi, la campagna si affloscia definitivamente per concludersi, lo scorso 16 ottobre, con un titolo emblematico e mesto: “Dicono: Expo è un successo. Ma è proprio vero?”.

Ora, è noto che cosa rappresentino i titoli in un giornale. Sono i “codici per accedere al resto dell’articolo” (Eco), esaltano le parole-chiave giuste, quelle che restano nella memoria diventando uno schema interpretativo del messaggio. Costituiscono insomma i famosi framing – l’equivalente mediatico delle scorciatoie cognitive (euristiche) – che orientano il lettore in una realtà sovraccarica di informazioni. Per questo – al di là delle ragioni politico-editoriali dell’accanimento antiExpo – la campagna del Fatto ci serve per capire quali euristiche vengono attivate in circostanze del genere. E quali bias mettono in moto.

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IL PRINCIPIO DI FAMILIARITA’

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” è una frase attribuita a Goebbels, ministro della propaganda nazista. Che l’abbia o no pronunciata, è certo che il cosiddetto mere-exposure effect, (effetto della mera esposizione) o  principio della familiarità, è sempre stato utilizzato nelle comunicazioni e nelle pubblicità della società di massa. Ha una sua brutalità: basta la banale, ossessiva ripetizione di un messaggio a lasciare una ‘traccia di memoria’ nella mente del consumatore e influenzarne il comportamento o  il giudizio. In questo senso, i 230 pezzi e le 74 prime pagine avranno convinto i lettori del Fatto che l’Expo è stato una sorta di crimine contro l’umanità. Poniamoci però un problema: se il Fatto avesse prodotto – per esempio – ogni 10 pezzi un articolo più oggettivo o addirittura favorevole all’Expo, probabilmente il lettore avrebbe mantenuto una generale posizione critica sull’evento, ma  con argomenti più razionali e ragionati. La critica all’Expo, o ad alcuni suoi aspetti, sarebbe stata meglio strutturata. Perché anche i lettori del Fatto non vivono più in epoca Goebbels, per fortuna, ed è finita la società di massa che viveva di bombardamenti pubblicitari a tappeto. I cittadini pensano – e vogliono pensare – sempre più con la loro testa.

I DUE SISTEMI

Anche se – come ci dice Daniel Kahneman – la nostra testa funziona in modo un po’ bizzarro. Soprattutto è piuttosto pigra, cerca di risparmiare energie cognitive. Sintetizzando: noi tutti siamo dotati – secondo lo psicologo cognitivo vincitore del Nobel per l’economia – di due sistemi di ragionamento diversi (sistema 1 e sistema 2), che raccolgono informazioni e rispondono in maniera differente a seconda delle circostanze. Il sistema 1 – che viene messo in moto in automatico, oppure in condizioni di stanchezza o di mancanza di interesse – ragiona in maniera istantanea; mentre il sistema 2 è il sistema del calcolo e dell’approfondimento. Il sistema 1 si lascia trascinare dalle informazioni immediatamente disponibili, dall’impatto emotivo e, nel caso che ci interessa, dai trucchi del framing giornalistico: è responsabile dell’associazione mentale “più articoli vedo sul tema, più quella campagna è vera”. L’informazione vive sostanzialmente di questi inganni, e usa il sistema 1 “avviato in default” dai lettori che hanno sempre meno  tempo e voglia di approfondire una notizia e di confrontarla con la realtà. Per cui accade che il dato numerico – che in condizioni sane è bollino di qualità di ogni inchiesta o indagine giornalistica – può diventare invece il passepartout della disinformazione: siamo talmente convinti della forza oggettiva dei numeri, da associarli immediatamente alla verità. Un qualunque dato sparato in un titolo, ci convince che l’articolo sia oro colato (e quindi possiamo risparmiarcene la lettura). Non è così. Quantomeno non sempre: il dato va sempre verificato, analizzato e comparato, e per questo c’è bisogno del sistema 2, che capisce e interpreta i numeri, ed è in grado di collegarli agli eventi. Solo il sistema 2 comprende le statistiche e smaschera gli inganni. Solo quando lo mettiamo in moto, riusciamo a distinguere il dato buono da quello cattivo.

