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Perché Zalone non va a Sanremo?

Quella di Zalone che non va a Sanremo è una paraculata e un danno.

Paraculata perché potrebbe andare gratis. E invece sceglie di ingolosire il pubblico, di rendersi “prezioso”. Per fare più soldi dopo, con film, spettacoli, e via dicendo.

Vabbe’, ci può stare, si dirà: puro marketing e character building. Ma non mi venite a raccontare la storia del “senso civico”, di grazia.

Un danno perché, allo stesso tempo, contribuisce ad affermare il concetto che il personaggio di spettacolo, anche il più bravo e popolare di tutti, non vada pagato. O meglio, che se lo possano permettere solo dei privati che in cambio dovranno (giustamente!) guadagnarci.

Perché in fondo il ‘varietà’ è una cosa da poco, che non richiede preparazione, che fa ‘solo’ ridere: una specie di lusso, non un servizio pubblico.

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La terra dei bias

Di “Terra dei fuochi” si torna a parlare periodicamente. Spesso non perché ci sforni notizie nuove, ma perché – tocca dirlo con crudezza – funziona molto bene come brand. Al punto che l’espressione è diventata una confusa e contraddittoria voce di Wikipedia, primaria fonte di consultazione per tutti gli ignoranti della terra, a partire da chi scrive. Il sito descrive la “Terra dei fuochi” come un’area (peraltro mai precisamente individuata) a ridosso tra le province di Napoli e Caserta, “oggetto dal 1970 di sversamenti di rifiuti industriali, rifiuti tossici e nucleari” (c’è scritto proprio “rifiuti nucleari”: lo aveva garantito un pentito di camorra, anche se nessun rifiuto del genere è mai stato trovato). In quest’area i roghi di rifiuti industriali “sono responsabili di un alto tasso di tumori che hanno colpito soprattutto giovani donne, al seno e alla tiroide, e bambini”, dice sempre Wikipedia, ma senza specificare a quali (peraltro discusse e discutibili) indagini scientifiche si faccia riferimento. Così come il titolo in evidenza “Inquinamento dei prodotti agroalimentari” oscura la notizia dell’esito positivo dei test sulla mitica mozzarella di bufala, né ci si occupa di ricordare che le diossine sprigionate in una sola notte di Capodanno a Napoli producono più danni dei roghi. E così via.

Lo psicologo Robert Cialdini definisce il “principio di autorità” come una delle 6 regole base della comunicazione persuasiva. Come è logico, la forza persuasiva di un messaggio cresce quanto più ne risulta autorevole la fonte, in quanto ritenuta vera e inattaccabile. Ne è sì un esempio Wikipedia, che tuttavia come abbiamo visto non è purtroppo scevro da castronerie, ma è un concetto che possiamo verificare costantemente quando andiamo ad apprezzare le performance degli ormai autorevoli e seguitissimi leader degli attivisti e dei comitati del territorio, tra cui si contano diversi candidati alle scorse elezioni regionali campane. E tra i quali non sfigurano neanche le vesti sacerdotali: “Se lo dice il prete, dev’essere vero. Se lo fa durante il funerale di uno dei giovani morti di leucemia, è PER FORZA vero”.

E’ così che le azioni del brand “Terra dei fuochi” crescono. Ed esso è talmente efficace da divenire quindi un potentissimo talismano, un magnete che attira a sé una serie di altre questioni capitali – tutte serissime, questo è fuor di dubbio – che non hanno però un nesso diretto con la verità dei fatti. Un buco nero che inghiotte molto, se non tutto, e che trasforma i roghi in fuochi fatui, e la Terra in un reame delle finte causalità. Esempio: molte autorevoli ricerche condotte sulle presunte zone contaminate, come lo studio SENTIERI aggiornato a maggio 2014, si concludono asserendo che non vi sono prove che malattie e problemi di salute siano causati dai crimini ambientali. E gli stessi ricercatori che si stanno occupando degli screening sul campo rintracciano soltanto correlazioni, mettendoci in guardia dall’omonimo bias di cui abbiamo già parlato altre volte: “Succede sempre così, tutte le volte siamo costretti a ribadire che questo studio non permette di individuare un rapporto di causa-effetto tra salute e ambiente”, ha dichiarato la dottoressa Musmeci, coautrice del rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità.

