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Blair dà di matto

Uno dei più grandi leader politici della storia britannica sta dando di matto perché un quieto signore della sua età rischia di vincere il congresso del fu suo partito mandando in soffitta (dopo “solo” vent’anni, incredibile) quella che era la sua visione del mondo. Il congresso del Labour si svolge con una votazione a cui ci si può iscrivere solo fino a un mese prima (ieri), ma nonostante ciò uno degli argomenti principali contro la cavalcata del “pericoloso socialista” Corbyn è quello che riguarda gli “entristi”, cioè i presunti movimentisti (terrore!) iscrittisi al partito solo per votare il suddetto. Pensate l’isteria del fallimentare stato maggiore Labour nel caso di un’apertissima primaria all’italiana. Dai, sollevatevi, non c’è solo il Pd.

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Aurora, Instagram, XFactor, meritoeccelentsa

Mi spizzo l’Instagram di Aurora e devo dire che alla fine è simpatica. Poi si chiama come si chiama quindi Sky avrà fatto le sue valutazioni.

E infine non capisco se è, per la generazione nata tra il ’90 e il 2000, la striscia giornaliera di XFactor -e a chi viene assegnata- qualcosa per cui indignarsi o lontanamente organizzare una protesta o una lotta.

È indecente, si dirà, che una “figlia di”, senza alcun merito apparente, sia stata scelta così, quando ci sono tante ragazze che cercano di sfondare nel mondo dello spettacolo, o che cercano di fare le conduttrici.

Ma chi “tenta” di fare la conduttrice? C’è un cursus honorum, una laurea in, una carriera da seguire, una gavetta prestabilita? Quanti posti da conduttrice ci sono all’anno? Quale facoltà bisogna frequentare, a parte quella “della vita”? Ma che c’era una gara pubblica per la striscia giornaliera di XFactor? C’erano state delle audizioni -e anche se fosse-? Non capisco.

Aurora Ramazzotti ha tanti followers su Instagram perché è figlia di e perché posta cose semi-decenti in cui talvolta fa mostra della sua naturalezza in video, punto. Per Sky, assieme alla già citata fortuna d’appertenere a quella famiglia, è più che abbastanza.

Merito eccelentsa? Non sarà merito eccelentsa a salvarci, né -allo stesso tempo- questa faccenda ne decreta alcun tipo di morte. Dovremmo imparare ad osservare questi fenomeni, accettarli, digerirli, in maniera più laica e matura. Ma sto forse facendo del benaltrismo?

Nicolò Scarano
@nicoloscarano

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Terence Hill

Sono capitato sulla fiction di Terence Hill, quella in cui lui è una guardia forestale e ovviamente ci stanno anche la polizia,le belle attricette e i paesanotti. Volevo stroncarla, poi ho visto che Terence Hill spiegava tutte cose di alpinismo e arrampicata tipo cos’è il carbonato di magnesio, che il maresciallo dei carabinieri si prodigava nello specificare la differenza tra fermo cautelare e arresto e che un forestale pigliava e menava un ceffo per questioni amorose così, in prime time, con tanto di (moderato) spargimento di sangue. Poi gli stacchi tra una scena e l’altra con le panoramiche accelerate sulle dolomiti e il lupetto ferito nel bosco: bomba
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Note sparse, disordinate, banali, per una sinistra globale

Non ho capito, com’è che li volete bloccare? Coi cani?
I nostalgici del “piccolo mondo antico” se ne devono fare una ragione. Processi così grandi non si fermano, come non si ferma il vento.

E allora forse -avviso: scriverò delle banalità-, invece di fare la guerra tra poveri, dovremmo incominciare a pensare a come ottenere -non chiedere, OTTENERE- condizioni migliori per tutti.

Pensiamo ai braccianti che, al meglio ci lasciano la schiena, al peggio la pelle, nel nostro Meridione: lavorano 12 ore al giorno, a 2 o 3 euro l’ora, ovviamente in nero. Sareste disposti a lavorare a quelle condizioni? Ma soprattutto: perché quelle condizioni, chi decide quelle condizioni, e chi viene danneggiato da chi decide quelle condizioni, a parte -ovviamente- chi le subisce direttamente? Ma allora con chi bisogna prendersela?