L’ANCORAGGIO

Prendiamo l’euristica dei numeri per eccellenza, l’anchoring effect. Quando proviamo a stimare una quantità numerica su cui non abbiamo precedenti informazioni, siamo portati a farlo partendo dalle prime immediatamente disponibili. Il primo dato che riusciamo a ricavare diventa il punto fermo a partire dal quale completeremo la nostra ricerca (da qui, la metafora dell’ancora).

Avete presente la polemica sul numero degli ingressi e dei biglietti venduti per l’Expo? Il Fatto ha montato il “caso” il 24 maggio, tre settimane dopo l’apertura di Expo, annunciando il disastro delle presenze, usando come parametri di giudizio i biglietti dei tram venduti e la spazzatura raccolta (leggere per credere).  Neppure stime o proiezioni, piuttosto congetture, accostamenti parziali,  ipotesi e niente di più: su queste basi il Fatto ha costruito il suo ancoraggio e ha sviluppato una campagna durata fino agli inizi di agosto, quando si è dissolta nel nulla. Perché non ci vuole un matematico per capire che i ricavi dei biglietti di una manifestazione che dura 6 mesi vanno calcolati a evento concluso. Un po’ come i sondaggi e le elezioni, diciamo. Il punto è che, proprio come quando si vota, anche in questo caso il bias dell’ancoraggio resta impunito. Nessuno chiede conto ai sondaggisti delle fregnacce che ci propinano. Nessun lettore chiede conto al Fatto di articoli privi di ogni fondamento.

IL PIO DESIDERIO E IL SENNO DEL POI

Il punto è – per restare sempre nell’ambito che ci interessa –  che spesso si desidera a tal punto un evento, da mobilitare tutte le proprie risorse cognitive ed emotive in preparazione dello scenario immaginato. Il fenomeno è noto, si definisce “wishful thinking”. Nel mondo dell’informazione, il wishful thinking assume quasi sempre la forma della previsione catastrofica. Serve a giornalisti che furono d’assalto, illuminati commentatori, editorialisti e notisti politici per poter dire, a catastrofe avvenuta, “noi ve l’avevamo detto” (hindsight bias). E’ per questi motivi che la buona cronaca e il giornalismo d’inchiesta lasciano il posto all’irrazionalità e all’aria fritta. Intere paginate, invece di dedicarsi al racconto del presente in quanto tale, vengono riempite per descrivere un futuro presunto, apocalittico e angoscioso. L’informazione cede il passo alla faziosità, inocula inutili stress, e perde ogni credibilità. Poi – non temete – ad un certo punto arriva la realtà, che finisce sempre per prendersi le sue rivincite. E la vita continua.

(hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

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Buonanno e l’euristica dell’affetto

Articolo pubblicato su L’Unità del 24.10.2015.

Al di là della gravità del fatto, l’omicidio del giovane albanese da parte del pensionato di Vaprio D’Adda ha prodotto un orribile rumore di fondo. Nei giorni scorsi politici e giornali se ne sono occupati come sanno. I primi con prese di posizione inumane (Salvini: non mi dispiace che il ladro sia morto), demagogiche (Maroni: la regione pagherà le spese per la difesa del pensionato), grottesche (Buonanno con la pistola mostrata in Tv), ridicole (le  adunate KKK-style sotto casa dell’omicida). O con il pessimo silenzio della sinistra che ancora rimuove il problema della sicurezza (e – per esempio – dell’adeguamento delle norme sulla legittima difesa). Mentre i giornali hanno fatto la loro parte: titoloni sparati, commenti enfatici e lacrimosi. Sempre a prescindere. Con il solo obiettivo del framing giusto per l’occasione (bias di cui parleremo un’altra volta).

Ma il punto che qui ci interessa è un altro. E cioè: che cosa accade nella testa di una persona in presenza di una notizia così “gravida di senso” e fortemente pompata da politici e giornali? Come fa a giudicarla, su che basi si costruisce un’opinione? La risposta ovvia è che, per valutare correttamente,  ci  vorrebbero dati di cui il pubblico non dispone. Dall’interpretazione delle perizie balistiche, alla conoscenza approfondita della dinamica – luogo, timing, contesto – dell’incidente. Fino alle  testimonianze, ai possibili moventi, alle prove: tutti gli elementi su cui gli inquirenti stanno lavorando e che saranno oggetto di un regolare processo (si spera presto).

