comment 0

Egemonia tedesca: sull’economia, ma sui rifugiati?

Faccio parziale ammenda sui teteschi. Quell’infamone di Gabriel (detto con affetto, Sigmar, ma mica tanto) dice che accoglieranno 500mila migranti all’anno, e in Baviera che non faranno “selezione all’ingresso”. La questione è: sarà ancora solo una -stavolta benefica- dimostrazione di forza, o anche un atto di vera leadership? I paesi dell’Est, trainati ideologicamente su una certa dottrina economica, saranno anche convinti dai tedeschi di un’altra dottrina, quella dell’accoglienza? E noi, che famo?

comment 0

Chi sono loro? E chi siamo noi?

Sono i “moderati”, le persone serie e responsabbbili, che possono fare a meno dell’Europa delle persone. Perché a loro basta benissimo l’Europa degli affari, degli affari loro. C’entra qualcosa la crisi greca di luglio? Uh, se c’entra: mentre ci mettevano a bisticciare del miliarduccio e del debituccio e del colpodistatuccio di fantasia, manifestavano il desiderio mai sopito di incominciare a fotterci alla grande. Rinchiusi nelle nostre nazioni ormai grandi come gabbie, piccoli mondi antichi in cui non far entrare nessuno e da cui ..ops, guarda te! Neanche uscire! Ma due sono le domande che rimangono, fondamentali e irrisolte. Chi sono loro? E chi siamo noi?

comment 0

Dei flame e del Fatto (Quotidiano)

Prima riflessione di ieri: ho notato che quando scrivi un post contro qualcuno, vai molto meglio che nel resto dei casi. Al webbe piace il flame, piace a tutti e basta.

Seconda riflessione di ieri: perché me la sono presa con la Festa del Fatto, io che sono un piccolo ma credo ragionevole – e soprattutto per nulla livoroso – gufetto?

Molte volte ho espresso la mia comprensione nei confronti della rabbia, la stanchezza, lo scoramento verso le istituzioni e la politica che dominano oggi il dibattito pubblico. Non solo: ho anche pensato, e penso ancora, che questi sentimenti, sebbene negativi, costituiscano un’energia potenziale per il cambiamento in meglio di questo paese, e non solo. Capisco la cosiddetta “antipolitica”, capisco anche il rancore ad-personam, capisco addirittura – nel senso del comprendere weberiano, che non vuol dire approvazione ma scoperta curiosa – il razzismo galoppante, la paura del diverso, l’inarrestabile voglia di chiusura nel piccolo mondo antico che alcuni politici fanno gioco facile a fomentare. Io penso addirittura che una certa dose di quello che oggi viene con spregio definito “populismo” sia elemento necessario della comunicazione politica che vuole raggiungere ampi strati del pubblico.

Ma quello che ho visto ieri al confronto tra Rodotà, Di Maio, Civati e Giachetti, “moderato” da una giornalista del Fatto a dir poco inesistente, mi ha schifato per un motivo in particolare: la platea presente non era popolino ignorante e disperato, e chi ha sbraitato senza apparente soluzione di continuità in faccia a Civati e soprattutto Giachetti – tanto da farlo smettere di parlare – aveva argomenti e favella, così come gli altri che miserabilmente ululavano per far ridare il microfono a uno scatenato Di Maio.

Sono rimasto esterrefatto: quello che ho testato in azione ieri non è un campione di Italia reale, che soffre ed è persa, frustrata, a tratti disperata. Quella che ho visto ieri è un’Italia miserabile e vagamente fascista: neanche lontanamente l’avanguardia culturale di un’opposizione credibile per questo paese.

comment 0

Siriani e austerity

Onore alla Germania. Un giorno – probabilmente lontano – ci chiederemo: “Cazzo, perché non li abbiamo accolti noi quei fratelli siriani!?”. Ah, già li vedo quelli che siccome la Germania è accogliente allora l’austerità non esiste o sono ciance o non è un problema e l’egemonia tedesca è senza dubbio positiva ecc ecc ecc. e via con un colpo di spugna anche riguardo al deficit democratico dell’UE. Cazzate. Questa è addirittura una conferma che l’austerity è pura ideologia (anti)politica.

comment 0

“Trema tutto”

, leggi su Facebook alle 21.30, le 22.00. A “casa” sono le 3.30, le 4.

