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Al gran bar Grillo

Articolo pubblicato su L’Unità del 5.12.2015.

Chiariamo subito. Per quanto si possa presumere/immaginare, il Movimento Cinque Stelle è destinato ad esserci e a rimanerci per un po’, nella politica italiana. Nessuno può sottovalutare il fenomeno: se, per diverse elezioni di seguito (nazionali, locali e sovranazionali), un partito intercetta tra il 25% (2013) e il 16% (2015) dell’elettorato, non potrà certo sparire rapidamente, come per incanto. E non basteranno da soli i giudizi severi (Ferrara e Rondolino sugli altri, viva) contro le posizioni infantili, le incapacità amministrative e la demagogia spicciola del movimento ad eliminarlo dalla scena. Qui però interessa capire altro: cioè come (e se) il movimento grillino viene accompagnato (e aiutato) nel suo percorso dalle più classiche dinamiche della psicologia sociale e da svariati bias comunicativi.

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DON’T BELIEVE THE POLL

Qualche giorno fa un collega mi ha detto: “Quando parli dei sondaggi sembri mia zia Adele: da trenta anni continua a dirmi di smettere di fumare, ogni volta che la vedo. Una lagna, insopportabile e inutile”. E’ vero, non mi rassegno. Tutti sanno che i sondaggi elettorali sono fallaci (e spesso finti); tutti si scandalizzano o sghignazzano per i loro fallimenti; tutti ricominciano a farli, a compulsarli e a interpretarli il giorno dopo il voto. Fatemi provare un’ultima volta a convincervi della loro inattendibilità strutturale.

Date innanzitutto uno sguardo alla tabella. Le montagne russe sono le medie dei sondaggi sul M5S da tre anni a questa parte; i pallini arancione evidenziano gli ultimi sondaggi leciti, quindici giorni prima delle elezioni (quelli segreti, fino agli exit-poll, consegnano di solito ai grillini cifre iperboliche); i quadratini rossi sono i risultati elettorali veri (politiche 2013, europee 2014, regionali 2015).

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Perché queste differenze così marcate tra sondaggi e voti reali? La spiegazione è abbastanza semplice. Come vedete, nel 2013 i grillini vengono testati molto al di sotto (14%) dei voti che prenderanno (25.7%). All’epoca il movimento sta penetrando nella realtà italiana come un fiume carsico, le simpatie per Grillo si sussurrano di bocca in bocca, ma le intenzioni di voto non vengono dichiarate pubblicamente perché non sono sostenute dalla necessaria “riprova sociale”, di cui parleremo dopo (e i sondaggisti non hanno adeguate sequenze storiche per “ponderare” i test). Così accade che il povero Bersani si fida dei poll che tengono a dovuta distanza il M5S, e va a sbattere sul noto, deludente risultato.

Da quel momento il movimento è socialmente sdoganato, e comincia l’impennata dei sondaggi. L’italiano (mediamente 1 intervistato contro 10 rifiuti a rispondere: ricordate sempre che stiamo certificando la morte della scienza statistica) non manifesta più alcun imbarazzo a dichiarare la sua simpatia per Grillo. Che anzi è la più semplice delle dichiarazioni, perché il grillismo è – come è noto – il contenitore ideale di ogni sfogo, delusione o incazzatura: l’antipolitica per definizione. Per cui nei sondaggi il movimento vola. Salvo che, quando si tratta di votare M5S, gli italiani ci pensano un attimo e lo fanno sì, ma in dimensioni assai più contenute. Nel 2014 i voti tanrestano  punti sotto3 punti sotto ai sondaggi (e tenete presente che negli ultimi giorni i famigerati sondaggi segreti danno Grillo incollato a Renzi: finirà, come si sa, 41 a 21). Nelle regionali del 2015 lo scarto aumenta: i grillini vengono sondati, nelle regioni al voto, al 21%; prenderanno il 15.6%.

Ciò detto, posso dismettere i panni di zia Adele, e provare a capire da quali bias discendono queste periodiche catastrofi previsionali.

