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post-post #wdays: Contro la critica precotta, contro i (voluti?) fraintendimenti.

Io penso si debba adottare il ghandianesimo, da qui a novembre, dicembre, o quando sarà. O magari per sempre. Aborro le logiche del tifoso, dell’ultras, quelle che abbiamo ampiamente visto alle primarie del 2012, quelle che hanno creato fratture irreparabili senza essere precedute da un confronto razionale.
Poi, ancora di più, aborro la critica che si crede sapiente ed istruita sul fatto, la critica “d’area” che molto meglio potrebbe comprendere e interpretare ciò che esamina. Ma che evidentemente si fa trascinare dalla logica sinuosa della faziosità perculante, quella che tra le righette si crede divertente (ma per chi!?)

Ho visto e sentito un pò di cose, un pò di reazioni alla “convention” (chiamiamolo così, almeno si risulta MODERNI) di Pippo Civati. Prima di tutto -ma sarà che tra followers e amici virtuali posseggo percentuali partigiane- un bell’entusiasmo.
Ma di certo sapevo che non si sarebbe passati inermi al guado del giudizio internettiano (e non solo). Ho letto critiche ed analisi un minimo sensate (per ultimo, l’editoriale di Menichini, in cui non ho visto nessuna ridicolizzazione della proposta di Civati, quanto piuttosto un porlo, relativamente alla visione di cui Menichini è portatore, ad una dimensione credibile), ma anche sferzate venate di snobismo, additamenti gratuiti. Porterò un paio d’esempi.

Uno, che è una piccola delusione. Stimo Francesco Nicodemo, ma la visione escludente di “good company” che abbiamo visto nelle ultime settimane non fa bene. Un calderone, la “good company”, in cui ci si può infilare chi si vuole, a determinate condizioni, a fasi alterne, personaggi che t’aspetti ed altri -ora imbarcati con gioia- che non ti saresti mai aspettato. Basta che il riferimento politico -di lunga o corta data, implicitamente ma il più delle volte esplicitamente- sia uno: Matteo Renzi. Sottilmente si intende che se non sei renziano sei un pò stronzo. Magari non “bad”, ma per niente “good”.
E m’ha fatto trasalire questo RT, del blogger napoletano:

https://twitter.com/claudiovelardi/status/353922903106011136

Io capisco che la guerra è guerra. Ma le armi improprie si potrebbe anche evitarle. E Claudio Velardi, un vecchio lothar dalemiano, costruttore di Reti (tra l’altro una delle sue “aziende” proprio così si chiama) che tanto malissimo c’hanno fatto, per definizione un “tessitore” (con buona o malavita, non importa) d’apparato che dopo anni di PCI-PDS-DS ora si dice “liberista” (non che si possa cambiare idea, per carità) è decisamente un’arma impropria. Ha ragione Corradino Mineo, a riguardo: “Forza Pippo, quando hai nemici così, vuol dire che sei qualcuno.”

Nicodemo ci porta a un altro post, tramite questo RT:

https://twitter.com/Linkiesta/status/353950462162112512

E ad un pezzo, “Il rinnovamento di Civati sa un pò di vecchio“, su Linkiesta: l’ho scelto in quanto mi pare la summa del luogo comune nella critica a Civati. E’ di Davide Piacenza, emergente giornalista che sembra -anzi probabilmente E’- bravissimo (almeno quando parla di ciò su cui umilmente non sono in grado di dire la mia). Ma è anche uno, che a Politicamp neanche cominciato, percula così:

https://twitter.com/Davide/status/353240899175723010

Ed è un grande amico di un altro che ieri ha scritto questo (madre santa):

https://twitter.com/christianrocca/status/354249044614332417

Ma andiamo nel merito, sennò rischiamo di perdere le nuances ghandiane evocate all’inizio del mio modestissimo pezzo.
Prima di tutto si può mirare questo totale sdegno nei confronti di un sindacato tanto discusso quanto evocato, l’unico che, a detta di chi vi fa parte (e non solo), ancora difende i famosi “lavoratori”. Quelli, non so se avete presente, che nel secolo scorso venivano chiamati “operai”, ieri “lavoratori”, oggi “cassintegratiperchénonabbastanzaproduttivi”. Non si capisce troppo bene cosa si contesti a Pippo Civati, in effetti: probabilmente perché nell’andare ad una manifestazione di un’organizzazione che -al netto di vecchietti e ideologie più vecchie dei vecchietti (e ci vorrebbe una grossa scrostazione, in effetti, in questo siamo onesti)- rappresenta qualche centinaio di migliaia di persone, non c’è assolutamente niente di male.
Ma evidentemente con “certa gente”, anzi, “certa sinistra” (divertente binomio parolistico) non vale la pena manco di stare a discutere. Tant’è che facilmente sovviene l’accusa di “cercare una limpidezza ideologica”, direttamente collegata alla temutissima “alleanza con Sel” (poi mi spiegherete che cambia, sempre che non lo voglia anche Civati, ad inglobarla all’interno di un Pd a trazione maggioritaria). Proprio un folle Civati, eh?

