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Aborro la Nazione

Scusate, ma io aborro la Nazione – qualsiasi – e i suoi simboli vetusti e guerreschi, gli inni a sola voce e le bandiere sventolanti, il cosiddetto ‘patriottismo’. Forse soprattutto quando queste rappresentazioni sembrano l’ultima ‘difesa’.

Non sono ideologicamente contrario un intervento militare, ma il sentimento nazionale è un relitto che noi occidentali cosmopoliti e globalizzati avremmo dovuto già accantonare da un bel po’. Forse cambierò idea, ma tant’è. Vedo scuro.

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Hollande: Diventare un po’ più Putin

Guardate, ragazzi, veramente, in tutta sincerità, mi spaventa chi non prova un minimo di perplessità davanti alla reazione di #Hollande. Provo io stesso una sottile paura, ma le “chiamate alle armi” dettate dalla paura stessa non mi esaltano né rassicurano, mi fanno ancora più paura.

Chiaramente un discorso del genere ora sembrerà naïf o, al contrario, insensibile, ma la sospensione parziale, temporanea (?), di libertà e democrazia di fronte al terrore significa una cosa ben precisa: dar ragione a chi invece ha torto marcio. Rinunciare alla nostra “occidentalità” in funzione di un’emergenza dagli sbiaditissimi confini. Diventare un po’ più Putin per non annuire a Putin.

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I nostri morti, e quelli degli altri

Posto che giustamente i “nostri morti” – parigini, europei, occidentali – ci fanno molto più male, e che sia comprensibile e legittimo che occupino MOOOLTO più spazio mediatico ecc. ecc. ecc., cerchiamo di non arrivare (o tornare) di converso al punto per cui quelli degli altri non contano proprio un cazzo. O che, anzi, gli sta bene così.

Perché? Perché ci siamo detti che volevamo una società globale, ed allora del globo dobbiamo prenderci la responsabilità, il bello e il terribile. Quella di volere pace, democrazia e prosperità per gli altri non è poi già stata una scusa buona per fare guerra in più di una occasione?

La rapidità con cui stiamo ribaltando tesi, controtesi opinioni, verità e menzogna, anche all’interno di una sola mente, è esaltante. I media odierni sono ormai fattore noto, la paura accelera tutto, la confusione fa il resto.

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Gioco e tulipani

Articolo pubblicato su L’Unità del 14.11.2015.

Ascoltate questa storiella. Si svolge grosso modo 400 anni fa in Olanda, ne è protagonista il tulipano. Sì, proprio il bellissimo fiore, simbolo nazionale della Turchia e importato in Europa nel XVI secolo. Intorno alla prima metà del secolo successivo, il mercato del tulipano ebbe un grande sviluppo. L’Olanda già ne produceva e ne esportava molti, ma ad un certo punto il fiore divenne un vero e proprio status symbol. I cittadini cominciarono ad acquistarne in grande quantità, e la conseguenza fu una lievitazione del suo prezzo sui mercati; il passo successivo fu che molti presero ad acquistarne i bulbi, per poi rivenderli dopo qualche settimana ad un prezzo gonfiatissimo. Il valore del prodotto crebbe al punto che cominciò un commercio continuato di “diritti” sui bulbi, prima che fossero dissotterrati. Venivano smerciati, in sostanza, dei floreali future, come sono chiamati oggi i prodotti finanziari basati sulla predizione del loro valore futuro. E tutti erano contenti e arricchiti dai tanti bulbi di tulipano e dai tanti “diritti” certificati dai notai. Finché un brutto giorno – per ragioni abbastanza ignote, forse per paura della peste – un’asta di tulipani nella piazza del mercato di Harleem andò deserta. E a quel punto la bolla scoppiò. Improvvisamente il prezzo dei tulipani crollò, e tutti coloro che ne avevano comprato a prezzi esagerati grandi quantità si ritrovarono improvvisamente poveri, con tanti bei fiori buoni solo per essere piantati nel giardino di casa.Schermata 2015-11-14 alle 12.04.13

Dal 1637 in poi di bolle speculative ne abbiamo viste e vissute tante altre, ultima la grande crisi del 2008 dei mutui subprime. Non abbiamo imparato ad evitarle, ma siamo diventati bravissimi ad addossarle ad altri, in particolare al perfido capitalismo finanziario, inumano e rapace. Dimenticando che a gonfiare le bolle siamo sempre noi, con le nostre speranze e illusioni, con le nostre ingenuità e credulità. In una parola, con le nostre irrazionalità.