Altra questione trita e ritrita: perché permettiamo la libertà totale della circolazione di merci e capitali, e non di quella degli uomini? No, non farò l’apologeta dell’antilibbberismo, ma pensiamo solo a cosa vogliono i conservatori di tutto il mondo, non per ultimi quelli del governo Cameron: un settore finanziario sostanzialmente non regolato, capace di veicolare “ricchezza” (ma per chi?) a velocità inimmaginabili, e, allo stesso tempo, i cani a Calais, all’uscita dell’Eurotunnel.

Contraddizioni violentissime, puramente ideologiche. E sono solo due esempi, se vogliamo infinitesimali.

A sinistra ci si sta ricordando della “nazione”, si fanno gli occhi dolci alla “destra sovranista”. Passiamo dal conformismo acritico verso l’attuale costituzione dell’Unione Europea a un rivolgimento tutto ombelicale, regressivo, egoistico, ottocentesco? Dio ce ne scampi e liberi.

La via è apertura coperativa, non un ritorno alla chiusura scontrosa. La via è più libertà -per tutti-, non più conservazione. Una libertà che sappia “regolare” sé stessa, una libertà che non danneggi quella degli altri, soprattutto quella dei più deboli. Una libertà che sappia aiutare più che assistere, che sappia accompagnare tirando fuori il meglio da ognuno ed ogni cosa. Una libertà che lasci iniziativa senza permettere alcuna forma di ferocia, neanche subdola o a bassa intensità.

La sinistra che verrà o è globale o non è. O è libera o non è. O è radicale o non è. Ed essere “globali”, intendiamoci, non vuol dire arrendersi alle attuali (non)regole della globalizzazione, o a richiedere un po’ “more of the same”, o a mettere le pezze ad inarrestabili spirali viziose, a cui una certa subalternità ha solo dato il là senza colpo ferire.

“Sinistra globale” vuol dire riconoscere come uguale chi uguale non sembra. Vuol dire saper individuare quali sono le lotte del XXI secolo e con chi combatterle, dall’operaio cinese che fa due ore di fila per prendere il bus alle cinque di mattina e lavorare 10 ore senza sosta, al giovane congolese che cammina per due ore all’andata e due ore al ritorno per dare speranza e prospettiva alla propria esistenza con qualche ora di educazione quotidiana. Fino agli esuberi e agli esodi di casa nostra, sì. Problemi troppo differenti e distanti, si dirà: essere globali significa essere profondamente ambiziosi, sapendo stare nell’esistente che non piace per incidervi con radicalità.

“Sinistra globale” significa proporre, ma soprattutto saper attuare soluzioni estremamente innovative, dominare la tecnologia, le immagini e la parola, saper cambiare paradigma. Inaugurare nuovi mondi, aprire tracce mai tentate prima. Lottare contro le rendite, i conformismi, i “così è perchè così deve essere”, rottamare il grande peccato della banalità.

To be continued?

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Note sparse, disordinate, banali e retoriche, per una sinistra globale

Non ho capito, com’è che li volete bloccare? Coi cani? I nostalgici del “piccolo mondo antico” se ne devono fare una ragione. Processi così grandi non si fermano, come non si ferma il vento. E allora forse – avviso: scriverò delle banalità, invece di fare la guerra tra poveri, dovremmo incominciare a pensare a come ottenere – non chiedere, OTTENERE – condizioni migliori per tutti.

Pensiamo ai braccianti che, al meglio ci lasciano la schiena, al peggio la pelle, nel nostro Meridione: lavorano 12 ore al giorno, a 2 o 3 euro l’ora, ovviamente in nero. Sareste disposti a lavorare a quelle condizioni? Ma soprattutto: perché quelle condizioni, chi decide quelle condizioni, e chi viene danneggiato da chi decide quelle condizioni, a parte – ovviamente – chi le subisce direttamente?