LA RIPROVA SOCIALE

Robert Cialdini, psicologo americano, ha definito la “riprova sociale” come uno dei 6 principi della comunicazione persuasiva. Consiste in questo. Quando ci capita di dover rispondere ad un intervistatore (nella fattispecie, ad un somministratore di sondaggi), la nostra immediata e principale preoccupazione è fare una dignitosa figura. Ci sforziamo quindi di apparire informati sulle tematiche che ci vengono sottoposte, andiamo in cerca al volo dell’opinione che immaginiamo essere condivisa dalla maggior parte delle persone, e la ripetiamo all’intervistatore.  Se non siamo esperti di politica, ma abbiamo seguito distrattamente qualche talk la sera prima, probabilmente ricicceremo come nostra la posizione prevalente emersa nel dibattito. O, comunque, quella che ci farà sembrare più delle altre “sul pezzo”. Ricorderemo qualche slogan azzeccato, una frase ad effetto, la collegheremo alle cose sentite la mattina al bar o in ufficio: mixeremo il tutto e forniremo una risposta adeguata. Puntando essenzialmente a fare una buona figura, a non apparire distanti da quella che ci appare essere, al momento, l’opinione dominante.

Così, da sondati, finiamo per non scontentare il quasi-sicuro-vincitore Bersani nel 2013 e il Grillo #vinciamonoi nel 2014. Ma nella cabina elettorale – dove di certo non ci vede più Stalin, ma anche entità superiori ci lasciano ormai campo libero – facciamo semplicemente quello che ci sembra più giusto fare. Di norma razionalmente.

IL CARRO DEL VINCITORE

L’esempio simbolo della sfida tra sondaggi e voto, tra conformismo sociale e ragione, è quello delle europee del 2014. Nell’ultimo mese della campagna l’avanzata di Grillo sembra irresistibile. Il Corriere del 9 maggio lo dà “Primo tra i giovani”, scrive a caratteri cubitali in prima pagina.  “Pd Panico Grillo”, titola il Fatto Quotidiano del 14. La Piazza del Popolo semivuota di Renzi viene spammata a più non posso dal #vinciamonoi dei grillini, inzeppati a San Giovanni del giorno di chiusura della campagna elettorale. Il giovane rottamatore, da qualche mese al governo, sembra ingabbiato nella dimensione istituzionale. Sul piano narrativo tutto quadra alla perfezione. Non resta che rispondere nella maniera giusta al sondaggio di turno. Poiché a nessuno piace essere ricordato, sia pure dall’anonimo somministratore, come uno di quelli che “butteranno via il loro voto”, Grillo spopola nelle indagini, ed è premiato dal micidiale bias del bandwagoning (“il salire sul carro dei vincitori”): se tutti stanno andando in quella direzione, se è lì che vanno i vincitori, è bene che ci vada pure io. Salvo poi fare a modo mio quando si tratterà di compiere una scelta che, grazie al segreto dell’urna, salvaguarda la mia reputazione pubblica, ma mi consente una scelta razionale. In fondo è la democrazia, baby.

LA SPIRALE DEL SILENZIO

I bias finora presi in esame nascono da un sentimento fondamentale: la paura di un giudizio negativo da parte degli altri. Non vogliamo passare per ignoranti, perdenti o – peggio ancora – per ignavi (coloro che “mai non fur vivi”, per dirla con un toscano non appartenente ad alcun giglio magico). Sono scenari psicologicamente terribili, che ognuno di noi rigetta. Ma la nostra mente ha altre insondabili risorse cui si affida nei momenti di difficoltà. Così, quando siamo schiacciati dalla paura dell’isolamento e della stigmatizzazione sociale, ci rifugiamo in quella che Elisabeth Noelle-Neumann definisce la spirale del silenzio: se le nostre opinioni sono difformi da quelle esposte dalla (apparente) maggioranza rumorosa, non le abbandoniamo ma ce le teniamo dentro, pronti a manifestarle nell’occasione giusta, quando non ci sentiamo oppressi dal vociare arrogante della massa. Magari non ci sentiremo particolarmente coraggiosi a tenerci dentro i nostri buoni argomenti, ma saggi certamente sì. Anche perché discutere con (apparenti) maggioranze faziose e agguerrite è quasi sempre inutile, oltre che snervante.

LA DE/POLARIZZAZIONE

Provare per credere. Scendete al bar all’angolo, e avviate con amici e avventori una discussione – poniamo – su uno degli ultimi provvedimenti del governo. Vedrete che il bar si dividerà abbastanza rapidamente in due tifoserie: quelli che difendono l’esecutivo e il suo operato contro quelli che invece lo attaccano con veemenza (magari con una prevalenza di questi ultimi, in omaggio al bandwagoning opposizionista dominante). Il fenomeno è tipico e scontato: durante le interazioni di gruppo, l’elaborazione delle informazioni è un processo superficiale e sistematico. È più che altro un’euristica del pensiero. Più la discussione si accende, più le opinioni si estremizzano, e le persone si affidano automaticamente al consenso delle maggioranze, soprattutto se i leader dei diversi campi sono sufficientemente carismatici. Assumiamo acriticamente una delle due posizioni senza interrogarci o impegnarci a trovare un’alternativa, poiché sentiamo l’assoluto bisogno di far parte di uno dei due gruppi e non vogliamo sentirci esclusi. È il bias del pensiero di gruppo, il groupthink, che “annulla” le opinioni personali in favore di quelle estreme ma comuni. Al bar, insomma, siamo molto più impegnati a farci accettare dagli altri che a far funzionare il cervello. Più o meno come quando rispondiamo ad un sondaggio.