Eccola, la parola-chiave: irrazionalità. Smentendo le teorie economiche classiche, gli studi sperimentali del nostro idolo Daniel Kahneman (psicologo e Nobel per l’economia) hanno dimostrato quanto nelle scelte quotidiane che facciamo pesino sentimenti, istinto, desideri veloci e istantanei. Insomma, le famose euristiche, opzioni di default, inesauribili e incontrollate, che orientano il grosso delle nostre azioni.

Non fanno affatto male, le euristiche, perché generano il gioco, l’avventura, il rischio: molle decisive del progresso, oltre che sale della vita. Il “salto nel vuoto” del rischio ha permesso agli esseri umani di cambiare il corso della storia. Siamo andati sulla Luna e abbiamo scoperto la penicillina, per esempio, prendendoci degli evidenti rischi: un nuovo farmaco non può prevedere procedure standard di sicurezza, che arrivano – come è ovvio – ex post, e forse i più anziani ricordano la povera cagnoletta Laika, lanciata nello spazio senza possibilità di ritorno.

Naturalmente, però, una percentuale molto elevata di rischio può produrre più danni che vantaggi. Per questo motivo le euristiche vanno tenute sotto controllo: il rischio va gestito. Il problema è capire come.  Ci aiuta a farlo un altro signore: è Cass Sunstein, teorico del nudge, la scienza dell’architettura delle scelte. Per fare in modo che i cittadini gestiscano il rischio senza provocare danni a se stessi e alla collettività – sostiene Sunstein – si può in molti casi ‘spingerli gentilmente’ verso comportamenti virtuosi.

Prendiamo – per esempio – il gioco d’azzardo, rischio per definizione, oggetto da anni di campagne allarmistiche. Il Parlamento sta discutendo in queste settimane della sua disciplina. Qual è il modo migliore per regolarne gli eccessi? Siamo certi che la strategia più adeguata sia quella del proibizionismo? O – peggio ancora – quella di lasciare all’arbitrio locale la definizione di distanze di sicurezza e tabù urbani (chiese, scuole, ospedali) intorno ai quali è vietato giocare? Queste sono, senza ombra di dubbio, soluzioni ipocrite, deresponsabilizzanti e demonizzanti. Vietare i punti gioco a meno di 500 metri dalle scuole, significa incentivare, nelle periferie, sacche di semilegalità, con conseguenze sociali facilmente immaginabili. Tenerli lontani per legge dai luoghi della socialità ‘virtuosa’ è come condannare i giocatori alla loro patologia e ad un destino da paria. Peraltro i governanti dovrebbero sempre sapere che cercare di nascondere un problema sotto il tappeto significa rimuoverlo, non affrontarlo. E che, quando una cosa ci viene negata, finiamo per considerarla più attraente e appetibile.

Un approccio nudge consiglierebbe, al contrario, di costruire aree deputate al gioco facilmente riconoscibili e immerse nella vita delle comunità. In questo modo si aprirebbe finalmente la strada ad un dibattito aperto e trasparente sul gioco d’azzardo, e probabilmente lo si limiterebbe. Parlarne di più e con serenità aiuterebbe anche a scacciare i tanti bias che si legano alle rappresentazioni dei giocatori (quelli che comunemente chiamiamo stereotipi) e li inchiodano alle loro patologie.

La sostanza è che, in questo come in molti altri casi, le buone politiche del futuro devono avere il coraggio di accettare il rischio come un normale comportamento umano, e abbandonare la fallimentare tentazione di irreggimentarlo.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

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Perché non metto la bandiera francese

Dunque, ragazzi, ci affanniamo giustamente a parlare d’Europa, ci ricordiamo che facciamo parte di un mai così nebuloso “Occidente”, abusiamo di questo “noi” che non si capisce bene chi e cosa includa.

Poi #jesuischarlie, la bandiera greca in faccia a luglio, quella francese. Nous sommes tous francais.. Oggi. Magari anche per un’altra settimana, un mese. Poi di corsa a casa, ad imporci piccoli (non nella misura) egoismi nazionali, a sbattere le porte, a ‘fare i conti’, a covar dentro un perpetuo “cazzi loro”.

Io non metto la bandiera francese, come non misi quella greca, perché credo che il primo sia un problema del cosiddetto Occidente, e che il secondo fosse un problema della cosiddetta Europa.

E sono solo due esempi, anche se a mio avviso legati. Che spiegano l’uno cosa siamo diventati, l’altro cosa non siamo capaci di capire e dunque di affrontare, anche con forza.

Non sono greco, non sono francese, né tantomeno Charlie – un giornaletto che mi fa schifo, e credo che una maschera contingenziale serva solo a ribadire una distanza. Altro che unità.

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Bataclan – Che guerra è questa?

