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Referendum: cosa vota la grande finanza?

Ma quindi, la grande finanza vota SÌ o vota NO?

Si pronuncia perlopiù per il SÌ, avvertendo l’eventualità di una grande instabilità bancaria e di un effetto-domino: “Italy is bigger than Brexit.”

Allo stesso tempo, le previsioni erano molto più fosche sia per il post-Brexit che per il post-Trump. Invece le borse si sono subito riprese alla grande, tant’è che ora sostanzialmente – potremmo dire, generalizzando TANTISSIMO – governano sia il Regno Unito, che oggi annuncia di voler divenire “paradiso fiscale”, sia gli Stati Uniti, ancora più di ieri grazie alla futura amministrazione con bollino Wall Street. E la gente, ricordate, lì ha votato contro il sistema, contro l’establishment, ecc. ecc. ecc.. No?

L’impressione è che non si sa mai chi ci guadagna davvero. E che agli indici del mercato azionistico bisognerebbe forse dare molta meno importanza. Ma soprattutto, ci si incomincia a chiedere: esiste davvero UN establishment monoblocco i cui umori possono essere misurati con gli indici azionari? Esiste UN sistema da combattere, o forse ci stiamo abituando a vedere la realtà un po’ troppo in 2d?

In soldoni: gli attori della finanza, investendo, scommettono. Se vince un’opzione ci guadagna qualcuno, se ne vince un’altra ci guadagna qualcun altro. E della “salute generale” di tutto quell’ecosistema noi continueremo a non capire nulla.

Quello a cui starei attento piuttosto è la salute del credito di qualche migliaio di famiglie normali. Occhio a MPS e non solo.

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