Scrivi a chi ti sta più vicino, purtroppo non fisicamente. Si fanno le 4.30, è già arrivata la seconda, di scossa. Cerchi notizie sulla bacheca, scorri aspettandoti qualcosa che dica di più. Non la trovi, te ne lamenti. Te la prendi con ‘sti giornali di merda, possibile che non mi stiano piazzando uno stramaledetto Live sul muso?

Passa la nottata, la giornata ricomincia scorrendo ancora un po’ passivamente, quasi per caso, un po’ troppo passivamente ecco, quello che sta succedendo così lontano eppure così vicino.

Credi non sia poi così vicino, famiglia e amici (anche quelli per metà amatriciani) stanno bene, insomma sarà così grave? Colleghi solo appena conosciuti all’Università chiedono, rispondo “I miei tutto ok”. “Ma si è sentito a Roma?”, “Sì, ma..”

Giri per il campus, pranzi, entri nella lobby principale, CNN. Quel numero, 120. Quelle immagini. “Central Italy Devastated”. Apri il laptop, repubblica.it (del quale hai pensato il peggio sinora), corriere.it (che a quanto pare non si era accorto di nulla sino alla prima mattinata).

Non ci vuole niente, che rischi di metterti a piangere. Pigro, cretino. Mi manchi già un po’, paesello mio

comment 0

Cade Tsipras

L’abbandono di Alexis Tsipras da parte di un pezzo di Syriza è stata una scelta miope. Nonostante tutto quello che Tsipras ha dovuto accettare e subire, nonostante l’accordo infelice a cui si è arrivati, nonostante da una parte sia d’accordo con loro nel pensare e dire che non doveva finire così, e che sarebbe difficilissimo continuare così.

Non si tratta dell’uomo politico Tsipras e dei suoi errori, si tratta del primo governo di sinistra greco, e nella recente storia europea. Che cade così, porgendo ancora una volta il fianco a chi la maledetta austerità vuole continuare a gestirla da destra. Non ho la minima idea di come evolverà la situazione, ma c’ho già l’ansietta.

comment 0

Ho vinto una borsa

Sta appesa lì, nella stessa camera in mansarda, soffitto spiovente, vissuta poco e decorata anche meno, un rifugio Per me e chi ho voluto rifugiare con me

Tra una settimana prenderò quella borsa, piena di scartoffie e fototessere con le occhiaie, quel cappotto rosso per sfidare intemperie tropicali e continentali, spegnerò la luce e saluterò la circostanza passando ancora dalla porta, senza sbattere mi raccomando

Torno tra un po’, non esattamente subito, vado in America, come si dice comunemente da queste parti

Ho vinto una borsa e vado a studiare un altro, giuro forse l’ultimo, o sicuramente non l’ultimo perché banalmente non si smette mai, no?

Vado ad aggiungere un tassello a quel fottuto CV, ok

Ma soprattutto alla mia intelligenza del mondo e delle sue cose, vado a dimagrire lo prometto (in America? sì, cazzo, in America), vado a imparare qualche nozione parolina e tecnica in più, vado a “migliorare me stesso”, come si dice?

Vado a fare, e ad essere, il solito scassacazzi ambizioso

Vado a sfidare, rimanendo e comprendendo un più ampio e compiuto e autentico me stesso Semplicemente vado, un’altra volta

E, per quello da cui mi allontano, solo fisicamente, non è mai stato così difficile

Per chi vuole, qualcosa ve la racconto qui o in posti facilmente raggiungibili da qui Succederanno cose interessanti da quelle parti, e..