Peccato poi che a Reggio si parli invece dell’esperienza dell’Ulivo, che di celodurismo ideologico non aveva NULLA, che fece sognare il martoriato “popolo del centrosinistra” e che fu impallinata tanto da Rifondazione, quella sì ideologica, di Bertinotti, quanto da quel centro che goffamente viene cercato, ancora e per sempre.
E’ vero d’altronde, che la ricerca del buon compromesso con un paio di milioni di italiani (quelli che si sentono rappresentati da Sel, i quali furono la metà alle elezioni di Febbraio per via delle ondivaghe genuflessioni bersaniane al magnifico Senatore Monti) ci fa un pò schifo.
Ci fa anche molto schifo “riportare a casa” i tanti -tantissimi- che votarono il Movimento5Stelle, sempre a Febbraio (lasciamo stare la mediocrità nell’additare a Civati la volontà di imbarcare “i migliori esponenti del grillismo”..). Elettori che oltre ad esplicitare lo schifo per la nullità d’Apparato, mai nè da una parte nè dall’altra (e non da entrambe le parti, attenzione, come la “vocazione maggioritaria” rischiosamente suggerirebbe) avevano espresso un’indubbia volontà di partecipazione nelle decisioni collettive. E con ciò, il disegno di un “Bersani con qualche anno in meno” si polverizza implacabilmente nel vuoto. Il parlare delle vendolate civatiane poi (e con ciò ricorderei che Vendola è “sinistra di governo” da quasi 10 anni in Puglia, con alcune evidenti criticità sì -ILVA ed ASL-, ma anche con meriti e successi innegabili) fa solo un po’ di tenerezza (per l’autore).

Sapete, quando si parla e si scrive conoscendo per sentito dire (Davide ha detto che ha ascoltato tutti gli interventi -vabbe’-, ma forse avrebbe fatto meglio ad esserci, a Reggio: lo avremmo accolto benissimo), si si rischia di prendere delle toppe, di travisare, di fare delle figure magre. Quando si mette il paraocchi, quando si sa già dove si vuole arrivare, si rischia di compiere un’analisi critica decisamente peggiore anche di quella che una qualsiasi ideologia (condannata dal Piacenza stesso) farebbe.
Il problema è che Civati di purezze e chiusure, di “ritorni al passato” (“politico del 1972”: sì certo, mi sa che si é saltato il passaggio in cui a sentire i nomi di certi partiti al suddetto “sembra di tornare indietro di un secolo”) non ha fatto minima menzione. Per lasciare spazio a un “riportare a casa” piuttosto, provando a coniugare esigenze vecchie (perché anche quelle esistono, e ve ne accorgereste se “guardaste il mondo” come ci consigliate di fare) e nuove in un dialogo RAZIONALE (esatto, proprio questa è la parolina utilizzata nel discorso: non si sentiva da un pò, altro che “puro ideologico”).
Il problema grande é che se invece di credere che davanti a Civati ci fossero davvero solo komunisti, nostalgici di Rodotà e nonne fromfestadellunitàwithlove, si fosse venuti a parlare con persone d’alto livello culturale ma non solo, professionisti ed impiegati, 20enni e 70enni, sognanti studenti e smaliziati imprenditori (sì, IMPRENDITORI, i “padroni borghesi”, proprio loro) e si fosse venuti a partecipare ai dibattiti (non basta dire che i panel erano interessanti, caro Piacenza) su piattaforme digitali, green economy e lavoro (c’era addirittura quel pericoloso bolscevico di Filippo Taddei) magari non si bollerebbero le proposte come vane, velleitarie e retrive. Pensate, soltanto, che la maggior parte dei presenti (posso dirlo con relativa sicurezza) auspica come scenario futuro ideale il “Civati segretario, Renzi premier” di cui qualcuno, solo qualcuno, parla (ma che tanti sognano).
Il problemissimo del governissimo, poi, e questo riflette un’ipocrisia (grossa quanto una casa) della stampa nazionale, ma anche del blogger “indipendente”, é che una parte -decisiva a quanto pare- del Pd nelle larghe intese ci si é tuffata col sorrisone (altroché).

Io consiglio a tutti di non sottovalutare troppo il malcontento di -chiamiamolo così, dai- un popolo. Di andarci un po’ più cauti con la presa per culo sportiva (perché questa é), quella che crede (davvero) di non usar saccenza ma ne é gravida. Finiamola coi bolli preventivi appiccicati dalla retorica del buon senso, con il liquidare così un passato (passato?) da cui si può -si deve- ereditare un “set di valori”, finiamola con la ragione unidirezionale che tralascia il rispetto per le PERSONE.