E se invece, tra un caffè e un sondaggio, finiamo poi per trovarci (ops!) davanti ad un banchetto (non nel senso della tavola imbandita)? Beh, anche in quel caso è bene fare attenzione alle dinamiche chiuse,  rassicuranti e di gruppo, alle bandiere esposte come vessilli, alla verità un tanto al chilo.  Meglio, molto meglio una bella e sanadepolarizzazione del dibattito, fatta di dialogo, ascolto delle ragioni dell’altro, immersione in un mondo aperto e plurale. Un mondo che vive di comunicazione, non di propaganda. Sarà la depolarizzazione a sconfiggere gli eserciti dei fanatici quando sarà il momento, amici del Pd.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

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Voglio di più. Anzi, di meglio

Ma a voi soddisfa, fa sentire sicuri e fiduciosi nel progresso, un mondo dove certi problemi (forse) si possono risolvere solo se un tizio – geniale, eh, e la cui invenzione viene utilizzata intensamente dal sottoscritto a tutte le ore del giorno – si sveglia bene la mattina perché gli è nata la bambina e allora mette più di 40 miliardi in beneficenza su una fondazione a nome suo e della moglie? Insomma, una cosa tipo “Ci pensano Mark e Priscilla, daje regà” e cover di loro due amorevoli con la piccola Max? A me no, vorrei di più. Anzi, di meglio: la quantità pare ci sia.

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Cameron spacca il Labour? Corbyn spacca i Conservatives – sulla Siria

Il Regno Unito va alla guerra, come al solito, senza una linea precisa, senza sporcarsi troppo le mani, partecipando a questi bombardamenti di cui non si colgono le utilità – vi prego, raccontatecele, oh apologi dell’interventismo sempre e comunque! E per quelli di sinistra che odiano la sinistra, è una sconfitta – mah! – di Jeremy Corbyn, in quanto una settantina (60 a favore, 10 astenuti) di laburisti non hanno votato contro.

Io dico semplicemente questo: non cambi la tradizionale – appunto – politica estera britannica, dall’opposizione, dopo neanche 3 mesi di leadership. Corbyn ha fatto un ottimo e coraggioso discorso (andatelo a riascoltare), e se vale il ragionamento per cui Cameron ha spaccato il Labour, allora vale anche quello per cui Corbyn ha spaccato i Conservatives, di cui una quindicina non hanno votato per l’intervento.

Semplicemente: sarebbe andata così comunque. Poi, se volete, si appunti tutto alla naïveté Corbyniana, ma io sinceramente non capisco davvero di cosa si stia parlando. Secondo il parametro che viene utilizzato, anche Renzi sarebbe un leader di scarso successo perché molto spesso subisce defezioni da una parte più o meno ampia del suo partito: una cazzata, tanto quanto le motivazioni – debolissime – che stanno portando a questo ennesimo insensato e sporco intervento.

È soprattutto un triste giorno.

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Il sistema 2 dell’Italia

Articolo pubblicato su L’Unità del 28.11.2015.

Un nuovo incontro, un fatto inedito, un lieve trauma, un necessario cambio di agenda nella nostra giornata. Oppure la notizia di un incidente aereo, echi di conflitti lontani, un atto di terrorismo, la parola “guerra” che risuona, l’ignoto che ci invade. Qualunque evento imprevisto, piccolo o grande, provoca un terremoto, piccolo o grande, nel nostro “mondo interno”, dove ognuno di noi organizza mentalmente le proprie idee sul “mondo esterno”, disponendole in forma di mappe cognitive, schemi mentali fatti di associazioni che si attivano in determinate condizioni. Questi schemi ci permettono di compiere “senza pensare” la stragrande maggioranza delle nostre azioni quotidiane: non facciamo alcuno sforzo mentale per camminare mettendo un piede davanti all’altro o per guidare quando procediamo spediti su un’autostrada poco trafficata. In questi e altri mille casi, per dirla con Daniel Kahneman, è il nostro sistema 1 ad agire: quello delle euristiche, degli automatismi.