Una correlazione, ricordiamolo, non è una causalità, ma un concetto che per la nostra mente è molto più semplice da afferrare e immagazzinare, e che proprio per questo si propaga in maniera virale. È qui che la vicenda si fa estremamente delicata: le tragedie che avvengono in quella terra maledetta si fanno color del fuoco, per effetto della correlazione forzata che passa di bocca in bocca dai cittadini sino alla politica, inevitabilmente passando da mezzi di comunicazione più o meno affidabili. Diventa allora impossibile capire di cosa parliamo quando evochiamo il brand “Terra dei fuochi”: si tratta di un disastro organizzato a tavolino dai governi o del prodotto del malcostume dei cittadini? Cos’è un rifiuto tossico? E uno speciale? E che ruolo ha avuto la camorra in tutta questa storia? Il buco nero inghiotte anche la questione delle ecoballe, un altro gigantesco problema irrisolto che con “i fuochi” non c’entra nulla e che invece evidenzia un’enorme responsabilità politica: la paura atavica di una “bestia” impopolare come l’inceneritore. Quello a cui spesso si oppongono le stesse persone che manifestano contro i roghi.

Vi sono enormi questioni in sospeso, e la scienza può aiutarci a venirne a capo. La scienza che va avanti per deduzioni e la scienza a sua volta confutabile, ma solo e soltanto da dati e sperimentazioni. La scienza che, attraverso i dati dello studio di cui sopra, ci racconta di aree del nostro Paese aree inquinate quanto e come la Terra dei Fuochi (Taranto e Porto Marghera, per fare solo due esempi). La scienza che, attraverso un impegno comune a perseguire la razionalità, può permetterci di non cadere nei tranelli dei bias. Anche – o soprattutto – se questo significa andare contro l’opinione comune.

Raccogliere dati, nella maniera corretta, mettendo insieme cifre e informazioni. Individuare con precisione le zone di indagine per le rilevazione, senza confondere luoghi e diverse problematiche. Verificare le informazioni in uscita: come è possibile che sul banco delle prove torni uno studio di quasi due anni fa, come quello resuscitato pochi giorni fa dal deputato M5S Nugnes, e che si replichi ancora una volta tutto il teatrino che suscitò quando venne presentato per la prima volta? E preservare infine la valutazione scientifica, parte terza e non influenzabile, evitando che un professore di veterinaria qualsiasi – poi smentito dalla senatrice a vita Cattaneo – possa truccare i risultati delle sue ricerche, pur di attaccare i mangimi OGM.

I fuochi della Terra esistono, sono una ferita dolorosa. Possono essere spenti solo se si incomincia una volta per tutte, e senza interessi laterali, a conoscerli davvero, assieme ai mali che provocano. Ce l’avete presente, Sun Tzu, l’arte della guerra?  

@PENN0NE
@nicoloscarano

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“Ah, già, sono quelli dell’ISIS”

ALERT Non è detto che ogni attentato ora sia necessariamente dell’ISIS.

E anche se dagli stessi viene rivendicato, non trattasi di garanzia che sia stato ordinato da un’entità centrale di nome ISIS.

Credere che sia così ci semplifica la vita, o meglio: rende la tragedia ormai quotidiana un po’ più “comprensibile”.

“Ah, già, sono quelli dell’ISIS”.

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Quarto, M5S e Pd: “Rossi e neri tutti uguali”

31 maggio 2015, Quarto, provincia di Napoli. Con 955 preferenze, Giovanni De Robbio è il candidato al Consiglio Comunale più votato nella lista del Movimento Cinque Stelle, che porterà due settimane dopo Rosa Capuozzo a stravincere il ballottaggio per la carica di sindaco con più del 70% dei voti. 955 preferenze che, almeno secondo le accuse della Direzione Distrettuale Antimafia, il consigliere Giovanni De Robbio utilizzerà con scaltrezza e inattesa abilità, almeno per un neofita della politica quale un neo-amministratore dei Cinque Stelle dovrebbe essere. Il succo della vicenda è questo, e non vi ci soffermeremo oltre: De Robbio avrebbe utilizzato l’immagine aerea dell’abuso edilizio perpetrato anni orsono dal sindaco del suo stesso schieramento per minacciare la stessa Capuozzo e favorire l’assegnazione di un appalto ad affiliati del clan Polverino. Assolutamente niente di nuovo sotto al sole, si riconoscerà non senza un grado di amarezza.

