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E se Jeremy Corbyn fosse un Cavallo di Troia?

Lo scrivo con un po’ di amarezza. L’apparente ascesa di Jeremy Corbyn​ a possibile futuro Leader del The Labour Party​ sembra una specie di complotto mediatico-politico ordito nei confronti del Labour stesso. E la cosa sconvolgente è che pare sia proprio il Labour stesso -il suo establishment- a volersi suicidare, tanto per non risparmiarsi nulla dopo la devastante sconfitta di Maggio.

Sono tre gli altri candidati alla leadership: Andy Burnham​, Liz Kendall​ e Yvette Cooper MP​.
Il primo è politicamente un Ed Miliband​ un po’ più pop, tifoso di pallone, accento del nord, faccetta simpatica, un po’ meno goofy, il ragazzetto amato dai sindacati.
La seconda è una che secondi alcuni commentatori potrebbe stare benissimo nei ranghi più “sociali” dei Conservatives​: sacerdotessa del Blairismo dei bei tempi che fu, convinta che tutto si risolva nell’essere un po’ più “pro-business”, raccoglie l’area delusa dalla defezione del ben più promettente Chuka Umunna​.
La terza è una leggermente più convincente sintesi tra i due, moglie di Ed Balls​, emerito Shadow Chancellor trombato alle elezioni, brillante in TV, combattiva, Ministro dell’Interno ombra.
Nel complesso: nessuno di loro convince ed emoziona, nessuno di loro esce dal paradigma imposto dai Conservatori, tutti e tre non sembrano offrire altro che “a bit more of the same”, cioè una ricalibratura centrista della socialdemocrazia britannica assolutamente incapace di ripescare le ali d’elettorato radicali, o semplicemente stanche, finite nei ballot dell’UK Independence Party (UKIP)​ e dello Scottish National Party (SNP)​.

Poi c’è Jeremy. Da 32 anni deputato per Islington North (quartiere della mia amata City University London​), sempre “ribelle”, si dichiara semplicemente un “socialista”. Ha 66 anni, la “best beard of the House”, si veste come un signore che ha fatto tutte ma proprio tutte le manifestazioni e i presidi contro le guerre e le trivellazioni e le installazioni militari, in Tv parla in maniera posata e compìta seppur con decisione. È entrato nella competizione per la leadership quasi per caso, per scommessa, forse stufo di quel “more of the same” che ingolla da più di trent’anni, e grazie alla benevolenza di qualche MP che gli ha regalato la nomination, desideroso di vedere “un confronto vero” più che di supportarlo poi nel corso del congresso vero e proprio -tra questi Neil Coyle​, deputato di South Bermondsey, Southwark​ per cui ho volontariato-. Corbyn sta coinvolgendo tantissimi giovani nella sua campagna -uno lo conosco personalmente: si chiama Charles Withey​, e tutto avrei detto due mesi fa tranne che si sarebbe iscritto al Labour-, per un semplice motivo, che poi è una sola parola -ancor più in inglese che in italiano-, ed è la parola più semplice -e forse banale, almeno da inserire un discorso politico-: HOPE, speranza. Già, perché se il fenomeno Corbyn fosse stata solo una residualata dei nostalgici del sindacalismo esasperato, dello statalismo, del socialismo, la questione sarebbe finita lì, con qualche articoletto di costume e un servizietto d’ufficio sulla BBC, e invece no, non sta andando proprio così: attorno al quasi-70enne ci sarà sicuramente una bella bolla mediatica, ma non solo.
Perché la società inglese, nonostante una crescita e un dinamismo che paiono inarrestabili -ma attenzione: sebbene Londra sia parte del Regno Unito, il Regno Unito non è Londra- ha paura, si sente insicura, e si sente oppressa da un certo clima politico fatto di efficace ferocia destrorsa da una parte, da intimorita subalternità dall’altra, e da un po’ di rabbia confusa nelle zone più rurali. In Scozia, poi, ha trionfato un partito che Westminster -anche Blair, che fine analista politico!- si affretta a definre “nazionalista”, ma che poi ha semplicemente una caratteristica che lo distingue da quelli tradizionali: e cioè, è “anti-austerity”. In occasione del voto sul budget e sui tagli orizzontali al welfare, a votare contro sono stati appunto SNP e.. Jeremy Corbyn, solo tra i candidati leader.

Ora veniamo al mio punto iniziale. Che consta nella reale possibilità che Jeremy Corbyn possa vincere la leadership election, come conferma ormai più di un sondaggio. Possibilità a cui gli altri candidati e gran parte dell’establishment stanno letteralmente facendo la guerra, spaventatissimi, e dimostrandosi più confusi e dispersi che mai. Si profilano due scenari:
1) Corbyn vince davvero. E allora cosa ne sarà del Labour? Quanto e quale gruppo dirigente sarà disposto a collaborare col “socialista”? Il partito diverrà il “movimento sociale” che Corbyin prospetta, o si dissolverà e basta, diventando ancora più subalterno e ininfluente di quanto non sia già? Sarà in grado di essere minimamente competitivo nell’agone elettorale? Quest’ultima sembra l’idea di alcuni Conservatori, che si fregano le mani al solo pensiero che vinca l’MP di Islington, e devo confessare che ho anch’io le mie grandi perplessità a riguardo. Rumors piuttosto autorevoli ci raccontano di uno Stato Maggiore del Labour pronto a buttare giù dalla torre Corbyn già a Natale: che sarebbe, eventualmente, una terribile reazione del “palazzo” contro un voto democratico.
2) Corbyn non vince, ma sale uno di quei tre, trascinato da qualche accordo partitista e sapientemente burocratico, grazie alle regole dell’election, che non la rendono completamente aperta come lo sono le ormai controverse primarie del Pd italiano. Il leader che viene fuori da questa carneficina, in cui Corbyn si rivela un vero e proprio -ed inconsapevole- trabocchetto elettorale, è già sgonfiato dopo pochissimo. Stesso scenario di cui sopra, con una subalternità politica ed ideologica del Labour se vogliamo anche peggiore di prima.

No, non sono un complottista. Ma Jeremy Corbyn potrebbe effettivamente rivelarsi un ignaro Cavallo di Troia per quel che rimane della socialdemocrazia inglese. Tuttavia, vi consiglio di andarsi a leggere le sue idee, i suoi programmi, di vedersi qualche sua intervista, di dare un’occhiata al genuino movimento -soprattutto tra i 20enni- che sta provocando: nonostante tutto, io lo sosterrei.

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