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I commenti, la rete, la società: armiamoci di generosa gratuità (e auguri a #Bersani)

Scrive Fabio Chiusi:

Sì, gli imbecilli sono imbecilli e mi fa tanto schifo chi augura la morte a Bersani come a chiunque altro. Ma essere imbecilli è un diritto, e mi fa meno paura un imbecille di chi teorizza un ambiente sterilizzato, moralizzato, normalizzato, in cui devi sempre e comunque scrivere #forzabersani anche se non lo pensi, in cui devi essere ipocrita e conformista per necessità, in cui alla fin fine l’«imbecille» pensa lo stesso di prima ma non lo scrive. E così l’unica differenza è che c’è ma non lo vediamo, il pensiero dell’imbecille: resiste, ed è invisibile, ma noi siamo in pace con la coscienza, qui è tutto un #forzabersani, e insomma noi – mica come loro! – siamo buoni e bravi e belli. Ma per favore. Come se si potesse eliminare l’imbecille da Internet dopo che abbiamo fallito da sempre nell’eliminarlo da tutto il resto, tra l’altro..

Ciò che mostra la rete (non soltanto ieri sul malore di Bersani) è -di nuovo purtroppo- semplicemente il sentire viscerale, non filtrato e quantomai umano (perché “essere umani” non vuol dire per forza essere buoni, educati, gentili, onesti e civili -purtroppo per la terza volta: sarebbe un mondo quasi perfetto-) di una parte delle persone che vivono in Italia, se non questo pianeta.
La “ggente” -esattamente come quando in fabbrica o al bar o in ufficio “innocentemente” fa all’amico “je piasse un colpo a questo o quel bastardo/inetto/ladro di politico/giornalista/conduttore”- sulla rete, coperto da quella “sostanziale irresponsabiltà nei confronti dei contenuti di odio” (di cui parla Mantellini qui) prende e quella cosa la scrive. Senza alcun senso dell’autocensura, senza rendersi conto che la rete è un luogo pubblico in cui sono presenti altri soggetti, senza la minima idea del fatto che quel “manens scriptum” sarà lì, a provocare eventuali reazioni di diverso tipo, per un tempo indeterminato, dipendente solo da chi ne gestisce l’esistenza (l’eventuale admin/moderatore del luogo virtuale in cui il commento/testo/contenuto viene pubblicato).
Questo dipende da vari fattori: contingenti, come la grande rabbia e mancanza di speranza che sta vivendo la nostra società, e culturali, che determinano, oltre alla difficoltà di controllare le proprie parole, un’assoluta incapacità di stare su Internet in maniera “appropriata”.

Se non capiamo questo e ci limitiamo a bastonare la rabbia informe e scomposta (come abbiamo visto per i “forconi”) dando del “fascista”, del “maiale” (e così via, e non sto dicendo che in quel preciso momento chi ha scritto, ad esempio, quei commenti sul malore di Bersani non si sia possibilmente meritato un appellativo del genere) a destra e manca non risolviamo nulla. Anzi: probabilmente quel numero di persone aumenterà, giorno dopo giorno, sensibilmente.
E -scusatemi- è anche stupido, reazionario, semplificante e quindi incredibilmente rassicurante ed auto-elevante (“io/noi siamo migliori di QUELLI Là”) additare questa o quella agenzia di produzione del sentire comune, sia essa un partito, un giornale, un personaggio pubblico (il nostro partito/giornale/politico è migliore di QUELLI Là”), come la principale, se non l’unica responsabile di un ludibrio e una volgarità diffusa.
Certo, uno come Grillo ha le sue responsabilità nell’aver impostato quello stile, quella modalità comunicativa, quella proprietà di linguaggio che lo contraddistingue: il “grillino” spesso non fa che imitarlo in maniera ancora più volgare. E certo, Il Fatto Quotidiano potrebbe moderarli i commenti, e Travaglio potrebbe essere meno “spinosetto” nei suoi pezzi.
Ma non è questo il vero problema: se pensiamo davvero che se non esistessero questi (quelli di cui sopra) o altri soggetti ieri non avremmo visto quei commenti ci sbagliamo di grosso, e -peggio ancora, e l’ho visto fare ieri da parecchi purtroppo- continuiamo a perpetuare quella (polemica) politica sterile, confusa, paralizzante.
Il tutto, in questo caso, sulla pelle di un uomo, Bersani, intanto in una situazione difficile.