Ma allora con chi bisogna prendersela? Altra questione trita e ritrita: perché permettiamo la libertà totale della circolazione di merci e capitali, e non di quella degli uomini? No, non farò l’apologeta dell’antilibbberismo, ma pensiamo solo a cosa vogliono i conservatori di tutto il mondo, non per ultimi quelli del governo Cameron: un settore finanziario sostanzialmente non regolato, capace di veicolare “ricchezza” (ma per chi?) a velocità inimmaginabili, e, allo stesso tempo, i cani a Calais, all’uscita dell’Eurotunnel. Contraddizioni violentissime, puramente ideologiche. E sono solo due esempi, se vogliamo infinitesimali. A sinistra ci si sta ricordando della “nazione”, si fanno gli occhi dolci alla “destra sovranista”. Passiamo dal conformismo acritico verso l’attuale costituzione dell’Unione Europea a un rivolgimento tutto ombelicale, regressivo, egoistico, ottocentesco? Dio ce ne scampi e liberi.

La via è apertura coperativa, non un ritorno alla chiusura scontrosa. La via è più libertà – per tutti, non più conservazione. Una libertà che sappia “regolare” sé stessa, una libertà che non danneggi quella degli altri, soprattutto quella dei più deboli. Una libertà che sappia aiutare più che assistere, che sappia accompagnare tirando fuori il meglio da ognuno ed ogni cosa. Una libertà che lasci iniziativa senza permettere alcuna forma di ferocia, neanche subdola o a bassa intensità.

La sinistra che verrà o è globale o non è. O è libera o non è. O è radicale o non è. Ed essere “globali”, intendiamoci, non vuol dire arrendersi alle attuali (non)regole della globalizzazione, o a richiedere un po’ “more of the same”, o a mettere le pezze ad inarrestabili spirali viziose, a cui una certa subalternità ha solo dato il là senza colpo ferire. “Sinistra globale” vuol dire riconoscere come uguale chi uguale non sembra. Vuol dire saper individuare quali sono le lotte del XXI secolo e con chi combatterle, dall’operaio cinese che fa due ore di fila per prendere il bus alle cinque di mattina e lavorare 10 ore senza sosta, al giovane congolese che cammina per due ore all’andata e due ore al ritorno per dare speranza e prospettiva alla propria esistenza con qualche ora di educazione quotidiana. Fino agli esuberi e agli esodi di casa nostra, sì.

Problemi troppo differenti e distanti, si dirà: essere globali significa essere profondamente ambiziosi, sapendo stare nell’esistente che non piace per incidervi con radicalità. “Sinistra globale” significa proporre, ma soprattutto saper attuare soluzioni estremamente innovative, dominare la tecnologia, le immagini e la parola, saper cambiare paradigma. Inaugurare nuovi mondi, aprire tracce mai tentate prima. Lottare contro le rendite, i conformismi, i “così è perchè così deve essere”, rottamare il grande peccato della banalità. To be continued?

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E se Jeremy Corbyn fosse un Cavallo di Troia?

Lo scrivo con un po’ di amarezza. L’apparente ascesa di Jeremy Corbyn​ a possibile futuro Leader del The Labour Party​ sembra una specie di complotto mediatico-politico ordito nei confronti del Labour stesso. E la cosa sconvolgente è che pare sia proprio il Labour stesso -il suo establishment- a volersi suicidare, tanto per non risparmiarsi nulla dopo la devastante sconfitta di Maggio.

Sono tre gli altri candidati alla leadership: Andy Burnham​, Liz Kendall​ e Yvette Cooper MP​.
Il primo è politicamente un Ed Miliband​ un po’ più pop, tifoso di pallone, accento del nord, faccetta simpatica, un po’ meno goofy, il ragazzetto amato dai sindacati.
La seconda è una che secondi alcuni commentatori potrebbe stare benissimo nei ranghi più “sociali” dei Conservatives​: sacerdotessa del Blairismo dei bei tempi che fu, convinta che tutto si risolva nell’essere un po’ più “pro-business”, raccoglie l’area delusa dalla defezione del ben più promettente Chuka Umunna​.
La terza è una leggermente più convincente sintesi tra i due, moglie di Ed Balls​, emerito Shadow Chancellor trombato alle elezioni, brillante in TV, combattiva, Ministro dell’Interno ombra.
Nel complesso: nessuno di loro convince ed emoziona, nessuno di loro esce dal paradigma imposto dai Conservatori, tutti e tre non sembrano offrire altro che “a bit more of the same”, cioè una ricalibratura centrista della socialdemocrazia britannica assolutamente incapace di ripescare le ali d’elettorato radicali, o semplicemente stanche, finite nei ballot dell’UK Independence Party (UKIP)​ e dello Scottish National Party (SNP)​.