Quando la situazione si fa più complessa, quando entrano in scena elementi ignoti agli schemi ordinari, a quel punto il sistema 1 da solo non ce la fa: deve intervenire a sostegno il sistema 2, quello della razionalizzazione. Se troviamo un ostacolo lungo il cammino, o se in autostrada avvertiamo uno strano rumore provenire dal motore, il sistema 2 valuta la situazione nuova e si regola di conseguenza: schivando l’ostacolo, chiedendoci di concentrarci sulla guida.

La nostra mente è in grado, di fronte a problemi crescenti, di fornire risposte sempre più articolate, sofisticate e complesse, soprattutto adottando, in situazioni mutevoli e poco prevedibili, una struttura flessibile di pensiero. “Think outside the box” (“Pensare fuori dagli schemi”), come ci dice la scienza delle organizzazioni. Gli errori nascono, invece, quando rispondiamo ad eventi nuovi e sconosciuti in modo rigido, replicando i nostri classici modelli di comportamento. È da qui che nascono pregiudizi e paure: quando non affrontiamo razionalmente i cambiamenti, risparmiando energie e risorse; non solo quelle fisiche ed economiche, ma anche le risorse indispensabili all’elaborazione e alla messa in discussione delle nostre risposte euristiche. Tra le quali ce n’è una tipica che definirei “euristica della reazione”: volgarmente potremmo tradurla nel vecchio adagio “occhio per occhio, dente per dente”.

Non è certo questo il senso della coalizione contro il terrore che – Hollande in testa – si cerca faticosamente di costruire in questi giorni, con il coinvolgimento crescente dei partner europei: la Germania di Angela Merkel, che metterà a disposizione risorse militari in Mali così come in Siria; il Regno Unito, come sua tradizione già pronto a bombardare al fianco della Francia. Ma è abbastanza evidente che – mentre è molto forte la reazione viscerale di ognuno di noi di fronte alla bestialità terrorista – al momento la strategia razionale anti-Isis è ancora seriamente lacunosa.

In questo scenario confuso e delicato, l’Italia non appare tra i paesi più impegnati nella “risposta di forza” (pur essendo la nazione europea più impegnata sui vari fronti di guerra, con più di 6000 soldati); e questo atteggiamento genera crescenti critiche dei polemisti col ditino alzato e dei teorici dello “scontro di civiltà”. I più pigri tra i commentatori ricorrono all’argomento trito e ritrito della politica estera italiana “eternamente andreottiana”, per motivare i passi felpati di Renzi, facendo finta di non comprendere i mutamenti radicali dello scenario mondiale e del ruolo dell’Italia al suo interno.

A leggere le cose con maggiore serenità, risulta chiaro invece che nel nuovo sistema multipolare cautela e razionalità sono ingredienti decisivi. Attivare il sistema 2, insomma: di fronte all’ignoto, vanno cercate (e trovate) nuove risposte. Prudenza non significa paura, ma saggezza.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

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I 500€: come moltiplicarli

Eccola un’idea per il buono da 500€: comprarci libri, CD e biglietti, aggratis, e poi contrabbandarli a massimo metà del prezzo di listino. Più moltiplicatore di reddito e consumi di così non si può. E senza che l’ammontare di cultura dapprima acquistata venga dispersa, ma solo redistribuita, magari verso poveri vecchi tipo i 24enni! E infine oh: imprenditoria giovanile.

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Salah, l’occidentale

Ma non pensate che la fuga artistica, quasi cinematografica, di Salah, la difesa disperata della sua stessa vita anche dopo un atto che secondo la sua religione avrebbe dovuto dargli la santità, sia poi un sacco ‘occidentale’? Almeno secondo gli stereotipi più in voga, insomma. Di una parte come dell’altra.

Ma insomma, perché non si fa esplodere in un centro commerciale ‘sto Salah? O non si procura una pistola e spara a qualche poliziotto? O produce un’arma chimica col detersivo per i piatti? Che vive a fare? Che fine ha fatto la cieca furia ideologica?

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Islam, Giubileo, Vaticano, e libertà di stampa

Un simpatico cortocircuito.

  • L’islamismo in format terroristico è una minaccia per il mondo occidentale. – Il Giubileo è uno dei possibili maggiori obiettivi del terrorismo islamista.
  • Qualcuno chiede che il Giubileo non si faccia, ma l’opinione che va per la maggiore è: “Non farlo = darla vinta al terrore”. – Il Giubileo è stato proclamato dal Papa, Re dello Stato del Vaticano.
  • Lo Stato del Vaticano sta processando duramente due giornalisti di un altro paese, un paese occidentale, per la scrittura di due libri.