Ieri sera, appena ho saputo, ho pensato e detto: “Cazzo, due settimane fa ero lì”. Provinciale ed autoriferito, ma anche forse ovvio ed automatico. Umano.

Una persona le cui opinioni e sensazioni hanno su di me hanno ultimamente un *certo* peso mi ha subito dopo confessato: “Forse lo abbiamo sottovalutato questo ISIS”. Ha usato ISIS per parlare di qualcosa di più ampio – o ristretto?, difficilissima da definire in termini spaziali, mediatici, militari, ossia il terrorismo islamico. “E forse abbiamo anche sottovalutato anche la distorsione politica che ha in seno l’Islam. Nel nostro tentativo tutto occidentale di comprendere, a volte quasi di giustificare”. Ci penso. Ci penserò. Cercherò di capire.

Dovremmo incominciare però a metterci d’accordo su una questione in particolare. “Siamo in guerra”, ha detto Hollande, e lo stesso stanno ripetendo in molti. Sì, concordo, siamo in guerra, quello di ieri sera è stato di fatto un atto di una guerra, combattuta in modo terribile. Siamo in guerra e lo sapevamo, e noi occidentali non siamo già andati in Siria a fare la pace, ma a fare – comprensibilmente – la guerra: le bombe servono a quello.

Una guerra, dunque, ma di che tipo e contro cosa? Se siamo pienamente nella “clash of civilisations” da molti oggi citata, teorizzata da Huntington – ma se volete anche da Oriana Fallaci, sono ben 1,6 miliardi i nostri nemici. ‘Affetti’ dalla parola dell’Islam e dunque necessariamente tendenti, seppur in modi e tempi molto diversi, alla sopraffazione dell’altro.

Sono nemici gli ultimi talebani nascosti nelle montagne, i sunniti di città e i militanti sciiti dell’ISIS, Kareem Abdul-Jabbar e gli sceicchi, gli integrati proprietari di ristoranti etnici e gli emarginati delle banlieu. Questa è la clash of civilisations, se fatta all’acqua di rose non ha molto senso.

Forse sto esagerando e in parte travisando Huntington, ma tant’è: sarebbe bene uscire da ogni ipocrisia. Se invece siamo in un conflitto pienamente militare, politico, di pura potenza, dobbiamo capire come combatterlo al meglio.

Prima di tutto: chi e/o cosa è il “noi” che sta combattendo questa guerra, lo sappiamo? Poi: è la nostra priorità assoluta combattere e vincere questa guerra? In giornate come questa, giustamente, pare proprio di sì. Di conseguenza, chi ci dà una mano? Qualcuno ci dà una mano, sul piano internazionale? Sono gli interessi subdoli – o il passato, o l’identità – di chi ci dà una mano un problema in questa guerra, o preferiamo comunque la priorità definita sopra? E invece, siamo sicuri di non avere “falsi amici”? Abbiamo compiuto dei terribili errori negli anni passati, e se sì come evitarli? E infine ‘chi’, soprattutto, sono davvero i nostri nemici – per tornare a come ho “descritto” l’ISIS prima – spazialmente, politicamente, economicamente, militarmente?

Sono cose che la gran parte di noi non sa, queste: studiare e capire, ancora, è un dovere storico.

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Le fatal cuffiette

Assorto nella lettura, isolato nell’ascolto shuffled di musica, sui sedili davanti a me un uomo e una donna – età compresa tra i cinquanta ai sessanta, il treno cammina – non corre, no, non me ne voglia il Guccio – verso Roma Termini.

A un certo punto, la donna deve buttare nel contenitore dei rifiuti sotto il finestrino. Ma io, sempre in quello stato di trance di cui sopra, tengo involontariamente bloccato il coperchio del contenitore col mio ingrombante zaino.

Evidentemente mi chiamano un paio di volte, non li sento, per “risvegliarmi” danno una bottarella allo zaino. Vedo la mano tesa della donna a tenere un rifiuto generico, capisco, sposto lo zaino, faccio aprire il contenitore, l’uomo parla, il rifiuto viene accompagnato nell’apposito angolo di treno, tolgo una cuffietta, tendo un’orecchietta:

“Ieri c’è morto un ragazzo sotto al treno perché stava a sentì la musica. Svegliateve”.

Faccio spallucce, mezzo sorrisetto del cazzo, rimetto la cuffietta. “TIÉ”, mi dico, mancano solo le corna. Penso al ragazzo scomparso ascoltando la musica 😦

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Berlinguer e la memoria

L’articolo è stato pubblicato su L’Unità del 07.11.2015.