Eppure la vicenda assume proporzioni politiche di un certo livello, e viene incardinata nel battagliare continuo – l’unico possibile, e ormai quasi stucchevole – tra il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle. Un rimpallarsi di accuse e “pretese di chiarimento” da una parte all’altra della barricata, con i democratici nell’insolito ruolo di paladini dell’onestà dopo mesi di dignitosa difesa dai continui attacchi giustizialisti dei pentastellati. L’occasione è ghiotta per tornare finalmente, dopo qualche tempo, a poter “fare la morale”. Anche dai banchi del governo della gran parte delle amministrazioni del Paese, oltre che del Paese stesso. Bisogna tuttavia chiedersi: è una scelta che premia, quella di ostentare e pretendere purezza dal grillismo, che proprio sulla purezza ha plasmato la propria fragile e fallace cifra politica?

La nostra società è ancora grosso modo governata dal sistema 1, quello dei pregiudizi e delle decisioni facili. Ed è una società che si fonda su enormi generalizzazioni: politici tutti corrotti, poliziotti tutti “bastardi”, imprenditori tutti “sfruttatori”, dipendenti pubblici tutti “nullafacenti”. Poter generalizzare significa poter giudicare con minor attenzione, ed usare minor attenzione vuol dire vedere meno sfumature, considerare meno eccezioni. Per il nostro cervello, in questo modo, le informazioni sono molto più facili da processare, le decisioni e i giudizi decisamente più rapidi da adottare. Ecco il perché di acronimi come ACAB (All Cops Are Bastards), ed ecco perché una buona parte degli italiani ha, a un certo punto e senza appello, associato i simboli dei partiti a una corruttela senza soluzione di continuità. “Rossi e neri tutti uguali”, si sintetizzava con un certo stile qui:

E’ su questo umanissimo errore che un gruppo come il Movimento Cinque Stelle può sopravvivere, basandosi sull’asserzione che tutti i suoi aderenti siano moralmente integerrimi e concretamente incorruttibili. Una caratteristica che li distinguerebbe da tutte le altre formazioni politiche molto più di una semplice “questione morale” di berlingueriana memoria. Una differenza antropologica piuttosto, l’autoinnalzamento dei propri iscritti e ‘portavoce’ – ancor prima delle proprie politiche – ad un piano superiore, dove le malefatte e il magna magna non solo non vengono permessi, ma  neanche si affacciano, perché “vengono fermate prima”. È il classico bias della superiorità dell’ingroup: la convinzione di appartenere ad un gruppo di persone per qualche motivo “migliore” di tutti gli altri funge da insostituibile collante. Uno stratagemma cognitivo del nostro sistema 1 che serve a mantenere stabile la nostra identità di gruppo di fronte alle incertezze, alle difficoltà, alla mancanza di obiettivi concreti: “Noi, almeno siamo onesti”. Un bias che quasi mai vive da solo, ma in simbiosi con quello dell’omogeneità dell’outgroup, e cioè degli “gli altri”, che sono tutti uguali. Tutti corrotti, collusi e disonesti.