Poi torno, lo prometto

PS DISCLAIMER (per rispondere ad eventuali “sì ma che ci vai a fare? e come?”): Ho ottenuto una borsa di studio Fulbright (e questo era più o meno chiaro), vado a fare un Master in Strategic Public Relations alla George Washington University, che sta a.. Washington DC. Cercherò anche di vedere il più possibile della campagna presidenziale, di assistere a degli eventi o al tipico porta a porta delle ultime settimane, di regalarvi degli scorci inediti e curiosi che faticano ad entrare nei resoconti generali, che moltissimi fanno già meglio di me E poi, e poi, e poi.. Chissà che non riesca a condividere anche qualche chicca da insider. Ma su questo non mi allargo, anche solo per scaramanzia.

comment 0

Vecchie guardie: si può far sempre peggio

Si può fare peggio del Pd e della sua vecchia guardia.

Ci è riuscito la vecchia guardia del Labour, refrattaria ai tempi che cambiano. Che nel giro di un mese e mezzo ha:

  • messo “in mora” un leader di partito eletto 9 mesi prima col 60% dei voti al congresso – motivato il tutto (impegnando 172 parlamentari con una base in fiamme) con una indimostrabile ineleggibilità, e con un’ampiamente discutibile accusa di “scarso impegno” per il Remain al referendum sulla UE (i 2/3 degli elettori Labour hanno votato Remain)
  • provato in tutti i modi ad escludere burocraticamente il leader di cui sopra dalla competizione per eleggerne uno nuovo, fallendo miseramente e dimostrando allo stesso tempo di averne una paura fottuta

L’unico colpo di mano che sembrava essergli riuscito era:

  • escludere dal voto di cui sopra 130.000 persone che, ignare del futuro tentativo di scalzare il leader in carica, si erano iscritte al Labour dopo il 12 gennaio del 2016. Come? Obbligandole a pagare 25£, con l’applicazione di un inedito principio retroattivo avulso ad ogni diritto contrattuale. Il tutto nel paese del liberalismo, eh

Ovviamente oggi l’Alta Corte inglese ha annullato questa assurdità, nel pieno rispetto dei “terms and conditions” firmati dai neo-membri al Labour al momento dell’iscrizione. Il Labour Party verrà con tutta probabilità anche obbligato a restitutire 25£ ad ognuno dei tanti, tantissimi registered supporters che avevano pagato per votare (e c’è chi si lamenta dei 2€ alle primarie apertissime del Pd) Ora, ditemi voi. Eppure è politica anche questa, dicono

comment 0

Erdogan: Checks and balances

L’argomento del “leader democraticamente eletto” come quasi-scusante, come ‘palliativo’ (EEHHH PERÒ HA VINTO!) per Erdogan e la Turchia, non ha alcun senso.

Democrazia senza diritto & diritti, democrazia senza libera formazione & informazione, democrazia senza regola & tutela della minoranza, democrazia senza stato “liberale” insomma, means nothing. È “dittatura della maggioranza”, peggio dello stato assolutista.

Checks and balances. È su questi che si reggono le scarse chance di sopravvivenza della democrazia, in “tempi interessanti” (vero, Davide Astolfi?). Democrazia che però deve anche imparare a decidere e attuare, radicalmente e rapidamente (vero, Lorenzo Castellani?).

Ne staremmo parlando, come sempre in maniera sincopata, disordinata e “tifata”, anche per ciò che voteremo a novembre. Magari in questi giorni qualcuno si è fatto un’ideuzza di cos’è davvero uno stato autoritario con tendenza alla teofasciocrazia. Magari ci si ferma un attimo, a capire.

comment 0

Occidente 2016: Come si fa, la guerra agli zombie?

A me invece – sentendo le ricostruzioni sulla vita di Mohamed, ancora meno “militarizzata” e “ideologizzata” di quella di Salah, che pure era sostanzialmente uno “scappato di casa” – viene da pensare agli zombie. Se ne parlava l’altra sera tra vecchi compagni di classe: nelle storie di zombie, persone che fino all’altro giorno magari non ti piacevano, ma che mai avresti immaginato ti avrebbero fatto del male (non avendone motivo), a un certo punto vengono attaccati dal morbo. E scoppiano.