In un episodio della serie Tv Black Mirror, tutti hanno un chip impiantato dietro l’orecchio. Dalla nascita. Grazie all’aggeggio possono rivivere in qualunque momento il loro passato, recente e lontano, ispezionando minuziosamente avvenimenti e ricordi. Incontri di lavoro, rapporti sentimentali e di amicizia, episodi di vita familiare vengono scarnificati e ricostruiti senza alcun filtro (e senza pietà). Per Liam, protagonista dell’episodio, le conseguenze di questo incessante (e crudele) bagno di realtà  sono drammatiche; la sua vita è sconvolta, al punto che decide, in conclusione, di estirparsi il chip con delle pinze.Schermata 2015-11-07 alle 06.55.32

La nostra memoria (per fortuna?) non funziona così. Non è un videoregistratore. Non conserva per sempre una copia fedele di quello che percepiamo con i sensi, ma elabora, trasforma e distorce gli eventi, attraverso percorsi mentali che cominciano in contemporanea con l’evento e non terminano più. Anche – tanto più – a distanza di decenni. Ogni rievocazione è in realtà una rielaborazione: sul piano fisiologico i ricordi – sappiatelo – sono connessioni sinaptiche che vengono ogni volta ricostruite da zero. Il primo giorno di scuola e il primo bacio, l’importante colloquio di lavoro e quella volta che stavamo morendo dal ridere, il nostro matrimonio come le interminabili e ridondanti riunioni di partito: l’intero film della nostra vita scorre nei ricordi secondo una sceneggiatura che abbiamo costruito nel tempo, e mandiamo in onda al momento. Tagliando le scene che non ci servono. Esaltando quelle che più ci piacciono o ci convengono.

Per esempio – e per entrare in tema – mentre scrivo, di Berlinguer ricordo naturaliter lo sguardo timido e gentile che mi rivolse una volta, prima che lo accompagnassi in piazza Plebiscito a tenere il suo comizio. Ricordo con tenerezza quando estraeva una sigaretta dalla tasca interna della giacca con gesto delicato. Ricordo mia moglie ed io, commossi, al suo funerale. Devo fare uno sforzo, invece, per tornare con la memoria alle incazzatissime discussioni in sezione sul compromesso storico (ma questo dove ci vuole portare?), all’impossibilità di tenere alta l’attenzione durante uno dei suoi pallosissimi discorsi, ai giudizi tranchant dei militanti dopo le (molte) sconfitte, e di (molti) dirigenti di partito nei suoi ultimi anni di vita.

Perché la memoria ci fa questi scherzi? Perché le informazioni che immagazziniamo non le organizziamo solo (o tanto) sulla base dei fatti, ma sulla base della componente emotiva positiva che contengono. La nostra mente, per sua natura, respinge i ricordi spiacevoli, li nasconde in pieghe che illuminiamo solo in condizioni di disagio. La paura, la rabbia, l’ansia che abbiamo provato da bambini prima della recita di Natale, svaniscono nel nulla; tendiamo a fissare soprattutto le sensazioni positive del dopo, gli applausi e i baci dei parenti. Quando poi un ricordo può essere condensato e raffigurato in un magic moment, in un’immagine emblematica, in un racconto forte, allora il ricordo si trasfigura, i contorni fattuali si smarriscono, la realtà diventa mito. Operiamo in quel caso una rosy retrospection, una retrospezione rosea: dal ricordo eliminiamo ogni amarezza e contraddittorietà, per rendere ulteriormente piacevole una rievocazione che sentiamo importante.

Da questo punto di vista, la fine di Berlinguer è – come dire – il racconto ideale. Lo storytelling del suo strazio ebbe – e continua ad avere – una potenza impressionante: il malore sul palco durante un comizio, eroicamente non interrotto; la sua agonia, durata giorni; il viaggio in treno del feretro, lungo tutta l’Italia; Pertini che bacia platealmente la bara durante i funerali straordinariamente partecipati; la testimonianza al lutto di un nemico giurato come Almirante; le prime pagine dell’Unità con la sua bella foto in barca, giacca a vento bianca e capelli scarmigliati. E infine il risultato delle europee, una settimana dopo la morte, che fa del Pci, per la prima e unica volta, il partito più votato d’Italia: la più classica manifestazione dieuristica dell’affettività. Non a caso definita, in campo economico, come avversione alla privazione.

Quel che resta di Berlinguer scolpito nella memoria degli ultracinquantenni (che sono – tenetelo a mente – tra il 20 e il 25% degli italiani; gli under 40 non sanno letteralmente chi sia stato) è questo racconto, non la sua eredità politica. Che, razionalmente, non esiste. Perché il segretario del Pci rappresentava un partito strutturalmente in declino dopo i fasti del ’75-’76, privo di una qualsivoglia, realistica prospettiva politica, legato ad un mondo che andava morendo, e si sarebbe letteralmente dissolto nel giro di qualche anno.