Praticamente l’Occidente, che a detta di alcuni è fondato sul cristianesimo, vede nella manifestazione massima del cristianesimo stesso un simbolo importante del “non piegarsi” al terrore islamista.

Ma chi proclama la manifestazione che verrà con forza difesa dall’Occidente – il Giubileo – agisce, processando due giornalisti occidentali e dunque liberi, con la stessa, o molto simile, logica oscurantista e illiberale che anima l’islamismo da cui l’Occidente si sente minacciato. Che tocca fa’?

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Appunti sul momento zero dei media

Articolo pubblicato su L’Unità del 21.11.2015.

Venerdì 13 novembre, alle 21.30, mi trovo negli studi de La7 per partecipare a “Bersaglio mobile”. Alle prime notizie da Parigi, Enrico Mentana parte con lo speciale Tg che durerà fino a notte tarda. Dietro le quinte, Peter Gomez ed io ci diciamo che la serata rimarrà visivamente scolpita nella nostra memoria (proprio nel senso del “dove mi trovavo quando…”), come è avvenuto a tutti noi in occasione di analoghi, tragici avvenimenti (nel mio caso il rapimento di Moro, il terremoto dell’80, la morte di Falcone, l’11 settembre sono i primi eventi che mi vengono in mente).Schermata 2015-11-21 alle 08.54.39

Possiamo definirli come dei veri e propri “momenti zero”. Li ricordiamo perché legati a un’informazione che sopraggiunge all’improvviso e si inserisce con prepotenza nei nostri schemi mentali, monopolizzando l’agenda dei temi salienti nella nostra memoria per le settimane successive. Ricordi dotati di una fortissima carica affettiva e capaci di generare svariati bias.

LA SEMPLIFICAZIONE DELLE EMOZIONI
Come è evidente, in casi del genere l’emozione che più immediatamente ci prende è la paura. Nel caso degli attentati di venerdì scorso, la paura di vivere personalmente o da vicino qualcosa di simile a quello che è accaduto a Parigi. La paura di non saper individuare i potenziali pericoli, o di non distinguerli dal resto del rumore della vita quotidiana. Un macro-bias alimentato dalle espressioni-chiave della narrazione mediatica che prende corpo: il “terrore islamico”, lo “stato di emergenza” e – soprattutto – il “siamo in guerra”, tre paroline scandite e ripetute ossessivamente (anche in versione domanda-tormentone, dalla Gruber lunedì sera ad Otto e Mezzo: “Siamo in guerra? Dopo la pubblicità”). E’ di fronte a questa paura che perdiamo di vista le domande importanti e vere “(Come è possibile che sia successa una cosa del genere?”, “Da dove nasce questa emergenza?”, “Come capire ed affrontare il terrorismo?”) per sostituirle con altre, meno complesse e più immediate (“Come posso proteggermi?”; “Chi mi fa paura?”; “Chi è il nemico?” e “Come lo anniento?”). Con l’illusione di potere fornire una pronta risposta, come per colmare un vuoto insopportabile.

LE TIFOSERIE VINCONO IN TV
Grazie a questa semplificazione, ognuno può darsi risposte rassicuranti e rispecchiarsi in quelle del prossimo, a maggior ragione se similmente incompetente. Il fenomeno viene esaltato dalle Tv, nei giorni successivi agli attentati. Può apparire paradossale, ma quando (martedì 17, ad Otto e Mezzo) appaiono esperti come il generale Arpino o Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, gli ascolti calano sensibilmente (dal 1.600mila del giorno prima a 1.270mila); mentre Quinta Colonna, programma con target e ospiti popolar-populisti, acquista, nella puntata post-Parigi, ben 500mila spettatori in più. La via di mezzo, che tiene in equilibrio il minimo sindacale di approfondimento con le pulsioni della pancia, è rappresentata dall’invasione degli schermi da parte dei politici. Da sabato 14 a giovedì 19 (nei soli talk show serali delle 7 reti generaliste, ed escludendo Tg e speciali vari) entrano in scena, oltre a 22 giornalisti, ben 30 (trenta!) politici e solo 8 esperti. Eppure si parla di temi altamente specialistici, che richiedono elevate conoscenze specifiche, in campo strategico, militare, diplomatico e della sicurezza. Il dibattito pubblico va così incontro alle esigenze di rassicurazione delle tifoserie, più che soffermarsi su un’analisi attenta di quanto è avvenuto. Mentre in Francia, almeno nei primi giorni, non solo i politici fanno fronte comune contro il nemico senza perdersi in polemiche di bottega, ma quasi non si vedono in Tv: il grosso dello spazio è riservato ad opinionisti e persone competenti.

