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Il cambiamento ci è entrato dentro 

La voglio dire in termini da scuole elementari, anche perché purtroppo non ho studiato la filosofia. “La sfida di oggi è, come sempre, anche stavolta, tra CONSERVAZIONE e CAMBIAMENTO”, si dice. 
Io non credo, perché “il cambiamento”, di paradigma, di sistema, di equilibri nazionali e globali (da Capitale vs Lavoro a Capitale vs Reddito, l’enormità della rivoluzione digitale, Trump e la Russia, la Cina e l’India, l’Europa a pezzi) ci è già entrato dentro, è sotto la pelle della nostra generazione. 

“Il cambiamento” è una condizione e una sensazione diffusa, insomma, ma mentre nel passato esso significava quasi sempre, e almeno apparentemente, un avanzamento e miglioramento delle condizioni di tutti (da Reagan a Obama, o da Prodi a Berlusconi, cercando di essere il meno partigiani possibile), oggi può significare anche altro. 

Cosa fare di questo cambiamento ineluttabile, dunque? Alcuni, molti, lo stanno interpretando come una REAZIONE. Cioè un ritorno ad un passato più o meno recente, più o meno glorioso, ma interpretato da un senso comune strisciante come una condizione migliore, e più facile da ottenere, dell’attuale instabilità. Non serve fare troppi esempi, uno di questi “alcuni” è il Presidente degli Stati Uniti d’America. 

Altri, ancora pochi, voglio interpretare il cambiamento inevitabile come un’occasione quasi irripetibile di slancio rilancio creativo, di trasformazione generativa, di rimodellamento della società nel senso dell’innovazione e dell’inclusione con un orizzonte utopico, quello della liberazione. Dalla discriminazione, dall’ingiustizia, e perché no?, dal lavoro. È quello che io chiamo PROGRESSO. 

In questa nuova disposizione di forze, in questo rimescolamento, in questo scenario di cambiamento, chi sono oggi i CONSERVATORI? Molto semplicemente, quelli che non hanno capito che la storia non è, e non era, finita. E che nostalgicamente propongono un rewind, così da farla finire ancora. Non per tornare al passato, ma per (ri)costituire un eterno presente in cui si può ancora giocare binariamente a “cambiamento vs conservazione”, “nuovo vs vecchio”, “veloce vs lento”. Sono sempre di meno, i conservatori, e se non cambiano spariranno a breve. Non saranno di questa partita. 

Ce la farà, il progresso, a non farsi trasformare anch’esso in una forma diversa e apparentemente “più giusta” di reazione?

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A Southern italian transplanted in the first province of the ancient empire, Rome, and then in (one of) the capital(s) of the modern one, London. A bachelor in Political Science and International Relations, a Master of Arts in Political Communication at City University London (still to complete). An endless passion for politics, with a predilection for electioneering and communication. Fire in the eyes for Public Relations and a more just and transparent Lobbying. Social media geek, with a great interest in the development of the World Wide Web, and an harshly critical look over media and information issues (mediabias.it). Curiosity, always and for anything. Politically, a leftist progressive. One motto in the head, since the very childhood: "Leave the world a little better than you found it".

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