Però questo non accade. In un caso simile chiunque, sotto il fuoco di fila mediatico, tende ad esprimere una valutazione. E lo fa, sollecitato dall’emozione suscitata dall’evento, prendendo la strada più semplice per formulare un giudizio, evitando gli ingorghi della ragione e del calcolo. Si fa guidare dalla cosiddetta euristica dell’affetto, in forza della quale il nostro cervello, quando è a corto di competenze specifiche, sostituisce le domande cui non sa rispondere con altre che richiedono informazioni basiche e minore fatica. Una semplificazione mentale che provoca errori sistematici, definiti bias dell’emozione.

La cosa funziona così, piuttosto semplicemente. La domanda “che cosa è successo all’interno di quella villa?” viene sostituita da “che cosa avrei fatto al posto dell’anziano pensionato?”. Cambiata la domanda, la risposta diventa agevole. Con un pizzico di immaginazione empatica, sull’onda delle emozioni, ci si spalanca davanti una velocissima autostrada cognitiva. La conclusione è immediata e banale, nella sua semplicità: “Avrei sparato anch’io”.

A quel punto la strada è spianata. La nostra reazione di default, amplificata e sorretta dal vortice di strepiti, deformazioni e strumentalizzazioni politico-mediatiche, entra a pieno titolo nel dibattito pubblico. Il leitmotiv ricorrente e generalizzante impazza: “Tutti in quella situazione avremmo avuto la stessa reazione, e allora che quella reazione diventi legge, prassi riconosciuta”. Diventiamo tutti partecipi e protagonisti dello showbiz. Le nostre opinioni di pancia diventano mainstream. E persino l’oscena sceneggiata Tv di Buonanno finisce per apparire plausibile.

Naturalmente basterebbe contare fino a dieci e riflettere, per arrivare alla conclusione che è doveroso discutere della sicurezza dei nostri concittadini, e si può pensare di correggere le norme che  regolano la legittima difesa e il possesso di armi da fuoco. Ma che qualunque decisione va presa sulla base di analisi circostanziate,  incrociando per esempio i numeri dei delitti e dei furti, valutando il tasso di violenza città per città, il rapporto tra numero di armi ed incidenti, calcolando insomma rischi e possibili benefici delle misure da assumere.  Magari anche Buonanno (in questo caso mi faccio prendere dal bias dell’ottimismo) potrebbe spulciarsi alcuni dati Istat e farne tesoro. I numeri sono chiari. Ci dicono che, senza pistole e fucili sotto il cuscino, in Italia nel 2014 l’indice di delittuosità (il rapporto tra reati per numero di abitanti) è calato del 7,7%, con150mila delitti in meno rispetto al 2013. Mentre il dato disaggregato evidenzia una diminuzione degli omicidi (-11,7%) e delle rapine (-13%). In altre parole: il problema della sicurezza dei cittadini è serio, ma ha anche molto a che fare con la percezione che se ne ha. Politici e media dovrebbero affrontarlo con equilibrio e sobrietà (ma questo è un wishful thinking, altro bias di cui parleremo).

(Hanno collaborato Nicolò Scarano e Massimiliano Pennone)

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Kim Jong Un, abbiamo bisogno di te!

Nella mia corta ma abbastanza soddisfacente carriera accademica, mi trovo a un certo punto a seguire un corso chiamato “Celebrity”, tenuto da Chris Rojek al dipartimento di Sociologia della City University di Londra. La succitata serie di lezioni della durata di due ore ci invita dapprima a scoprire i caratteri sociologici e mediatici di quel fenomeno che chiamiamo appunto “celebrità”, le sue categorie e differenziazioni, nonché la sua vera e propria fenomenologia, poi a discuterne in classe tra i venti o trenta partecipanti. Alla fine del corso scrivo un essay – un saggio accademico -, nel quale passare in rassegna uno dei temi affrontati durante le lezioni e trovarvi un caso corrispondente nel mondo reale.

