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#Renzi: dalla rottamazione alla rimozione

renzileoDalla rottamazione alla rimozione: così si potrebbe descrive l’evoluzione ultima di Matteo Renzi e del suo carro sfavillante che, ad ogni passaggio, come una valanga, s’arricchisce di massa che potremmo tranquillamente definire grassa. Se (e cosa) questa valanga riuscirà davvero a travolgere lo stagno politico-economico italiano ce lo diranno i posteri (o noi, se sopravviveremo), ma il percorso comunicativo del “sindaho” pare ormai chiaro.

Fatta salva, comunque, un’importante componente “rottamatrice” (dipendente soprattutto da come gran parte dei mass media si appelli al nostro) della “vecchia sinistra”, quella che discute (o litiga), pontifica, chiacchiera e non risolve, quello che colpisce e ha colpito, soprattutto alla Leopolda (il metro privilegiato per la nostra analisi), è la granda voglia di rimozione.

Rimozione del discorso sul partito (se non del partito stesso).
“La norma interna non è importante” afferma alla Gruber su Otto e Mezzo (non era importante neanche a settembre del 2012?). E nel discorso finale della convention che lo lancia ormai definitivamente alla guida del Pd, neanche una parola sull’organizzazione interna: non una svista, una chiara scelta comunicativa. Si attendono prese di posizione sulla questione tessere.

Rimozione della complessità.
“La politica (come la realtà) è semplice” è uno dei mantra della Leopolda (come lo erano per Beppe Grillo e la “casalinga Ministro del Tesoro” di Febbraio), “Fatece largo che passiamo noi” uno dei sottointesi: basta “la gente giusta” alla guida dell’automobile (o della Vespa) per andare dalla parte giusta per tutti, insieme (tracce di neo-ecumenismo?). Da notare la sfilata degli imprenditori di successo: lo spazio è tutto per le #coseconcrete, per le storie a lieto fine “nonostante tutto” (gradevole elemento anti-sistemico), per una svolta pragmatica e anti-ideologica. “Quanto la fai lunga, Matteo”: si prende in giro, il sindaco, nel suo discorso finale. Non è un caso che il nuovo claim sia “la rivoluzione della semplicità”, contro gli arabeschi del “politichese”: non è tanto importante come, ma sapere che, di qualunque cosa si tratti, finalmente si faccia.

Rimozione del dolore.
Renzi risponde così, in diretta, ad un tweet (mio) che nota la “mancanza del dolore” nella narrazione leopoldina (“tante belle intenzioni alla #Leopolda13, ma manca una cosa: il dolore”): “Qui niente elenco dei piagnistei, noi combattiamo la povertà, non la ricchezza”.
Fa riflettere il grande assente alla festa della nuova sinistra che si autorappresenta: la sofferenza come elemento scatenante della reazione popolare. E’ uno sfoggio di competenze e idee, di cui alcune bellissime (davvero), il leitmotiv della Leopolda: la dimostrazione viva del cambiamento possibile.

Rimozione dell’altro.
“Non è la Leopolda ad essere strana, è strano quello che c’è fuori”: la stazione ottocentesca di Firenze diventa un microcosmo di “bella normalità”. Il posto dove tutti vogliono essere, qui ed ora, a cui tutti guardano e commentano, il posto che “piace alla gente che piace”: la novità forte è che” Renzi la offre al Partito Democratico come prototipo del suo stesso futuro.

Quella di Matteo Renzi si prefigura come la futura (“diamo un nome al futuro”), ma molto prossima“sinistra del vincere”, contrapposta a quella del passato a cui “mancano le croci sulla scheda”. E’ e sarà un elemento decisivo, quello del rivisitato muscolarismo bipolarista, per lo stanchissimo (e pigrissimo) fantomatico “popolo del centrosinistra”: ripensare a un “Berlusconi di sinistra” non è più ormai minimaente offensivo, bensì chiaramente voluto dallo stesso frontman. Una delle ultime battute, “voglio followers, non pecoroni”, è un invito alla liberazione individuale che fa coppia con lo “smamma, adulatore”: quanto essa volessee essere sincera, resta da verificarlo.

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