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GLI SPALTI FINTI DELLE PERIFERIE
Quando poi le telecamere escono dagli studi, ci si sposta tra gli ultras delle periferie segnate dal degrado. Quinta Colonna va in una rosticceria siriana di Centocelle, e mette in scena un tentato (presunto) assalto (non ripreso dalla Tv) di un centro sociale, non si capisce contro chi e che cosa. Ballarò affronta l’hinterland milanese, dove c’è disagio, anche se pare non abbia nulla a che fare con l’Islam. La Gabbia torna nel luogo-cult di Torpignattara, trovandoci soltanto residenti incazzati e ragazzini immigrati di seconda generazione. Stop. Nessun fucile, nessuna bomba, nessun terrorista. E quasi nessun musulmano. Ma – nel contesto dato – spaccio, sporcizia e disservizi si trasformano facilmente nel brodo primordiale da cui nascono le cellule dell’ISIS. Ogni periferia è potenzialmente una banlieue, anche se sulla Casilina i musulmani residenti cadono dalle nuvole se gli si parla dei loro omologhi francesi.

I BIAS DELL’OMOGENEITA’
La Tv italiana – più che mai cruciale veicolo dell’informazione mainstream, dal ‘momento zero’ in poi – finisce quindi per assecondare e vellicare le nostre paure, favorendo la tendenza spontanea di tutti noi a definire gruppi sociali nei quali includerci per sentirci più al sicuro (ingroup), che ha come inevitabile pendant la costruzione di un outgroup, di cui fanno parte tutti gli altri. Per definizione, ingroup e outgroup sono soggetti ai cosiddetti bias di favoritismo o sfavoritismo, in base ai quali gli “altri” sono sempre più cattivi o meno bravi di “noi”. Provate a ripensare al racconto dei media di questi giorni di tragedia, e a come in particolare si manifesti il bias dell’omogeneità dell’outgroup. Appena sbarcato tra noi, un extraterrestre che accendesse oggi la Tv, individuerebbe senza ombra di dubbio i musulmani  in quanto tali come pericolosi terroristi. Lo dicono implicitamente, o lo lasciano intendere, gli ospiti dei talk in prima serata, raccoglitori e interpreti di stereotipi privi di ogni elaborazione. L’inesorabile confronto quotidiano tra l’ubiquo Salvini e il rappresentante di qualche comunità islamica si presenta strutturalmente asimmetrico: da una parte c’è il nostro consolidato e pacifico modello di vita in giacca e cravatta aggredito fin dentro casa, dall’altra un nemico fisicamente assente ma “idealmente” rappresentato da un suo succedaneo, rigorosamente con barba, magari con velo se donna. Emblematica, in questo senso, la violenta e interminabile “gag” tra Santanché, Zaia e il giovane musulmano accusato di non mostrarsi abbastanza scosso dai fatti di Parigi. “Condanna! Condanna! Condanna!” diventa un urlo virale anche sui social network, e la scena si ripete pressocché identica dopo la mezzanotte di giovedì sera, con gli acuti di Mario Giordano a Piazza Pulita rivolti ad alcune giovani musulmane di Roma. Insomma, un’incessante narrazione a senso unico che prevede solo il “noi” e “gli altri”, con un ovvio vincitore.

L’ILLUSIONE DI CAUSALITÀ
In alcuni servizi, poi, saltano gli schemi della ragione, proprio come i palinsesti, e si costruiscono indimostrabili correlazioni di causalità: a Ballarò il vicepresidente di Federalberghi denuncia, con tanto di foglio Excel tra le mani, un basso numero di prenotazioni per i primi giorni del Giubileo. Il dato viene fatto passare, di default, come una conseguenza degli attentati di Parigi. Analogo servizio, fatto quindici giorni fa, avrebbe magari attribuito il dato preoccupante alla caduta di Marino. E forse, un mese fa, responsabile sarebbe stata la sua presenza.
Non va meglio quando si analizza l’impatto degli attacchi con metodi cosiddetti scientifici. Il sondaggio di Alessandra Ghisleri per Ballarò, non andato in onda per motivi di tempo e raccontato dall’Huffington Post, registra un calo di preferenze per il PD e un aumento di consensi per il M5S. La tesi è che i dati dipendano dalle diverse reazioni dei leader (assenti, peraltro, nel caso dei grillini) agli attacchi di Parigi. Anche in questo caso si confonde una banale correlazione, dovuta ad un numero infinito di variabili politiche, con una causalità.

