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Quarto, M5S e Pd: “Rossi e neri tutti uguali”

31 maggio 2015, Quarto, provincia di Napoli. Con 955 preferenze, Giovanni De Robbio è il candidato al Consiglio Comunale più votato nella lista del Movimento Cinque Stelle, che porterà due settimane dopo Rosa Capuozzo a stravincere il ballottaggio per la carica di sindaco con più del 70% dei voti. 955 preferenze che, almeno secondo le accuse della Direzione Distrettuale Antimafia, il consigliere Giovanni De Robbio utilizzerà con scaltrezza e inattesa abilità, almeno per un neofita della politica quale un neo-amministratore dei Cinque Stelle dovrebbe essere. Il succo della vicenda è questo, e non vi ci soffermeremo oltre: De Robbio avrebbe utilizzato l’immagine aerea dell’abuso edilizio perpetrato anni orsono dal sindaco del suo stesso schieramento per minacciare la stessa Capuozzo e favorire l’assegnazione di un appalto ad affiliati del clan Polverino. Assolutamente niente di nuovo sotto al sole, si riconoscerà non senza un grado di amarezza.

Eppure la vicenda assume proporzioni politiche di un certo livello, e viene incardinata nel battagliare continuo – l’unico possibile, e ormai quasi stucchevole – tra il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle. Un rimpallarsi di accuse e “pretese di chiarimento” da una parte all’altra della barricata, con i democratici nell’insolito ruolo di paladini dell’onestà dopo mesi di dignitosa difesa dai continui attacchi giustizialisti dei pentastellati. L’occasione è ghiotta per tornare finalmente, dopo qualche tempo, a poter “fare la morale”. Anche dai banchi del governo della gran parte delle amministrazioni del Paese, oltre che del Paese stesso. Bisogna tuttavia chiedersi: è una scelta che premia, quella di ostentare e pretendere purezza dal grillismo, che proprio sulla purezza ha plasmato la propria fragile e fallace cifra politica?

La nostra società è ancora grosso modo governata dal sistema 1, quello dei pregiudizi e delle decisioni facili. Ed è una società che si fonda su enormi generalizzazioni: politici tutti corrotti, poliziotti tutti “bastardi”, imprenditori tutti “sfruttatori”, dipendenti pubblici tutti “nullafacenti”. Poter generalizzare significa poter giudicare con minor attenzione, ed usare minor attenzione vuol dire vedere meno sfumature, considerare meno eccezioni. Per il nostro cervello, in questo modo, le informazioni sono molto più facili da processare, le decisioni e i giudizi decisamente più rapidi da adottare. Ecco il perché di acronimi come ACAB (All Cops Are Bastards), ed ecco perché una buona parte degli italiani ha, a un certo punto e senza appello, associato i simboli dei partiti a una corruttela senza soluzione di continuità. “Rossi e neri tutti uguali”, si sintetizzava con un certo stile qui:

E’ su questo umanissimo errore che un gruppo come il Movimento Cinque Stelle può sopravvivere, basandosi sull’asserzione che tutti i suoi aderenti siano moralmente integerrimi e concretamente incorruttibili. Una caratteristica che li distinguerebbe da tutte le altre formazioni politiche molto più di una semplice “questione morale” di berlingueriana memoria. Una differenza antropologica piuttosto, l’autoinnalzamento dei propri iscritti e ‘portavoce’ – ancor prima delle proprie politiche – ad un piano superiore, dove le malefatte e il magna magna non solo non vengono permessi, ma  neanche si affacciano, perché “vengono fermate prima”. È il classico bias della superiorità dell’ingroup: la convinzione di appartenere ad un gruppo di persone per qualche motivo “migliore” di tutti gli altri funge da insostituibile collante. Uno stratagemma cognitivo del nostro sistema 1 che serve a mantenere stabile la nostra identità di gruppo di fronte alle incertezze, alle difficoltà, alla mancanza di obiettivi concreti: “Noi, almeno siamo onesti”. Un bias che quasi mai vive da solo, ma in simbiosi con quello dell’omogeneità dell’outgroup, e cioè degli “gli altri”, che sono tutti uguali. Tutti corrotti, collusi e disonesti.

Giovanni De Robbio, a prescindere dalla sua possibile colpevolezza di fronte alla legge, è già il responsabile di un terribile misfatto: aver portato il Movimento Cinque Stelle alla realtà. Aver ‘svegliato’ – ricordate appunto una delle parole d’ordine di Beppe Grillo? “Svegliaaaaa” – i fedeli dalla dolce illusione dell’eterna purezza. Uno shock già enorme di per sé, a cui non servirebbe aggiungere altro. Il Pd ha invece, attraverso la voce di alcuni dei suoi esponenti più importanti, scelto di infierire. Forse per recuperare la “verginità” perduta, per ritornare in quella posizione di alterità che l’era Berlusconi aveva in qualche modo permesso? Bisogna fare attenzione: così si rischia di trattare sé stessi e gli altri come ciò che non si è, soggetti in grado di non sbagliare mai, di essere integri e omogenei, di non aver neanche una parte “infetta”. Di cadere in quello stesso bias – quello dell’attribuzione del gruppo – da cui i grillini non riescono proprio ad uscire e che ci fa credere che le azioni e le parole di uno siano rappresentative anche di tutti gli altri. Un modo facile e veloce per dare modo al M5S di rinfacciare Mafia Capitale, le decine di amministrazioni di centrosinistra sciolte per infiltrazione mafiosa, gli scandaletti vari che riempiono i fondi di giornale. Ci permettiamo un consiglio non richiesto: ai grillini, invece di fare la morale, bisognerebbe dire: “Benvenuti nella realtà, benvenuti nella politica. Che è sangue, e merda, e capacità di governo. Quella che noi abbiamo, e voi pare proprio di no”.

@PENN0NE
@nicoloscarano

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