Giovanni De Robbio, a prescindere dalla sua possibile colpevolezza di fronte alla legge, è già il responsabile di un terribile misfatto: aver portato il Movimento Cinque Stelle alla realtà. Aver ‘svegliato’ – ricordate appunto una delle parole d’ordine di Beppe Grillo? “Svegliaaaaa” – i fedeli dalla dolce illusione dell’eterna purezza. Uno shock già enorme di per sé, a cui non servirebbe aggiungere altro. Il Pd ha invece, attraverso la voce di alcuni dei suoi esponenti più importanti, scelto di infierire. Forse per recuperare la “verginità” perduta, per ritornare in quella posizione di alterità che l’era Berlusconi aveva in qualche modo permesso? Bisogna fare attenzione: così si rischia di trattare sé stessi e gli altri come ciò che non si è, soggetti in grado di non sbagliare mai, di essere integri e omogenei, di non aver neanche una parte “infetta”. Di cadere in quello stesso bias – quello dell’attribuzione del gruppo – da cui i grillini non riescono proprio ad uscire e che ci fa credere che le azioni e le parole di uno siano rappresentative anche di tutti gli altri. Un modo facile e veloce per dare modo al M5S di rinfacciare Mafia Capitale, le decine di amministrazioni di centrosinistra sciolte per infiltrazione mafiosa, gli scandaletti vari che riempiono i fondi di giornale. Ci permettiamo un consiglio non richiesto: ai grillini, invece di fare la morale, bisognerebbe dire: “Benvenuti nella realtà, benvenuti nella politica. Che è sangue, e merda, e capacità di governo. Quella che noi abbiamo, e voi pare proprio di no”.

@PENN0NE
@nicoloscarano

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Bono degli U2, un pericolo per l’umanità

Ecco, per dire, facendo zapping sono capitato su XXX con Vin Diesel: una tamarrata incredibile, stomachevole, machista, recitata in maniera sconfortante. Anche solo spizzandolo, ho resistito poco.

Allora ho girato su Sky Arte e stanno mandando uno show totalitario degli U2 che ha tutta l’aria d’essere uno smielato discorso alla nazione di qualche capo di stato amatissimo dalla critica. Ma la cosa peggiore è che quando Bono ordina cose tipo “Alzate le mani alla forza dell’innocenza e dell’esperienza.. PIÙ IN ALTO!!!”.. la voce è tradotta in italiano. Pare un messaggio in diretta del Divino. Teribbile. Io credo francamente che persone come Paul David Hewson siano davvero pericolose per l’umanità intera.

Poi dite, ma Aldo Giovanni e Giacomo, stamattina, in “Tre uomini e una gamba”, erano un’oasi.

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Zalone: L’autoironia che ci salva

Con l’aiuto del brevissimo commento su Fb di Riccardo Bocca credo di aver capito perché agli italiani piace tanto un arci-italiano, pure terrone, politicamente scorretto, iconoclasta e dissacrante, capace di impersonare – ma solo impersonare, con enorme intelligenza e cultura, sì, cultura – perfettamente il bieco egoismo maschilista del nostro concittadino medio. E il motivo è che l’italiano è autoironico, profondamente. E questa è l’unica dote innata capace di redimerlo dalla sua diffusa mediocrità pressappochista, dal continuo dileggio da parte del resto dei “civilizzati”, dalla rassegnazione endemica che gioca sì a far la depressa, ma in fondo – appunto – gioca e basta. È l’autoironia che ci salva, a noi italiani. E basta. E con questo, su Checco Zalone, ho chiuso davvero. Fino al prossimo film.

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Propositi per il 2016

{Live from InterSonno 700 Taranto-Roma, Propositi 2016}:

  • Amare ❤ (vabbe’ questo non è esattamente un “proposito”, occhei occhei)
  • Dimagrire (ah ah ah), scrivere (anche qualcosa di più lungo)
  • Viaggiare
  • LEGGERE (cazzo!)
  • Capire meglio che lavoro faccio e farò
  • Tornare (forse) pazzo (ancora?) per la politica, ascoltare buona musica
  • Smetterla con quello che non mi va più
  • Farsi pagare (se capita) un altro po’ di studi
  • Suonare (why not!?)

Guardare sempre un po’ più in là.

(Ho messo davvero “dimagrire” per secondo LOL!?)