Poi c’è Jeremy. Da 32 anni deputato per Islington North (quartiere della mia amata City University London​), sempre “ribelle”, si dichiara semplicemente un “socialista”. Ha 66 anni, la “best beard of the House”, si veste come un signore che ha fatto tutte ma proprio tutte le manifestazioni e i presidi contro le guerre e le trivellazioni e le installazioni militari, in Tv parla in maniera posata e compìta seppur con decisione. È entrato nella competizione per la leadership quasi per caso, per scommessa, forse stufo di quel “more of the same” che ingolla da più di trent’anni, e grazie alla benevolenza di qualche MP che gli ha regalato la nomination, desideroso di vedere “un confronto vero” più che di supportarlo poi nel corso del congresso vero e proprio -tra questi Neil Coyle​, deputato di South Bermondsey, Southwark​ per cui ho volontariato-. Corbyn sta coinvolgendo tantissimi giovani nella sua campagna -uno lo conosco personalmente: si chiama Charles Withey​, e tutto avrei detto due mesi fa tranne che si sarebbe iscritto al Labour-, per un semplice motivo, che poi è una sola parola -ancor più in inglese che in italiano-, ed è la parola più semplice -e forse banale, almeno da inserire un discorso politico-: HOPE, speranza. Già, perché se il fenomeno Corbyn fosse stata solo una residualata dei nostalgici del sindacalismo esasperato, dello statalismo, del socialismo, la questione sarebbe finita lì, con qualche articoletto di costume e un servizietto d’ufficio sulla BBC, e invece no, non sta andando proprio così: attorno al quasi-70enne ci sarà sicuramente una bella bolla mediatica, ma non solo.
Perché la società inglese, nonostante una crescita e un dinamismo che paiono inarrestabili -ma attenzione: sebbene Londra sia parte del Regno Unito, il Regno Unito non è Londra- ha paura, si sente insicura, e si sente oppressa da un certo clima politico fatto di efficace ferocia destrorsa da una parte, da intimorita subalternità dall’altra, e da un po’ di rabbia confusa nelle zone più rurali. In Scozia, poi, ha trionfato un partito che Westminster -anche Blair, che fine analista politico!- si affretta a definre “nazionalista”, ma che poi ha semplicemente una caratteristica che lo distingue da quelli tradizionali: e cioè, è “anti-austerity”. In occasione del voto sul budget e sui tagli orizzontali al welfare, a votare contro sono stati appunto SNP e.. Jeremy Corbyn, solo tra i candidati leader.

Ora veniamo al mio punto iniziale. Che consta nella reale possibilità che Jeremy Corbyn possa vincere la leadership election, come conferma ormai più di un sondaggio. Possibilità a cui gli altri candidati e gran parte dell’establishment stanno letteralmente facendo la guerra, spaventatissimi, e dimostrandosi più confusi e dispersi che mai. Si profilano due scenari:
1) Corbyn vince davvero. E allora cosa ne sarà del Labour? Quanto e quale gruppo dirigente sarà disposto a collaborare col “socialista”? Il partito diverrà il “movimento sociale” che Corbyin prospetta, o si dissolverà e basta, diventando ancora più subalterno e ininfluente di quanto non sia già? Sarà in grado di essere minimamente competitivo nell’agone elettorale? Quest’ultima sembra l’idea di alcuni Conservatori, che si fregano le mani al solo pensiero che vinca l’MP di Islington, e devo confessare che ho anch’io le mie grandi perplessità a riguardo. Rumors piuttosto autorevoli ci raccontano di uno Stato Maggiore del Labour pronto a buttare giù dalla torre Corbyn già a Natale: che sarebbe, eventualmente, una terribile reazione del “palazzo” contro un voto democratico.
2) Corbyn non vince, ma sale uno di quei tre, trascinato da qualche accordo partitista e sapientemente burocratico, grazie alle regole dell’election, che non la rendono completamente aperta come lo sono le ormai controverse primarie del Pd italiano. Il leader che viene fuori da questa carneficina, in cui Corbyn si rivela un vero e proprio -ed inconsapevole- trabocchetto elettorale, è già sgonfiato dopo pochissimo. Stesso scenario di cui sopra, con una subalternità politica ed ideologica del Labour se vogliamo anche peggiore di prima.