Scelgo di parlare di Mohamed Emwazi, ragazzo di famiglia kuwaitiana, cresciuto ed educato nel centro di Londra sino alla laurea in informatica alla Westminster University. Dopo una serie di viscissitudini – che passo in rassegna qui, oltre a tutto il resto –  il ragazzo si ritrova vicino a gruppi islamici radicali e infine, nel Febbraio di quest’anno, ad essere riconosciuto come Jihadi John, il tristemente noto “sgozzatore” dell’ISIS comparso in tutti gli schermi occidentali sin da Agosto del 2014. Analizzo Mohamed come se fosse una celebrità, più nello specifico un long-life celetoid – un celetoide, una pseudocelebrità, dalla ‘lunga durata’ -, e appoggiandomi retoricamente al modo in cui chiamiamo colloquialmente le celebrità, ossia ‘stelle’, descrivo Jihadi John come un tipo particolare di star, un ‘buco nero’. Sempre un punto fisso a cui guardare, ma non di luce splendente e piacevole come può essere una celebrità dello spettacolo o dello sport, bensì un oscuro e terribile vortice nel quale i più basilari valori occidentali vengono risucchiati senza alcuna pietà, col sangue. In ogni caso un’icona, una tremenda icona pop di cui tutti hanno fissa in mente almeno un fotogramma.

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Oggi Repubblica.it pubblica sui suoi profili social e sulla sua homepage l’ennesima galleria fotografica ritraente Kim Jong-un, il buffo dittatore nordcoreano, alle prese con qualcosa di ormai inimmaginabile nel nostro stanco mondo: la celebrazione del 70esimo anniversario della nascita dell’inscalfibile Partito dei Lavoratori dell’estremità settentrionale di quella penisola ad Estremo Oriente. La bellissima moglie Ri Sol-ju, le avvenenti majorette – o qualcosa di simile – della popolarissima girl band Moranbong, il coro e l’orchestra dell’Armata Nordcoreana al gran completo in posa con la coppia e impegnata nella performance con le ragazze di cui sopra. Ora, sperando davvero che Kim Jong-un non venga a sapere di questo umile blog e si infastidisca per queste informalità, le foto sono semplicemente meravigliose. Così come le innumerevoli altre uscite in questi anni, nelle più disparate e scenografiche pose che un Ministro della Propaganda possa immaginare (per gli amanti del genere, Buzzfeed ne ha fatto una gustosa collezione, così come il Telegraph).

Di Kim Jong-un sappiamo pressoché solo quello che ci raccontano i “dispacci” occidentali, fatti tanto verosimili quanto assurdi e per questo così irresistibilmente di intrattenimento. Descrivono un dittatore sanguinario e capriccioso, che alterna le sue giornate tra un’esecuzione e l’altra, e per i motivi più disparati. Di un generale per aver abbozzato un sorriso al suo passaggio, come di uno zio fatto sbranare dai cani: Kim ne ha fatte di tutte e di più, ed ogni volta finisce nelle nostre prime pagine, soprattutto online. Possiamo verificare, possiamo vedere? No, meglio di no, e poi in fondo cosa importa? Perché Kim Jong-un è una icona, una celebrità, e – come di tutte le icone, altrimenti semplicemente non lo sarebbero – ne abbiamo un fottuto bisogno. La sua ‘incredibile’ narrativa è un rito demistificatorio, esorcizzante, di un tipo di potere che non conosciamo, fortunatamente, più. È il racconto dissacrante, pienamente inglobato nelle mediatiche dinamiche del mondo occidentale, di uno spauracchio antico come il nucleare.

Così come Jihadi John è il ‘buco nero’ che con maestria risucchia i nostri valori inscenando barbarie, Kim Jong-un è, e rimane, per negazione, la nostra unica ed inimitabile icona pop. Non te ne andare, Kim, abbiamo bisogno di te!

@nicoloscarano

 

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Pessimismo cash

Articolo pubblicato su L’Unità del 17.10.2015.

Prendiamo di petto il tema: le polemiche sull’aumento della soglia del contante deciso dal governo nella legge di stabilità, non hanno a che fare con la scelta in sé, ma con un sentimento diffuso tra la gente. Un pregiudizio che si chiama, in gergo, negativity bias.