Incominciano a fare del male apparentemente gratuito e immotivato, a una mole crescente di loro prossimi, e col loro esempio (o morso) infettano le menti e le voglie di altri loro simili. Il disagio diventa voglia scriteriata e disperata di sangue, o di distruzione. Il morbo che trasforma in zombie, a quel punto, non è più altro che una scusa per accrescere la spirale. E generare altro male, generare altri zombie.

Dobbiamo esserne consapevoli: è estremamente difficile fermare uno zombie. Uno zombie è capace di tutto. Anche di prendere un tir e lanciarcisi alla guida su una folla di inermi ed indifesi. E come lo fermi? Come previeni una cosa del genere? Certo, gendarme, potevi non credere al francese di origini tunisine, nato sulla Costa Azzurra, a Sousse, che ti ha detto di star attendendo per la consegna di gelati. Lo potevi almeno aprire, quel maledetto tir.

Ma uno zombie, alla lunga, o alla media, non si ferma: continuerà a covare quella sete di sangue. E se non ai fuochi della Rivoluzione con un tir, ci riproverà con una botticella agli inizi di agosto, o nella notte di San Lorenzo. Uno zombie non si ferma, non si ferma uno a cui della propria stessa vita non frega più nulla.

E però, a noi che teniamo alla salute di questa società, a noi che ogni ferita diventa sempre più insopportabile ma che allo stesso tempo ci è dolorosamente sempre più indifferente (perché quando sono troppe poi non le senti più), a noi interessa capire cos’è questo morbo, come si sconfigge, come ci si fa degli anticorpi abbastanza efficaci.Nell’interrogarci sul perché e il per come di questo morbo, o almeno di ciò che lo trasforma in istinti mortali terribilmente ciclici e fatali, abbiamo spesso paura di riconoscere che purtroppo c’entra qualcosa con la religione, con la fede.

Questo perché abbiamo imparato a rispettarle, e a considerare la diversità foriera di bene, piuttosto che di male. E no, non abbiamo sbagliato in questo. Affatto. L’Occidente – non senza causare spesso danno, guerre, morte – si è in qualche modo “appropriato” di questa diversità, l’ha conquistata, ne ha fatto una enorme forza. E il punto non è e non sarà mai rinnegare questa conquista.

Mohamed, si dice in queste ore di notizie convulse, non era neanche un musulmano praticante. Depresso, sulla strada della separazione con la moglie e i figli, un impiego scadente e malpagato. Non un estremista islamico, di fatto. Mohamed si sveglia un giorno e decide che vuole fare una strage. Prende un tir – uno con cui era solito lavorare, o affittato per l’occasione, poco importa – riesce a penetrare nell’area della città chiusa per sicurezza con la scusa della consegna dei gelati, ci sta fino alla seconda serata, poi la follia. Mohamed, che fondamentalista non è, prima di morire fermato dagli spari dei gendarmi, però urla “Allah Akbar!”. Perché?

Il profilo neutro, “socialmente emarginato”, del terrorista occasionale, fosse confermato, rivelerebbe una verità ancora più inquietante di quella della cellula addestrata e militarizzata. Quest’ultima sarebbe una figura già nota e digerita, non meno pericolosa ma almeno “compresa”, non solo delle forze di sicurezza, ma anche della pubblica opinione: un combattente, un nemico, un portatore di guerra in casa propria. Da annientare per difendersi. Quella dell’atomo umano depresso e svuotato, che invece di farla finita con sé stesso, decide – o sente l’istinto – di farla finita con un numero più o meno elevato di “altri”, invece, rappresenterebbe la discesa in campo proattiva di un nichilismo non più solo autodistruttivo ma pienamente distruttivo, teso all’annientamento di un angolo di società. Quale società? Quella occidentale. Perché?