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Il tabù del denaro

Articolo pubblicato su L’Unità del 19.12.2015

Questo giornale – sì, proprio questo giornale – pubblicò  il cosiddetto “listino di borsa”, per la prima volta, il 1° ottobre del 1985: tre colonne, senza commento, nelle pagine dell’economia. Pochissimo spazio rispetto agli altri giornali, molto se si considera che in quegli anni il Pci discuteva se bisognasse oppure no “fuoriuscire dal capitalismo”. La novità provocò sconcerto tra i militanti: ricordo accese discussioni nelle sezioni sull’opportunità della scelta. La sinistra del XX secolo era legata ad un’idea quantitativa, produttivistica e materiale dell’accumulazione della ricchezza. Il denaro era il fattore corruttivo che si inseriva nella dialettica tra lavoro e capitale, generando il famigerato plusvalore. Doveva essere reinvestito solo nella  produzione di nuove merci: l’idea che, “in quanto tale”, potesse generare ricchezza, era considerata blasfema, malgrado già  tutti frequentassimo la nostra filiale bancaria per controllare i tassi di interesse che ci venivano concessi.  Per quella sinistra la finanza era il nemico giurato, parassitario: l’”alleanza tra produttori”, con l’obiettivo del mitologico “nuovo modello di sviluppo”, di certo non comprendeva banche e banchieri.

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A sinistra è cambiato (quasi) tutto, da trent’anni a questa parte. Ma l’idea che la finanza “in quanto tale” sia la parte malvagia del capitalismo, si è paradossalmente  rafforzata ed estesa, ben al di là della sinistra. Ormai è la società intera ad essere spaventata dalla rivoluzione della globalizzazione che non ha prodotto regole cogenti per i capitali, dai comportamenti arroganti delle merchant bank, dall’esplosione di prodotti finanziari discutibili, dall’assenza di controlli efficaci. Si spiega anche così il fenomeno M5S: gli stessi attacchi alla casta, le recriminazioni per i vitalizi, gli infiniti dibattiti sugli stipendi dei politici, hanno sempre al centro i “soldi” e il loro destino, opaco, oscuro e gravido di sospetti.

Borsa UnitàStoricamente, noi italiani siamo abbastanza incapaci di parlare apertamente e con serenità dei soldi: di quanti se ne guadagnano, di quanti se ne muovono. Mentre siamo molto propensi al voyeurismo nelle tasche altrui, pretendiamo l’emissione di scontrini ma in genere per il vicino, siamo capaci di gioire per i blitz a Cortina o finanche per lo schianto in Porsche del miliardario di turno (perché l’invidia sociale non fa certo difetto, dalle nostre parti). Sentimenti assai diffusi che fanno leva, oltretutto, su atavici tabù del cattolicesimo. Francesco d’Assisi definì il denaro “sterco del diavolo”, ben prima che Papa Francesco puntasse il dito contro il “dio denaro” (mentre i protestanti lo hanno sempre benedetto come occasione per praticare l’elemosina).

I soldi e le evocazioni tenebrose di un vasto insieme di parole – banche, investimenti, finanza, borsa, spread, interessi, bond, tassi, azioni, debito, mutui, obbligazioni subordinate, assicurazioni, fondi pensione, liquidazione – suscitano un automatico riflesso di repulsione e sospetto, e vengono tutte ricondotte alla categoria macro del “vil denaro”. Un automatismo che trova fondamento anche nella scienza: diverse ricerche di psicologia sociale hanno dimostrato come sia diffusa la tendenza ad attribuire interamente la colpa di ogni ingiustizia sociale ad un indistinto, mostruoso “sistema”, senza alcuno sforzo di analisi o di distinzione. Provate a parlare con un grillino, per credere.

E’ il bias del system blame, per il quale povertà, disuguaglianze, conflitti, dipendono sempre e unicamente da cause esterne, abnormi, praticamente immodificabili, e – in buona sostanza – assolvono il singolo dall’esercizio della volontà e dall’azione personale. Il locus of control – il luogo dove ognuno di noi colloca le responsabilità degli eventi – lo sistemiamo comodamente all’esterno di noi stessi.