No, non sono un complottista. Ma Jeremy Corbyn potrebbe effettivamente rivelarsi un ignaro Cavallo di Troia per quel che rimane della socialdemocrazia inglese. Tuttavia, vi consiglio di andarsi a leggere le sue idee, i suoi programmi, di vedersi qualche sua intervista, di dare un’occhiata al genuino movimento -soprattutto tra i 20enni- che sta provocando: nonostante tutto, io lo sosterrei.

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La vera tragedia europea: la Germania

La vera tragedia nel cuore dell’Europa, oggi, non è la Grecia. E’ la Germania, l’isolamento culturale, ideologico in cui vive la maggior potenza del continente. La tragedia è che Schaeuble, la Merkel, la Spd non potevano, probabilmente, per realismo politico, comportarsi diversamente. Per anni, l’establishment tedesco – dai politici ai giornali – ha fornito all’opinione pubblica una immagine della realtà europea fasulla, in cui, ad esempio, i tedeschi appaiono quelli che finanziano i debiti greci, anche se, pro capite, il contribuente tedesco ha versato esattamente quanto quello italiano.

Nessuno, tuttavia, al di là del Reno, la mette in discussione. Ora, è anche possibile che i teorici dell’austerità abbiano ragione, ma l’aspetto malsano della vicenda è che l’opinione pubblica tedesca non conosce altra versione della realtà. Le critiche di premi Nobel come Krugman e Stiglitz, le obiezioni di Obama, lo smantellamento dei dogmi dell’austerità da parte del Fmi, gli appelli dello stesso Fmi ad un taglio del debito greco non sono mai arrivati all’opinione pubblica.

I giornali non ne parlano, i politici neanche. Per quanto possa apparire incredibile, un dibattito non c’è. Al volante della macchina europea c’è una Germania che non riesce a staccare gli occhi dal proprio ombelico.

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Well done, Eurocrats!

Anche nella narrazione mainstream ormai non è più “la Troika”, ma l’Unione Europea stessa a imporre diktat e ultimatum: è diventata l’UE il personaggio principale dell’austerità, non quella roba indefinita poi ribattezzata “Istituzioni” contro il quale si puntava il dito senza precisa direzione. Un’ottima mossa politica, come dire, un rebranding più che necessario finalmente. Anche gli affamatori di popoli (#sischerza, eh -ma manco troppo-, non vorrei che qualcuno si spaventi) per antonomasia del Fondo Monetario Internazionale ammettono di aver sbagliato tutto e minacciano ora di non sostenere il salvataggio senza un taglio del debito, LOL. Questo dopo aver però dato il niet a qualsiasi proposta di Tsipras fino al famigerato referendum: fantasia al potere. Intanto Syriza si scioglie, ed è quasi servita la testa del premier greco, cucinata a fuoco lento: well done, Eurocrats!

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Ho visto Tsipras, stasera, al Tg

Ho pensato un po’ dopo la rabbia, la delusione, lo sconforto di stamattina. Misto a un sollievo strano, anche, forse. Un senso di indeterminatezza che lasciava spazio solo ad argomentazioni contingenziali. Ho pensato un po’, e indovinate: il gioco è non smettere mai di credere che il mondo si possa cambiare. Ho visto Tsipras al Tg: provato, distrutto, appesantito. Non ha raccontato balle: quelle su cui ha firmato sono “riforme regressive” e svendite umilianti. Non ha parlato di “binari giusti” o cazzate simili, da governante imboccato: ha detto la verità, ha detto che lo ha fatto per la “stabilità finanziaria”, e che spera di poter poi utilizzare quei 25 miliardi per degli investimenti strategici. Sarebbe fondamentale che Syriza si spaccasse il meno possibile, che riuscisse a “governare” (virgolette d’obbligo per qualche anno) senza snaturarsi troppo, che l’eurozona non perdesse l’unico leader di sinistra con le palle (e perdonatemi ‘sto “pallismo” una volta tanto) mai visto sinora. Servirà un costruttore di ponti quando si dovrà fronteggiare chi sa solo ereggere muri di paura. Buona notte.