Nella comprensione di ciò non si può, non si può più, ignorare la componente ideologica che porta ad ammazzare, assieme a sé stessi, altre 84 persone in modo indiscriminato. La religione – in questo caso l’Islam, o una sua terribile distorsione. La fede come irrisolvibile “ricerca di senso” gioca la sua enorme ed indifferibile parte nel suggerire all’emarginato, e atomizzato e depresso e folle e chi più ne ha più ne metta, la cancellazione e la paura come ultimo atto finale. Atto, dicevamo, di ideologia pura e inarrestabile, potentissima: eccolo il morbo, quello che ha trasformato Mohamed in uno zombie. Un’ideologia, un’ideologia innegabilmente legata all’Islam. Con un grado o una distorsione che non conosco, e non mi sento di misurare, ma che tuttavia riporta, e mi fa paura riconoscerlo, all’Islam.Come si fa, la guerra agli zombie? Sono tre i modi, quelli che riesco a farmi venire in mente.

Il primo è molto semplice: estirpare alla radice il morbo, annullarlo su scala globale. “Sganciando l’atomica”, suggeriva qualcuno nelle ore successive all’incidente (ma quale “incidente”?) di Nizza. Eliminando l’Islam in toto, e così eliminare anche il morbo che vi è legato. Un’idea, quella totalizzante, di “togliersi il pensiero”, che non vale neanche la pena trattare, per quanto sia infantile.

Il secondo: combattere ed isolare il morbo. Mi sembra più o meno quello utilizzato sinora. Guerreggiare lì dove il morbo sembra aver attecchito nella maggioranza delle persone, o dove addirittura il morbo è costitutivo di organizzazioni riconosciute, con un nome, di forze politiche e militari con una presenza visibile sul territorio. La guerra occidentale in Afghanistan, quella in Iraq, quella in Siria, sembravano aver questo come obiettivo per nulla taciuto: punire gli untori del morbo a casa loro, ed isolarli a casa nostra. Relegandoli in ghetti, ai margini della società, mostrando attivamente di non poter fidarsi troppo. Risultato: il morbo si è fatto esercito di conquista a casa loro (ISIS), e ideologia distruttiva, di nichilismo atomizzato, autonomo anche da qualsivoglia organizzazione militare, a casa nostra. Un atroce fallimento.

C’è una terza strategia, ormai l’unica che mi pare abbia reali – anche se complesse e prolungate – possibilità di successo: neutralizzare il morbo. Abbracciarlo, come farebbe un democristiano, per impedirgli di muoversi. Ridurre sino all’esiziale gli spazi e le chance per farlo attechire, proteggere e integrare “con la testa” i possibili futuri zombie, renderli parte della società che lo stesso morbo vorrebbe distruggere con visione (e metodo) irrazionale. Incanalare il conflitto in una cornice meno escatologica, e più sociale. Usare la politica, in buona sostanza. Una grande svolta politica, pienamente occidentale.

Ho letto, da persone che stimo nonostante evidenti e incolmabili distanze valoriali ed ideali, una risposta reazionaria ed identitaria all’attacco di Nizza. Una replica ormai stanca ed uguale a sé stessa ogni qualvolta l’Occidente viene ferito. Si scarica la colpa, tra le altre cose, sul progressismo che non sa notare le contraddizioni dei diversi, dei non occidentali, e sull’idealismo anche detto “buonista” che crede possa non esistere la violenza, che seda artificiosamente il conflitto.

Ebbene, in verità, il progresso e l’ideologia che ne prende il nome – il progressismo – *è* l’essenza stessa dell’Occidente. Saper tenere le mani a posto quando si deve, anche rinunciando alla violenza, *è* Occidente. L’idealismo pragmatico, non inerme, sincero con sé stesso e severo con gli altri, *è* Occidente. L’identità che dobbiamo – eccome se dobbiamo – recuperare per fare la guerra agli zombie, dovrà essere razionale, lungimirante ed inclusiva. Oppure non staremmo più parlando di Occidente: in tal caso, ne varrebbe davvero la pena?