Non c’è nessun rapporto diretto tra quantità di contante in circolazione ed evasione fiscale, come ha ampiamente dimostrato uno studio della CGIA di Mestre, con dati indiscutibili. Il primo: il limite al pagamento in contanti, posto a 1000 euro nel 2011 da Monti, non ne ha diminuito affatto l’utilizzo complessivo, salito del 30,4% dal 2008 – anno della prima limitazione – al 2014. Il secondo: come ha confermato il vicedirettore dell’Agenzia delle Entrate (http://www.qelsi.it/2014/il-clamoroso-flop-del-limite-dei-1000-euro-alluso-del-contante-nella-lotta-allevasione/), il tetto all’utilizzo del contante non ha avuto alcun effetto visibile sull’evasione fiscale, stazionaria ai primi posti in Europa col 21,1%.  Il terzo: sempre restando in Europa, è facile verificare che il limite all’utilizzo del contante non è in alcun modo legato alla quantità stimata di PIL sommerso, se è vero che – per fare l’esempio di due paesi senza tetto, Slovenia e Austria – il primo ha il 23,1% di evasione e il secondo il 7,5%.

Infine (questo lo dice una qualunque persona di buon senso, non c’è bisogno della CGIA): ma se io faccio dei lavori in casa e l’idraulico o l’elettricista mi chiede un pagamento in nero – e io ci sto – vi pare che l’ostacolo è andare una o due volte in più a ritirare il contante in banca? Se sono un imbroglione e voglio frodare lo farò. E la soglia del contante non sarà certo un disincentivo.

Allora perché, malgrado tutti questi buoni argomenti, scatta la reazione verso questa misura? Qui entra in azione il maledetto senso comune. Vediamo in Tv la GdF che maneggia contanti sequestrati, leggiamo di valigette piene di soldi fruscianti, di mazzette per i tangentisti consegnate nelle buste da lettera (mentre le transazioni finanziarie dei delinquenti non vengono filmate). Così pensiamo – per default – che eliminare dalla scena le banconote significhi abolire i crimini legati al denaro. E diventare tutti più buoni.

Questo senso comune diffuso si alimenta poi di un antico e sempre vivo pregiudizio pessimistico nei confronti di noi stessi. Parliamoci chiaro: chi ci ha governato (da destra e da sinistra) ci ha sempre detto che siamo una mezza schifezza, noi italiani. Che dobbiamo essere condotti per mano, come scolaretti indisciplinati, verso comportamenti virtuosi. Che non siamo in grado, da soli, di agire come nei “paesi civili”. Per questo, a partire dal fisco, ci hanno sempre vessato con misure occhiute e punitive, roboanti quanto inefficaci. E noi ci siamo pian piano  convinti di non essere bravi cittadini, ma precipitando in una spirale negativa progressiva, che parte dai sensi di colpa per le nostre negligenze, diventa mancanza di autostima collettiva e approda ad una totale sfiducia verso il futuro. Un negativity bias che avvolge da tempo l’Italia, e ci toglie energie e speranze.

Che c’entra – direte –  l’aumento della soglia del contante con questi discorsoni? C’entra, e come. Perché, se leggiamo la misura del governo per quella che è – una spinta ad aumentare i consumi e a semplificarci la vita – ne potremo vedere tutti i vantaggi, senza per questo pensare di fare i furbi la prossima volta che ci si rompe un lavandino. Se invece guardiamo l’aumento della soglia del contante con gli occhi incattiviti e astiosi dei vecchi governanti, non faremo altro che aumentare il nostro negativity bias, e ci peggioreremo concretamente la vita. (Detto che comunque, nell’incertezza, sempre meglio “essere ottimista e avere torto, che pessimista e avere ragione”, come pare abbia esclamato una volta Albert Einstein).

(Hanno collaborato Nicolò Scarano e Massimiliano Pennone)

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Commissariare tutto e tutti

Il ritorno del Commissario, della figura altera e falsamente neutra, del controllore che non ha bisogno di controllori, del custode dell’ordine fragile ma almeno costituito, della guardia senza colpi di testa, del manager del reale persistente, del prefetto, del questurino, dell’assicuratore di legalità pagato con polizza di potere volatile:
– sporge ancora il fianco al giustizialismo più greve;
– continua a cancellare la politica dalla prima opzione per il cambiamento di qualsiasi verso.