E questo spero arrivi a tutti: cerchiamo di fare un dibattito serio, per carità di Dio, abbandonando pre- e giudizi stolti (io di Renzi, #perdire, non dirò mai che é un Berlusconi 2.0). Non si tratta di un “volemose bene”, ma di abbassare il volume della spocchia (di cui Mario Adinolfi -ripeto: MA-RIO A-DI-NOL-FI!- accusa il neonato “civatismo” -.-).

P.S. Ah, se volete un po’ di critiche un minimo sensate al Civati ve le posso suggerire anch’io.

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Filed under: Comunicazione, Informazione, Politica

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A Southern italian transplanted in the first province of the ancient empire, Rome, and then in (one of) the capital(s) of the modern one, London. A bachelor in Political Science and International Relations, a Master of Arts in Political Communication at City University London (still to complete). An endless passion for politics, with a predilection for electioneering and communication. Fire in the eyes for Public Relations and a more just and transparent Lobbying. Social media geek, with a great interest in the development of the World Wide Web, and an harshly critical look over media and information issues (mediabias.it). Curiosity, always and for anything. Politically, a leftist progressive. One motto in the head, since the very childhood: "Leave the world a little better than you found it".

2 Comments

  1. AndreaS.

    Pezzo interessante anche se un po’ lungo. Seguo sia le mosse che di Civati e Renzi da un po’ e devo dire che non capisco dove vogliano andare a parare. Sono due facce diverse del rinnovamento di cui a sinistra c’è bisogno. Devono o sfidarsi in campo aperto per vedere quale prevale (operazione resa difficile dai vecchi del Partito, interessati a che rinnovamento non ve ne sia alcuno) oppure mettersi insieme, trovare una quadra e elaborare un programma comune.
    Nell’attesa che questo non avvenga (nel centro – sinistra mai compromessi!) i due commettono in spensieratezza un’ampia dose di errori. Civati ad esempio sembra vicino alle posizioni CGIL – FIOM, ma non ha finora presentato una piattaforma economica in grado di inserire questa vicinanza in un progetto di più ampio respiro.
    Renzi dal canto suo cerca di mostrarsi innovatore e diverso, finendo per confondere le idee persino a chi lo supporta: se vuoi incontrare e avere a che fare con un buon imprenditore italiano, vai da Ferrero, da Del Vecchio, pure da Armani, Ma che bisogno c’è di incontrarsi con Briatore??
    Temo che tutto questo afflato innovatore verrà come al solito spento da quelli che il PD lo controllano da troppo tempo. E trovo che in questo ci sia una paura endemica della sinistra nei confronti del cambiamento. Certo,in parte la frenata avviene per mantenere rendite di posizione acquisite nel tempo, ma in parte avviene perché il ruolo della sinistra oggi in Italia andrebbe radicalmente cambiato, e questo non è facile.
    Infine, ti invito a considerare che i sindacati rappresentano una quota del lavoro italiano. Sarebbe opportuno che la sinistra parlasse da partito che vuole lavorare per tutto il paese, non solo per un parte di esso. I lavoratori dipendenti, gli operai, sono figli di un mondo industriale e di grandi imprese che in Italia è – purtroppo – sempre più piccolo. Perché le grandi imprese, da noi, e per saperlo basta leggere i giornali di ieri e oggi, non hanno compiuto il salto, non sono diventate multinazionali, sono in molti casi rimaste troppo piccole, sono fallite, sono state scorporate. Esempi ne possiamo fare all’infinito. Ecco perché occorre smarcarsi un po’, dal mondo sindacale: perché è sempre meno rappresentativo, sempre più corporativo, come la Confindustria, gli ordini professionali, eccetera.
    Se per questa sinistra sindacale governare vuol dire mediare tra gli interessi delle diverse corporazioni con qualche riguardo particolare per quella che si rappresenta, senza fornire un progetto per il paese (che magari le scontenti tutte, le corporazioni) allora toccherà dire a Civati no, grazie, abbiamo già dato.

    • nikska

      ma guarda, andrea. il mio pezzo, che è sì piuttosto lungo, vuole proprio andare a smentire questi giudizi piuttosto faziosi che liquidano civati come “sinistra sindacale”. c’è molto molto di più.
      tra l’altro, l’idea di partito di civati è molto simile a quella che renzi abbozza (senza definire mai) in ogni intervistona che fa.
      anche sulle idee economiche (perché mi pare quello l’ostacolo più grande) si può ragionare. io auspico un loro dialogo.
      così magari matteo la smette di ondivagare.

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