Discuterne oggi è quindi una bella, e riuscita, operazione  editoriale. E il dibattito promosso da De Giovanni ha un indubbio interesse storico e culturale. A patto che si evitino i molti bias in agguato. A partire dall’effetto alone (halo effect) che ha largamente contribuito a mitizzare la figura di Berlinguer, fino all’uso più che discutibile della tecnica del cherry-picking (la scelta selettiva delle ciliegie), in ragione della quale ognuno si impossessa del pezzetto di Berlinguer che gli fa più comodo per giustificare il proprio racconto politico. Un framing retroattivo e fraudolento: uno si prende il Berlinguer del dialogo con i cattolici, un altro si intesta quello della questione morale. C’è chi sceglie l’innovatore, chi il continuista, chi l’ambientalista ante litteram, chi il protoriformista.

Ora, cari amici, abbandonarsi al caldo abbraccio della memoria è legittimo e finanche comprensibile. Ma bisogna difendersi dai suoi inganni, facendo appello al potenziale di ragionevolezza di cui ognuno di noi è dotato. Visto che – per fortuna, o almeno per ora – nessuno ci impianta dei chip dietro le orecchie.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

*Vedete che scherzi fa la memoria. Nel pezzo sostengo che il feretro di Berlinguer attraversò l’Italia in treno. Non è vero. Fu portato a Roma sull’aereo di Stato, così volle Pertini, mi ha corretto Luigi Iodice. Alla mia stramaledetta memoria faceva più piacere ricordare un epico e romantico attraversamento dell’Italia in treno. 

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Ma “succhiacazzi” fa ridere?

Io odio i bacchettoni. C’ho una repulsione proprio greve per i bacchettoni. E sono consapevole che quello che sto per scrivere è un po’ bacchettone. E serioso, e antipatico.

Per bacchettare bene però prima mi devo confessare. E allora sì, sono uso appellare i miei amici maschi ed etero “A frocioooo”, ad esempio quando si scherza o si parla di ragazze che piacciono a me e non piacciono a loro, oppure che non si è riusciti neanche lontanamente a conquistare. Niente di drammatico eh, ma sicuramente la scoria giocosa di un pregiudizio latente.

Oggi, praticamente da qualche ora vanno in giro un paio di link – da Il Post e Rolling Stone – che riportano una dichiarazione come al solito molto diplomatica di uno dei fratelli Gallagher – gli Oasis, per gli ignorantissimi -, stavolta Noel, che blasta gli One Direction con un appellativo in particolare: “Succhiacazzi”.

Lo stanno condividendo un sacco di persone che – ci metto la mano sul fuoco – non hanno niente a che fare con alcun pensiero o atteggiamento omofobo, ma che anzi esprimono quotidianamente posizioni molto più avanzate sui diritti civili di quelle della media.

E che però trovano in “Succhiacazzi” un insulto possibile, legittimo, accettabile, finanche divertente. Perché? A me urta, mi sembra proprio brutto e volgare, per niente ridanciano. Lungi da me rimproverare nessuno, davvero – anche perché chi sono per farlo? -, ma è una cosa che un po’ mi impressiona.

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La sfiducia

Io credo che la sfiducia – di un sindaco, di un governatore, di un esecutivo – sia un istituto politico legittimo, fondamentale, direi sacrosanto. E credo che per una sfiducia non ci sia neanche bisogno di motivazioni politiche così ferree, perché tanto le motivazioni politiche ferree non esistono, esse sempre soggettive sono. (In questo senso, la regola nello Statuto del PD che prevede espulsione automatica in seguito a sfiducia votata nei confronti di un sindaco del Pd è semplicemente idiota).

Ma, molto banalmente, credo anche che l’atto politico spesso anche un po’ drammatico della sfiducia vada attuato nelle istituzioni rappresentative elette per fare – incredibile – proprio questo: “fiduciare”, fare le leggi o amministrare, votare, e sfiduciare. Una roba così lineare, trasparente, normale, i “mandanti” li lascia solo alle ricostruzioni retroscenistiche.

A Roma si è secondo me assistito a un brutto precedente, un po’ pericoloso. Una sfiducia politicamente anche comprensibile, ma esercitata proprio in maniera pessima, con quelle dimissioni di massa dal notaio.

Ora pare che con Crocetta in Sicilia si vada verso un’altra sfiducia. Ottimo, benissimo, ma di grazia la festa potete farla all’Ars, così veniamo anche noi?