Che tentazione commissariare tutto e tutti.

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Si sciolga, la “sinistra morale”

Io forse sono una persona cattiva, ma ci provo un particolare gusto nel vedere sciogliersi day by day quella melassa di falsa cultura popolare che si permetteva di essere giustizialista grazie a travaglio santoro e di pietro ma soprattutto a berlusconi, e buonista grazie a fazio saviano veltroni e alla relativa crescita economica.

In sostanza moralista, quella “sinistra morale” che come racconta Salmon non contesta una virgola del sistema mediatico e politico in cui si muove, anzi ci sguazza, e che poi scende agli inferi e non si riprende più: lo stiamo vedendo benissimo.

Il futuro sarà probabilmente peggiore del recente passato, ma che emozione vederlo svolgersi davanti agli occhi, poterlo toccare con mano, e magari provare a influirvi un po’.

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L’assurdo caso dei vaccini

Articolo pubblicato su L’Unità del 10.10.2015.

Per farla semplice: il bias è una valutazione sbagliata, ma non episodica. È un errore sistematico di giudizio,  che si concretizza quando la nostra mente pigra utilizza scorciatoie del pensiero (euristiche) per formulare giudizi o affrontare eventi  di difficile e faticosa interpretazione. In altre parole, è un pre-giudizio, un giudizio che formuliamo intorno ad un evento prima di verificarne l’effettiva congruenza con la realtà. In altre parole ancora, uno stereotipo, un luogo comune. Che si incunea facilmente nella nostra mente e si espande a macchia d’olio, tendenzialmente all’infinito, attraverso i mezzi di comunicazione.

Prendiamo ad esempio un caso di cui si è discusso in settimana: il preoccupante calo delle vaccinazioni pediatriche. Di quelle obbligatorie (poliomielite, tetano, difterite, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae b) calate al 95%, ma soprattutto di quelle raccomandate (morbillo, parotite, rosolia) scese all’86% di copertura. Un calo del 4% rispetto all’anno scorso (http://www.epicentro.iss.it/temi/vaccinazioni/copertureMin2014.asp), considerato dagli esperti ormai al di sotto della soglia di sicurezza, per malattie di carattere infettivo.Schermata 2015-10-10 alle 06.19.52

Perché questo calo? Perché siamo da tempo bombardati da un’informazione “alternativa”, rozza e aggressiva, sulle presunte controindicazioni delle vaccinazioni (malgrado siano smentite da tutti i dati scientifici disponibili) o sugli ancora più presunti “effetti collaterali” che genererebbero, in particolare disturbi dello spettro autistico. Informazione che gode anche di avalli politici (M5S e dintorni).

Ora, non ci interessa qui discutere del valore in sé (sembrerebbe nullo) di queste tesi, ma delle reazioni che irrazionalmente generano.

Perché l’autismo (disturbo psichiatrico che colpisce da 5 a 10 persone ogni 10mila – The Merck Manual, 5^ edizione) spaventa più della poliomelite o della rosolia, fino a spingere un numero crescente di famiglie a non vaccinare i propri figli? Perché queste ultime sono malattie terribili, ma antiche, lontane e ormai dimenticate, in quanto quasi completamente debellate. Per questo le mamme e i papà non se ne preoccupano. Al contrario l’autismo oggi fa paura perché è molto più narrato e “coperto” dai media, rispetto al tetano, al vaiolo o alla difterite.

Eppure, basterebbe far tesoro dei dati per comportarsi nella maniera giusta. Le statistiche della World Health Organization (http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs378/en/) ci dicono che ogni anno le vaccinazioni salvano dai 2 ai 3 milioni di vite umane. E una poderosa letteratura ci ricorda che ad oggi non è stata trovata alcuna correlazione causale tra i cicli di vaccinazioni e l’insorgenza di malattie infantili o “sovraccaricamenti” da parte del sistema immunitario dei bambini (Childhood vaccinations, vaccination timing, and risk of type 1 diabetes mellitus, 2001 – http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11731639).