Non si giustificano certi comportamenti, e non è il mio obiettivo. Quello che voglio comunicare è che se davvero vogliamo un mondo, e una rete (che è solo un “luogo del mondo”, come ci ricorda anche Arianna Ciccone, e questo non ce lo dobbiamo scordare), migliore, popolato da persone più educate (in tutti i sensi), in cui non si leggano né ascoltino parole cattive e diffamatorie verso nessuno, la strada giusta non è quella vista ieri. Quanto, piuttosto, quella della COMPRENSIONE (Weber?).
Già, della comprensione. Perché se “noi” che ci comportiamo meglio non riusciamo a fare quello scatto, quel salto di qualità che ci permette di capire PERCHE’ quei commenti esistono, PERCHE’ un certo modo di esprimersi esiste, allora non miglioreremo nulla. Continueremo invece a crederci migliori (e magari lo saremo anche, ma purtroppo conta poco), lasciando quella parte, sempre più consistente in quanto culturalmente “esclusa” e pertanto “marginale”, della società, semplicemente uguale a sé stessa, se non in trend peggiorativo e numericamente crescente. E quella frattura che abbiamo visto ieri tra i “civili e perbene” e i “peggiori” (stessa immagine, ancora, di quella della guerra tra poveri vista con la comparsa dei Forconi di qualche giorno fa) continuerà a crescere, fino a diventare insanabile: un incubo. Che è quello a cui ci stiamo avvicinando sempre più velocemente, purtroppo.
Non esiste pertanto peggiora cosa da dire, pensare, e infine fare, in certe situazioni, che: “Io con QUELLI Là non ho assolutamente nulla a che fare”. E anche stupida, se permettete: con quelli lì avremo a che fare stasera, domani, tra una settimana. A lavoro, al supermercato, a scuola, per strada. Come sapremo riconoscerli allora? E comunque, cosa faremo: li ignoreremo, li cancelleremo, li censureremo, gli tapperemo la bocca? Come faremo?

Mi permetto di suggerire una strategia per chi vuole assistere sempre meno a fatti assimilabili a quelli di ieri.
Prima di tutto, si levi dalla testa di essere ontologicamente migliore. Magari è stato educato meglio, ha letto più libri, e guarda film migliori, ma, come direbbe Pigi, “è quell’acqua là”.
Poi: incominci a pretendere che le agenzie dell’informazione e della conoscenza, così come la maniera di usufruirne, che utilizza e reputa migliori -parlo dei mass media come dei social network come dei libri- siano ancora migliori. Li sottoponga a una critica costante, obiettiva, voglia sempre di più e più qualità. Aiuti a diffonderli verso chi non riesce ad utilizzarne, li consigli a chi non vuole usufruirne per nulla, o a chi preferisce altro.
Chieda al suo partito (non importa quale) il meglio possibile, la più grande trasparenza e correttezza, il numero minore di alibi da lasciare agli altri per non considerarla l’opzione più giusta.
Lotti, soprattutto, per un’educazione migliore e per tutti.

Forse ciò che sto per dire è opinabile o criticabile, ma io credo che la dimensione culturale di una società funzioni per osmosi, attraverso vasi più o meno comunicanti, in competizione tra loro. Se un certo modo di guardare al mondo cresce spaventosamente, succhiando piano piano tutta l’acqua, è anche perché quelli dell’altro vaso non stanno remando o pompando abbastanza. Forse per debolezza, per stanchezza, ma anche e soprattutto per supponenza, per convinzione di superiorità, perché aspettano, senza agire abbastanza, che gli altri vengano nel loro vaso solo perché per qualche motivo il loro vaso “è quello giusto”. Non è così, o meglio: non è così per tutti, non è così per molti. E allora bisogna ricominciare a remare, a pompare, a correre.
Rincominciando a condurre una sana e inflessibile autocritica, costante, severa. E magari facendo, come ci ha suggerito ieri Luca Bottura alla fine della difficile giornata, “una cosa civile”: un regalo -sì, un REGALO- a chi non la pensa come noi, a chi agisce come mai noi vorremmo o potremmo.
Solo questo può salvarci: una sana e generosa GRATUITA’.

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