LA (NOTA) INATTENDIBILITA’ DEI SONDAGGI
A proposito di sondaggi. Non potevano certo mancare, in questi giorni. Anche se la prima regola, per ogni ricerca che si rispetti, sarebbe quella di “far depositare la polvere”. Cioè attendere, in particolare dopo un evento significativo, che le opinioni si sedimentino: solo a queste condizioni un sondaggio può avere un minimo di attendibilità. Le domande da bar sottoposte ai cittadini in questi giorni hanno invece un puro valore mediatico: non aggiungono nulla di nuovo a quanto già sappiamo parlando con chi ci serve il caffè. E sono scientificamente non fondate. Demopolis, per esempio, lavora tra il 16 e il 18 novembre su un campione di 1000 persone (lo 0,0016% degli italiani), chiedendo loro dei timori circa un attacco terroristico nel proprio comune. Anche un bambino capisce che, in un sondaggio sulle città,  1000 sondati – ponderati in maniera adeguata – non possono essere un campione rappresentativo del territorio italiano e dei suoi oltre 8000 comuni. Sempre tra il 16 e il 18 novembre, Demos&Pi chiede ai nostri poveri concittadini che opinione hanno di determinate religioni, se vogliono più sicurezza e se temono nuovi attentati. Domande palesemente scontate o assurde, cui rispondono 1010 eroi, mentre altri 9970 (oltre il 90% degli interpellati) si rifiutano di rispondere al questionario. Disintermediandosi da soli, vivaddio.

LA DISINTERMEDIAZIONE DEL TERRORE
La disintermediazione è anche una forte componente nella narrazione mediatica del terrore. Da più di un anno e mezzo i media ripubblicano per intero dichiarazioni presunte “ufficiali” dell’ISIS, estratte perlopiù da un social media difficilmente monitorabile – soprattutto da giornalisti pigri – come Twitter. Così come viene pigramente diffuso il loro materiale di propaganda: i loro terribili (veri??) video, le graficucce ornate di scimitarre e bandiere nere, i loro “prossimi obiettivi” – che poi sono le solite quattro città e monumenti, i più prevedibili e scontati. La disintermediazione vale anche sul fronte opposto: in condizione di ‘guerra’, sono le fonti più vicine quelle su cui fare cieco affidamento. Ad esempio, mezz’ora dopo il primo raid francese su Raqqa – inevitabilmente più intenso di quello delle scorse settimane – già veniamo a sapere, imboccati dalla comunicazione ufficiale dell’aviazione, che “non ci sono vittime civili”. Un calcolo impossibile da fare in così poco tempo, eppure spacciato per oro colato. Con l’aumentare del conflitto, il problema delle fonti, della paternità delle informazioni, diventa un fattore fondamentale da gestire, ma in maniera intelligente, per non finire con il fare favori a Daesh.

LO SPAZIO IMPAZZITO DEL WEB
Gli attentati, nella loro prolungata, tragica teatralità, non favoriscono il luogo principe della disintermediazione, il web. Il pubblico chiede realtà, la vuole servita calda, ne cerca almeno l’illusione, e mentre la Tv detta i tempi  dell’evento in real time – breaking – ritrovando centralità con le interminabili dirette televisive, la rete appare una maionese impazzita. Totalmente inaffidabile, incapace di orientare, di fare agenda, e tantomeno di dare risposte: il racconto degli eventi sembra non avere ordine logico, né temporale. Disorienta, proprio quando abbiamo bisogno di bussole. I social media, soprattutto, tendono in momenti concitati ad essere fuorvianti e fonti di svariate ‘bufale’, oltre che di analisi improvvisate e irrazionali. Ci pensa Le Monde, poche ore dopo l’attentato, a svelare la bufala-web più clamorosa: un fantomatico raid di rappresaglia al campo profughi di Calais, fortunatamente mai avvenuto. Seguono le critiche sulle foto-profilo di Facebook con i colori della bandiera francese e le conseguenti sfiancanti polemiche sull’imparzialità del gigante social, come sul presunto slacktivism conformista che lo pervade. E poi il caos su Salah – ancora ricercato – e la fantomatica Seat nera nei pressi di Torino. Infine, quando il terrore si materializza nei luoghi e delle città che viviamo quotidianamente, arrivano i falsi allarmi – su cui ieri si è espresso giustamente Renzi – magari retwittati direttamente dai passeggeri della metro A. Non servono a niente i messaggi dell’account ufficiale dell’Atac per sentirci rassicurati:  alla fine riaccendiamo sempre la Tv, anche in streaming dal computer.Schermata 2015-11-20 alle 20.38.20