Il fenomeno si manifesta spesso quando si parla di denaro, banche, sistema creditizio che – in questo schema – diventano snodi e ingranaggi dell’implacabile “sistema”, e si trasformano in simboli del system blame, di una sfiducia fatale e irrimediabile. Esito paradossale per un mezzo di scambio – il denaro – che, nella notte dei tempi, fonda la sua stessa origine su un inedito e clamoroso atto di fiducia. Che è quello di affidare ad un semplice oggetto il valore assegnatogli durante lo scambio, con la possibilità di riutilizzarlo, con lo stesso valore, in seguito. L’inizio di quel circuito di fiducia che attiviamo quando depositiamo i nostri risparmi in banca, o anche quando discorriamo con serenità del meritato aumento dei nostri redditi. Fiducia in una convenzione, fiducia in uno scambio simbolico tra persone, fattore essenziale della socializzazione e della civilizzazione del genere umano. Fiducia in un sistema riconosciuto da tutti. Che però, naturalmente, non va tradita.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)

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Chi ride con Zalone

Comunque ieri prima che cominciasse Star Wars hanno trasmesso dei mini-trailer di Quo Vado ?, il nuovo film di Checco Zalone. Vedendoli ho ridacchiato di gusto, e il ragazzetto davanti a me si è la prima volta girato dandomi un’occhiataccia, e la seconda volta ha rivolto al padre che lo accompagnava un disgustato “No words”

Evidentemente uno che ridacchia con Zalone non può capire l’inglese, ma purtroppo non c’è stata una terza occasione per sghignazzargli direttamente sulla nuca.

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Perché funziona la Leopolda

Articolo pubblicato su L’Unità del 12.12.2015.

Il tema della settimana è abbastanza  obbligato: quali bias comunicativi (ormai sappiamo di cosa parliamo: pregiudizi, luoghi comuni, stereotipi, errori sistematici dei media) si scatenano intorno ad una manifestazione come la Leopolda?

Partiamo dalla classica euristica dell’affettività, scorciatoia mentale che scatta quando la componente emotiva oscura la nostra capacità di giudicare razionalmente un evento. Nel nostro caso, impedisce di mettere a fuoco i contenuti della manifestazione, quantomeno separandoli dal (legittimo) giudizio su chi l’organizza e perché. Ogni anno, nel circuito mediatico, le ragionevoli domande “di che cosa si sta discutendo alla Leopolda?” o “ci sono nuove proposte e idee?” vengono sostituite dalla semplificatoria “che cosa penso di Matteo Renzi?”. Passano così in cavalleria interventi, tavoli di lavoro, proposte (spesso anche obiettivamente interessanti e innnovative) e l’attenzione si sposta sulla salute politica di chi la Leopolda l’ha creata. Quest’anno è più forte o più debole? E i suoi avversari? Sono nell’angolo o stanno per farlo fuori? Il tutto non sulla base di valutazioni razionali, ma semplicemente esaltando la coppia de panza simpatia/antipatia.Schermata 2015-12-12 alle 07.37.33

La seconda, tipica euristica in azione è quella della rappresentatività, che scatta quando valutiamo un oggetto/evento basandoci sulle caratteristiche tipiche della categoria a cui appartiene, ignorando le informazioni specifiche che ne fanno un oggetto/evento affatto diverso. Nel caso della Leopolda, la rappresentatività è data dallo stereotipo convegno/congresso politico, in cui la kermesse fiorentina viene inevitabilmente catalogata. Poiché il sistema non riesce a decodificarla diversamente, deve farla rientrare in un polveroso framegià scritto, quello dei lunghi interventi, delle ospitate, della relazione finale del segretario, delle correnti, delle trame di corridoio. In assenza di queste vecchie certezze, l’esercito di cronisti della Leopolda finisce per andare in cerca dimeme – il “gettone nell’iPhone”, la Vespa sul palco, le canzoni di Jovanotti – che riempiano i quotidiani del giorno dopo, e lavora sugli invitati top, i ministri e gli scrittori (quest’anno si portano molto gli sportivi), nella spasmodica attesa di una battuta (soprattutto di una gaffe) buona per i titoli.