Lo specifico bias che agisce nel caso delle vaccinazioni è definito base-rate fallacy. Un bias che si manifesta quando, in maniera automatica, ignoriamo un fatto rilevante dal punto di vista statistico a favore di un’asserzione non  corroborata da numeri significativi. Il dato non corretto – quello secondo cui i vaccini sarebbero deleteri – si carica di valore “affettivo” perché viene raccontato con enfasi crescente. Anche se  in termini di validità e affidabilità, cioè dal punto di vista statistico, la sua fallacia resta uguale.

Il risultato del cortocircuito comunicativo è che i genitori dei bambini non vaccinati mettono a rischio i compagni di scuola dei loro figli, oltre che i propri. Fino alle conseguenze paradossali di questi giorni, in cui si parla dell’assurda ricomparsa della pertosse.

In questo come in tanti altri casi, i bias, cavalcati a piacimento da cinici e cialtroni, ci spingono verso comportamenti disadattivi e pericolosi. Combatterli significa una sola cosa, semplice e complessa ad un tempo: si tratta di far funzionare sempre il cervello. Anche, anzi soprattutto, quando si rifiuta di farlo.

(Hanno collaborato Nicolò Scarano e Massimiliano Pennone)

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Che ve frega della Chiesa?

Ma tra tutte le cose fiche ed importanti che si devono e possono, anzi che è imperativo provare a cambiare, delle regole di una istituzione religiosa, ademocratica per definizione, che cazzo ve ne frega?

Cioè, si cambia il mondo cambiando il celibato e il rapporto con l’omosessualità della Santa Romana Chiesa? Si cambia il mondo “per concessione” di qualcuno (e qui, mi dispiace per le foto profilo arcobaleno, non si può anche non pensare alla sentenza della Corte Suprema USA di Giugno, posto che ne sono felice per gli effetti diretti)?

La cinematizzazione di ogni fottutissima questione, anche la più personale, ci dà degli abbagli, delle illusioni facili, che poi in realtà si rivelano un danno enorme per la nostra capacità di comprendere i processi.

Il bene – qualunque concezione di bene abbiate, o aspetto preferiate – si costruisce anche, se non soprattutto, senza eclatanza premeditata.

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Who is Ermanna Cane???

Per 16 ore mi sono divertito a cambiare foto e nome profilo, genere, età, professione, a scrivere slogan e intenzioni politiche che non scriverei mai, a interagire con uno stile che non userei mai, ecc. ecc. ecc..

Il tutto innanzitutto per puro divertimento, e per aggiungere pepe alla finale di #electiondays, a cui ho partecipato progettando col mio team la campagna di questa elegante ma grintosa imprenditrice decisa a conquistare l’Italia nel nome della libertà e della competenza (siamo arrivati terzi su quindici: ottimo).

Da adesso ritorno Nicolò Scarano (forse non nel nome profilo, per il quale dovrò aspettare spero il meno possibile), e posto una foto con l’adorata Corallina, che – caso meraviglioso – ho incontrato all’aeroporto da cui stiamo per tornare nell’amata e odiata Roma.

(Ho contato una cosa tra 40 e 50 contatti che mi hanno rimosso dalle amicizie. Che dire, darwinismo social: persone poco poco curiose 🙂 ).

PS. L’idea è stata dell’enorme Lorenzo Bardia!

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La checklist della sinistra

Da oggi 1 ottobre sono ufficialmente in attesa, ormai quasi esclusivamente per puro interesse politologico, che un gegno di quelli che sanno PERFETTAMENTE come vanno le cose alla sinistra della politica, che si ispirano anche un po’ al leninismo (che, senza alcuna ironia, è una bomba), quelli delle assemblee l’orizzontalità la costruzione del consenso.. Pubblichi una CHECKLIST ACCURATA di procedure – come, dove, quando, perché, con chi -, mi raccomando il più possibile CONDIVISA, da seguire pedissequamente e senza sbavature né SCORCIATOIE (ahhhh già, le scorciatoie) per il raggiungimento della cosiddetta ed agognata “unità a sinistra”. Il partito, il movimento, l’associazione, quello che ve pare, sta a voi gegni definirlo. Io aspetto, intanto magari vado ad un collettivo di SEL a scroccare l’aperitivo.