LA PARADOSSALE RIVINCITA DEI QUOTIDIANI
Infine. Esonerati dall’antico e ormai inattuabile obbligo “istituzionale” di scovare notizie, scavalcati dalle breaking news delle Tv, al riparo dalle bufale del web smentite dopo un amen, la vera notizia della settimana post-Parigi è che i quotidiani rifiatano. Chiamati a discernere, a selezionare, ad analizzare, tornano finalmente al racconto ampio, al reportage, all’inchiesta. Approfondiscono, ospitano interviste di qualità. Magari fanno di necessità virtù, ma è certo che ritrovano uno spazio. Ed è un fatto che – mentre i bagliori delle Tv tendono a calare di intensità – dopo una settimana i maggiori quotidiani continuano a tenere sveglia l’attenzione sulle cause profonde del fenomeno jihadista, mettendo in campo opinioni anche molto diverse tra loro. Compiono in fondo un onesto disvelamento di tutte le nostre incertezze di fronte all’inedito. Un modo per tenere svegli i nostri cervelli, solitamente spenti di fronte all’oppressione delle cronache politiche nostrane, al momento relegate nelle poche righe che meritano. (Naturalmente, perché la buona stagione prosegua, non c’è da augurarsi nuovo terrore. Si possono fare bene anche in tempi di pace, i nostri amati giornali).

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

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L’Isis ha 42 milioni di supporter?

L’ISIS – anzi, il Daesh: incominciamo a chiamare le cose con il loro nome – avrebbe 42 milioni di sostenitori nel mondo arabo.

Come si è giunti a questa stima?

  • Hanno preso un sondaggio per 11 paesi arabi su 22 (Iraq, Siria, Palestina, Tunisia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati, Yemen, Giordano, Libia e Libano: ossia i più devastati), ognuno svolto da agenzie diverse – talune indigene, altre occidentali, altre non governative – e quindi con tutta probabilità con metodi diversi e domande diverse.
  • Hanno trasformato quella percentuale in un numero di persone basato sulla popolazione totale di ogni paese (compresi neonati, bambini, donne – scusate il cinismo, dicono tutti che la loro opinione non conta molto, ma spero davvero di sbagliarmi – e vecchi rincoglioniti!), e poi hanno fatto la somma.
  • Hanno corretto questa cifra con i “sondaggi più pessimistici” e aggiunto i rispondenti che hanno un’opinione “in qualche modo” positiva dello Stato Islamico, arrivando così a più di 24 milioni.

Infine, obrobrio degli obrobri, hanno preso quella percentuale già ampiamente falsata e l’hanno applicata anche ai restanti 11 paesi arabi di cui non si hanno ancora dati di alcun tipo, arrivando così a 42 milioni.

Scommetto non so cosa che questo “dato” verrà ripreso entro poche ore, o domani, da qualche giornale italiano.

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La guerra e l’Occidente diviso

L’Occidente ancora drammaticamente diviso.

Ma chi si è “diviso” prima, in maniera netta, con una accelerazione spaventosa – seppur comprensibilissima, issando la bandiera, costringendo gli altri a risposte non condivise e, pertanto, non accomunate da alcuna possibile linea, né coerente né uniforme?

Hollande vuole trascinare l’Europa – in primis l’Europa, piuttosto che la Nato – alla guerra, con una decisione unilaterale a cui dire NO, ASPETTA sembra codardia: un atteggiamento scorretto, anche se – ripeto – comprensibile.

Ma in guerra contro chi, cosa, dove, e a difesa di cos’altro? Nostra? L’unica difesa possibile, da profano, mi pare uno sforzo di intelligence comune e comunitario – come chiesto da Verhofstadt, il controllo ferreo sui movimenti delle armi – soprattutto – e degli uomini.

Il bombardamento indiscriminato di ‘non si capisce bene cosa’ potrebbe non scoraggiare i “lupi” che abbiamo già in casa, semmai fomentarli ulteriormente. OPPURE – come suggerisce Il Foglio – si tratta davvero di mettere i “boots on the ground”, ma tutti insieme e preparando l’opinione pubblica a un conflitto stile Vietnam – ma anche Iraq o Afghanistan – e a un dopo ancora peggiore, con perdite indefinite e imprevedibili: l’Europa è nella condizione politica di fare ciò? Non mi pare.