Come vedete, parliamo di euristiche scontate. Forse per questo invincibili, nella loro semplicità: non si può pretendere che il sistema mediatico si riconfiguri da solo, né che i contenuti della Leopolda vincano sull’inevitabile apparato comunicativo di contorno. Ma il punto è che non lo vuole Renzi: lui stesso ha più volte spiegato come politica, contenuti e comunicazione siano indissolubilmente legati nel suo modello di leadership, che proprio nello scenario della Leopolda ha preso il volo, e dove Renzi ha sempre sconfitto le euristiche andando loro incontro, aggirandone i tranelli, prendendole per le corna. Guidandole nella direzione voluta, invece che andandoci a rimorchio. Evitando così di farsene fagocitare.

E’ questa l’essenza del famoso storytelling in salsa renziana. Che vi sarà pure venuto a noia per come lo si infila dappertutto, ma da cui non si può prescindere. Chi ce ne ha descritto apocalitticamente il funzionamento – Christian Salmon – alla fine condanna tutti i politici della nuova era all’“autodivoramento” mediatico. Renzi (finora)  è in “fuga dal destino” attraverso quel mantra chiamato disintermediazione. Di cui la Leopolda è, più di ogni altro, luogo topico.

Tagliando le cose con l’accetta, la disintermediazione può avvenire in modalità diretta o indiretta. La prima prevede una comunicazione che riesca ad evitare ogni parete distorcente: il faccia a faccia, il discorso dal vivo, i social media. Renzi sa fare disintermediazione diretta, sia “live” che in rete, sostenuto e amplificato da un fitto network di simpatizzanti fortemente motivati, che fa proprio il pensiero del leader e – come si dice in gergo – lo “retwitta”. Ma c’è poi l’altro livello della disintermediazione da considerare, che fa la sua forza reale. Ed è la capacità di “anticipare” le dinamiche sdrucciolevoli della comunicazione, riempiendo i contenitori mediatici di contenuti coerenti, nella sostanza e nella forma, con i mezzi cui sono rivolti. Il risultato e che i media finiscono per veicolare con naturalezza ciò che lui stesso vuole che passi al pubblico. Senza eccedere in enfasi, è produzione di egemonia. Così la Leopolda, che è la casa di Renzi,  si conficca nella carne viva dello storytellingdella politica italiana, ne diventa “centro di gravità permanente”. “Detta l’agenda”, come si dice. Non solo lungo i suoi tre giorni di vita, ma per un periodo più lungo, prima e dopo l’evento. Gli altri devono inseguire, se vogliono avere qualche chance di inserirsi nel flusso: lo fa Bersani nel 2010 con un’assemblea nazionale dei circoli, lo fanno i sindacati nel 2014 con la manifestazione contro il Jobs Act, lo fa oggi la minoranza del Pd in un incontro a Roma.

Eppure anche la disintermediazione, fine a se stessa, rischierebbe di servire a poco, se non facesse leva su un concetto-chiave, su una tensione costante. Finora il leitmotiv simbolico, sempre ricorrente alla Leopolda, è stato il futuro. Basta dare un’occhiata agli slogan dell’escalation renziana nel corso degli anni. Dalla prima edizione (“Prossima Fermata Italia”), che esplora da Firenze il mondo circostante e getta il seme della scalata nazionale, al “Big Bang” del 2011, esplosione dell’universo renziano, che comincia ad espandersi non più come fenomeno locale e di provincia. E poi lungo le successive edizioni. “Il meglio deve ancora venire”, “Diamo un nome al futuro”, “Il futuro è solo l’inizio”: il topos è lo stesso, le sfumature sono nella declinazione. Quest’anno c’è un cambio di passo, in qualche misura obbligato: nessun titolo più de “La terra degli uomini” potrebbe rappresentare meglio il presente; nessun logo più del mondo che abitiamo potrebbe meglio descrivere le tensioni e le incertezze dell’attualità. Il punto è che, se la Leopolda si ferma anche solo per un attimo a inquadrare il presente, può smarrire se stessa, perdere appeal, forza e capacità di dettare agende. Nulla può farle male quanto l’ingresso nel loop stanco dell’intermediazione. Faccia dunque i conti con la complessa concretezza della quotidianità da affrontare, ma mantenga sempre un punto di vista dissacrante, autonomo, sfidante. Sappia sempre stupire: questo ci si attende domani mattina da chi se l’è inventata.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)